La Norvegia non rinuncia al petrolio, la denuncia di ONG e attivisti

La lotta contro l’estrazione di petrolio si gioca in tribunale. Greenpeace Nordic e Young Friends of the Earth Norway, insieme a sei giovani attivisti, hanno deciso di portare la Norvegia alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per chiedere la cancellazione dei permessi petroliferi nell’Artico.

Ciò che andrà in scena al CEDU non è altro che l’ultimo capitolo di una battaglia legale che vede come protagonisti da un lato le organizzazioni ambientaliste e dall’altro il governo di Oslo. Punto di discussione sono le dieci licenze di esplorazione di possibili giacimenti di petrolio concesse in una parte rilevante del Mare Artico, il Mare di Barents, nel 2016.

La Norvegia è il secondo produttore europeo di gas e petrolio, con una produzione che si attesta a circa 4 milioni di barili al giorno. Il governo ha dichiarato recentemente la propria intenzione di investire nell’idrogeno e nell’eolico offshore per una transizione green. La fame di oro nero però non ferma le trivellazioni. Il governo norvegese ha infatti precisato che non vi sia alcuna intenzione di stoppare l’estrazione di gas e petrolio almeno fino al 2050.

La denuncia ambientalista

Il caso segue una recente ordinanza del tribunale dell’Aia. La sentenza obbliga la nota multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell a ridurre le proprie emissioni di carbonio del 45%, rispetto ai livelli del 2019, entro la fine del 2030. Questa prima vittoria da parte delle organizzazioni ambientaliste è il mattone su cui sperano gli attivisti di poter basare molte delle proprie future battaglie contro l’abuso e la ricerca sconsiderata di fonti di energia fossile.

Nella denuncia presentata da ONG e attivisti ambientalisti, chiamata “The People vs. Arctic Oil“, si fa riferimento a diverse violazioni. Come dichiarato dall’attivista Lasse Eriksen Bjørn, vi sarebbe la violazione degli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Verrebbe quindi a meno il diritto di essere protetti da decisioni che mettono a repentaglio la vita ed il benessere delle persone. In riferimento all’Accordo di Parigi, che mira a limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, le organizzazioni sostengono inoltre che le licenze petrolifere violino l’articolo 112 della Costituzione norvegese, che garantisce a tutti il diritto a un ambiente sano.

Ripercussioni ambientali e sociali

Lo stato norvegese sta scommettendo sul mio futuro quando apre nuove aree per le trivellazioni petrolifere devastanti per il clima. Questo è l’ennesimo caso di uno stato avido e assetato di petrolio che lascia le conseguenze dannose del riscaldamento globale ai futuri decisori, che sono i giovani di oggi. È suonato il campanello d’allarme. Non c’è un minuto da perdere. Non posso stare ferma e guardare il mio futuro rovinarsi. Dobbiamo agire e ridurre le emissioni oggi.

Le parole di Gina Gylver, attivista per il clima protagonista della causa, lasciano già intendere quali possano essere le enormi conseguenze dell’inquinamento sia per l’ecosistema che per la vita degli abitanti presenti e futuri di quelle zone (e non solo).

Il danno ambientale causato dalle trivellazioni coinvolgerebbe la vita quotidiana della grande comunità indigena Sàmi. Il popolo sàmi fa dell’uso della natura e della pesca il proprio stile di vita. La minaccia per gli oceani comporterebbe gravi ripercussioni verso questa fetta di popolazione (40.000 abitano in Norvegia). Con le estrazioni di petrolio si metterebbe a repentaglio sia la tradizione Sàmi che la salute dei primi abitanti della zona scandinava.

Per diversi decenni, gli scienziati hanno espresso la propria preoccupazione in tema di cambiamento climatico ed emissioni di gas serra. Questi fenomeni infatti stanno generando il caos non solo nella natura ma anche nella società. Anche il faro guida dell’industria fossile, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), afferma che non c’è spazio per nuovi progetti di petrolio e gas se vogliamo limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C, in linea con l’Accordo di Parigi. Dalla comunità scientifica in prima istanza, supportate dalle iniziative delle ONG, arrivano costantemente moniti sul riscaldamento globale e sull’inquinamento degli oceani, che potrebbero portare a cambiamenti irreversibili nei prossimi anni. Le istituzioni invece rimangono silenti e miopi su determinate tematiche, schiacciate da interessi economici e politici di breve periodo.

Una lotta incessante

Il passato non fa ben sperare sul risultato di questa diatriba legale. In precedenza le argomentazioni degli attivisti infatti sono state respinte da tre tribunali norvegesi. L’ultima sentenza della Corte Suprema norvegese ha stabilito come la concessione dei permessi petroliferi non violi la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Il tribunale non ha riconosciuto alcun tipo di rischio reale e immediato per la vita e l’incolumità fisica delle persone.

I giovani attivisti e le organizzazioni ambientaliste sostengono come questo giudizio fosse viziato. Secondo le critiche mosse veniva a meno l’importanza dei diritti costituzionali ambientali. Non si teneva inoltre conto di alcun tipo di valutazione accurata delle conseguenze dell’inquinamento e del cambiamento climatico per le generazioni future.

La decisione ora è nelle mani della Corte Europea. La miopia degli Stati sta da anni pregiudicando la salute del pianeta e dei suoi abitanti. Il riconoscimento delle violazioni è di fondamentale importanza per poter invertire la rotta per un futuro più sostenibile che possa essere anche motore per una logica economica e politica di lungo periodo.

Matteo Abbà

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