Nuove tecnologie, delegare agli smartphone ti rende stupido?

L'affidare acriticamente compiti cognitivi, come memoria e orientamento spaziale, agli smartphone può rendere l'uomo smemorato e un po' stupido?

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Nuove tecnologie – Scattare una foto all’auto appena parcheggiata per ritrovarla al momento dell’uscita dal centro commerciale è un sotterfugio cognitivo che tutti, almeno una volta, abbiamo compiuto.

Si tratta di un modo per delegare all’esterno un’informazione che temiamo possa andare perduta se conservata solo nella nostra scatola cranica.



Lo sfruttamento di risorse esterne al cervello per effettuare operazioni cognitive più o meno complesse è vecchio quanto il tempo dell’uomo.

La stessa scrittura è un tentativo di fissare su carta (o su dispositivo elettronico) le informazioni che desideriamo non perdere, ma mantenere per un uso futuro. Anche la matematica si è avvalsa per secoli dell’abaco, uno strumento di estensione cognitiva.

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Anche fotografare i momenti delle vacanze o dei paesaggi stupendi è un modo per eludere la labile memoria fotografica.

Il presupposto fondamentale da cui partire per analizzare la tendenza dell’uomo a delegare operazioni all’esterno, che sia un oggetto o un’altra persona, è che la nostra mente ha chiari limiti e non possiede capacità illimitate.

Hebbinghaus, psicologo della memoria, già nel XIX secolo arrivò alla conclusione sorprendente che la memoria di lavoro non poteva contenere più di 7-9 elementi raggruppati in chunk.

Dunque, a causa di questa costrizione cognitiva, delegare permette di scavalcare le barriere imposte dalla mente e migliorare le nostre prestazioni, sciupando meno tempo e fatica.

Ma ora, con la diffusione pervasiva del Web e degli smartphone, così pieni di app a cui raccontare la nostra vita, il delegare si sta preparando, o ha già compiuto, un salto quantitativo e qualitativo?

In peggio o in meglio?

Secondo la teoria della plasticità cerebrale, ogni stimolo, ogni azione, ogni attività è in grado, se protratto nel tempo, di modellare i tratti cerebrali a livello neuroanatomico e funzionale.

Ad esempio, uno studio effettuato con risonanza magnetica funzionale da Maguire e coll. nel 2000 ha dimostrato che l’ippocampo – una regione del cervello coinvolta nella memoria spaziale – è molto più grande nei tassisti londinesi rispetto ai soggetti di controllo.

L’esperienza quindi plasma il cervello, attraverso processi di riarrangiamento corticale.

E l’esperienza dello smartphone e del delegare a dispositivi elettronici può modificare i tratti e le funzionalità del cervello?

Le risposte sono ancora vaghe. Si osserva piuttosto a livello pubblico una polarizzazione, in un senso o nell’altro, che serve solo a generare risposte e visioni manichee sull’utilizzo delle nuove tecnologie.

Tuttavia, il filone di ricerca che si sta formando attorno a questi quesiti si inserisce nel quadro più ampio che considera la cognizione un processo distribuito tra il corpo e l’ambiente, e non più come isolato all’interno del solo sistema nervoso.

Le nuove tecnologie abbattono i limiti immanenti dell’uomo, lo librano verso il preternaturale. Ma a quale costo?

Secondo alcuni, l’innamoramento perpetuo alle nuove tecnologie nasconde l’ombra della dipendenza cognitiva a delegare.

La sola possibilità induce a delegare anche qualora non ce ne fosse il bisogno, spingendoci verso l’abuso inconsapevole.

Tanto più siamo propensi a delegare a supporti esterni un’operazione cognitiva tanto più faticosi ci sembreranno gli sforzi mentali richiesti. E lo stesso vale anche nel gesticolare per facilitare la comunicazione, o segnarsi un appuntamento sull’agenda cartacea.

Spesso, infatti, chi nutre meno fiducia nelle proprie capacità mnemoniche è anche il primo a prendere appunti e note, senza trarne vantaggi concreti rispetto a chi non lo fa.

Il contrappeso però è che a forza di delegare non si ricorda più “cosal’informazionema “dove questa è conservata, in quale supporto recuperarla.

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Scena quotidiana di ordinaria intermediazione tra la realtà e il virtuale.
Per gli adolescenti oggi è del tutto normale affidare la propria personalità allo smartphone.
L’uso abituale di Internet modifica la percezione di sé, con il rischio di sminuire le nostre capacità “naturali” e di incorrere in una dipendenza dal Web come fonte standard di informazioni illimitate.

Un recente studio dell’Università della California evidenza come chi usa Google per rispondere a domande difficili in un primo momento sia poi più propenso e rapido a cercarvi anche le risposte a domande facili.

Inoltre, chi ha la possibilità di cercare online può incorrere nel bias dell’esperto: può venire meno la distinzione tra quanto so io e quanto sa Internet. Questo bias è spesse volte accompagnata dalla vaga credenza di saperne molto anche su temi personalmente sconosciuti e di cui magari si è letta solo una riga su Wikipedia.

Tuttavia, i bias dovuti all’abuso di delegare al Web e alle nuove tecnologie non vanno intesi come intrinsecamente debilitanti. Ma semmai vanno consapevolizzati e integrati in un quadro più ampio del sé.

Gli stimoli esterni corrono tutti alla conquista della nostra attenzione, ma le risorse cognitive e attentive che possediamo sono limitate e, se le usiamo a certi scopi è chiaro che non ne avremo per altri.

Come nel banale caso dell’attenzione divisa tra telefonino e la strada quando guidiamo.

O come quando guidiamo macchine a cambio automatico. L’attenzione risparmiata nel gestire il cambio, per lo stesso principio di conservazione dell’energia, va reindirizzata a qualche altra attività.

E non sempre questa coincide con la strada.

Se ripetessimo oggi, a distanza di vent’anni, lo studio sull’ippocampo dei tassisti londinesi è possibile che la differenza dimensionale con i soggetti di controllo sia più ridotta. Il motivo potrebbe essere la tendenza a delegare anche da parte dei tassisti l’orientamento al GPS, riducendo così la fatica, ma anche la memoria spaziale.

I quesiti che ci siamo posti finora riguardo l’utilizzo delle nuove tecnologie sono gli stessi che nel passato hanno interessato la scrittura o la stampa. Rimane da capire se con gli smartphone sia peggio.

Da un lato, c’è chi paventa il rischio di entrare in un circolo vizioso di sfiducia, inabilità e deresponsabilizzazione, che traina sempre più a scaricare all’esterno i compiti cognitivi.

Dall’altro, c’è chi sostiene la buona fede e l’effetto divinatorio delle nuove tecnologie, che ci renderebbero sempre più precisi e potenti nello svolgere compiti via via più complessi.

Purtroppo, nel caso degli smartphone, studiarli risulta oggi molto difficile per la loro ubiquità, che impedisce la divisione tra chi li usa e chi no.

In ogni caso, già il calcolo e la scrittura sono in qualche modo estensioni cognitive, che si pongono in continuità con gli strumenti digitali ed elettronici moderni.

Forse un giorno arriveremo a ritenere l’analfabetismo informatico come un deficit cognitivo, al pari di dislessia e discalculia.

L’equilibrio nel sistema uomo-tecnologia è da ricercare attraverso un uso critico degli strumenti tecnologici e l’integrazione tra le capacità di base dell’uomo e le potenzialità emergenti delle nuove tecnologie.  Senza però abbandonarsi al naufragio incosciente tra le braccia rassicuranti della tecnica.

Risulta allora necessario già durante gli anni della scuola primaria educare le nuove generazioni all’utilizzo critico degli strumenti digitali (tra i quali anche lo smartphone), così come si insegna loro la lettura, la scrittura e l’aritmetica.

L’obiettivo è quello di evitare una pandemia di analfabetismo informatico mischiato all’inconsapevole negligenza dei rischi di un abuso digitale.

Axel Sintoni

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