Non si ferma la violenza della polizia in Colombia: UE e ONU chiedono l’intervento del governo

Le proteste scoppiate in Colombia lo scorso 28 Aprile non accennano a fermarsi e nel resto del mondo continuano ad arrivare notizie relative alla violenza della polizia ai danni dei manifestanti. Le immagini degli scontri sono tanto gravi da spingere l’Unione Europea, le Nazioni Unite e l’America a chiedere al governo locale di intervenire.




La ribellione del popolo contro il Presidente Iván Duque Márquez si è scatenata dopo che il 15 Aprile era stata annunciata una riforma fiscale pensata, nelle intenzioni dichiarate del governo, per cercare di arginare le tragiche conseguenze economiche dell’epidemia.

Più che altrove, infatti, in Colombia il Coronavirus ha inciso gravemente sulla situazione socioeconomica nazionale già piuttosto compromessa in precedenza.

Secondo le stime ufficiali nell’ultimo anno è aumentato del 6.8% il numero delle persone che si trovano in condizione di povertà assoluta, cioè di quei cittadini che vivono con meno dell’equivalente di 32 euro al mese. Questi individui corrisponderebbero oggi al 42.5% della popolazione colombiana.

La riforma fiscale difesa dal Ministro delle finanze Alberto Carrasquilla fino al momento delle sue dimissioni consegnate all’inizio di questa settimana, però, non è piaciuta al popolo colombiano che ha ritenuto fosse stata pensata per colpire principalmente le classi medio-basse e lasciare intonsi i privilegi delle classi più abbienti.

Nella nuova legge, infatti, era prevista la rimozione di alcune esenzioni sugli scambi di beni e servizi e l’abbassamento della soglia a partire dalla quale è richiesto il pagamento della tassa sul reddito. Il governo intendeva in questo modo raccogliere ricchezza da investire in programmi sociali che, secondo l’ex ministro Carrasquilla, avrebbero permesso di ridurre di sei punti la percentuale del numero di persone in situazione di estrema povertà.

L’annuncio della riforma è stato solo la scintilla che ha fatto scoppiare l’incendio dell’insoddisfazione sociale che già da tempo in Colombia ha come obiettivo il Presidente Duque colpevole, secondo la sua popolazione, di una gestione errata della pandemia.

Tra i motivi del malcontento popolare spicca il fatto il governo colombiano abbia imposto ai cittadini un periodo molto lungo e più volte rinnovato di lockdown.

Le proteste iniziate venerdì scorso non si sono fermate nemmeno dopo che l’esecutivo ha annunciato il ritiro della riforma e le dimissioni del ministro delle finanze.

Le persone hanno continuato a scendere per le strade di Medellin, Cali e Bogotà per avanzare nuove proposte, come il ritiro della riforma sanitaria, l’introduzione del reddito minimo per i cittadini colombiani e un serio intervento di riforma che metta un freno alla violenza della polizia nazionale nei confronti della popolazione.

L’urgenza della riorganizzazione delle forze di polizia è tornata sotto gli occhi del mondo negli ultimi giorni. Alle azioni di devastazione portate avanti da infiltrati ed estremisti, gli agenti hanno da subito risposto con interventi indiscriminati e violenti.

I resoconti che giungono dalle strade della Colombia riportano le azioni delle forze nazionali intente a reprimere i manifestanti sparando sulla folla a distanza ravvicinata, senza obiettivi, per poi farsi strada tra le persone con scudi e manganelli.

Le immagini dei video che sono circolati in rete vengono confermate dagli osservatori dei diritti umani che si trovano sul posto e riferiscono la gratuità e la ferocia della violenza delle forze di polizia colombiane.

Uno dei momenti peggiori degli ultimi giorni di protesta si è registrato lunedì sera a Cali.

Secondo un giovane avvocato per i diritti umani la cui testimonianza è stata riportata dal Washington Post la polizia avrebbe aperto il fuoco sulla folla da elicotteri impedendo contemporaneamente la fuga dei manifestanti con la presenza degli agenti sparsi nelle strade limitrofe al luogo di ritrovo dei cittadini.

La violenza della polizia, ben lungi dall’aver portato all’estinzione delle manifestazioni di disaccordo, ha scatenato ulteriore rabbia nei cittadini e, soprattutto, ha già causato la morte e il ferimento di molti colombiani.

L’organo che vigila sul rispetto dei diritti umani in Colombia ha dato conferma di 19 morti, tra cui 18 civili e un poliziotto. Da questa conta, però, sono escluse le vittime degli scontri avvenuti lunedì a Cali.

Human rights watch ha comunicato di aver potuto confermare 7 morti e di essere in procinto di fare altrettanto con altre 18 persone tra cui cinque cittadini colombiani deceduti lunedì sera a Cali.

Questa situazione ha chiamato l’intervento delle Nazioni Unite che avevano da poco diffuso un report da cui emergeva la grave situazione dei diritti umani in Colombia e il preoccupante tasso di violenza definita “endemica” nel paese. L’ONU è tornata, quindi, a denunciare il comportamento inadeguato delle forze di polizia sulla popolazione civile.

A invocare provvedimenti del governo colombiano al fine di mitigare la situazione sono state negli ultimi giorni anche le istituzioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti che si sono dette profondamente preoccupate a causa dei recenti avvenimenti.

Durante la giornata di martedì aveva preso parola il Ministro della Difesa Diego Molano. Pur riconoscendo il fatto che la maggior parte dei manifestanti ha mantenuto comportamenti pacifici, Molano ha difeso l’azione del corpo di polizia nazionale reso necessario, secondo la sua versione, dalla presenza di estremisti e infiltrati violenti.

Il direttore della polizia nazionale colombiana, dal canto suo, ha affermato che non è mai stato diramato alcun ordine di sparare sui manifestanti e ha annunciato l’avvio di ventitré procedimenti di indagini interne su alcuni agenti che hanno preso parte all’azione di repressione e controllo delle proteste.

Il Presidente Duque si è accodato alla linea del suo Ministro della difesa e, deplorando le azioni violente di alcuni individui, ha invitato al dialogo pacifico il resto dei manifestanti pacifici.

Silvia Andreozzi

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