Nuovo conflitto in Tigrè: un massacro che non ha fine

Sembra che gli scontri in Etiopia non abbiano fine. Le varie regioni dello Stato sono fortemente provate da anni di lotta e guerre sanguinose. Proprio nelle ultime settimane, è scoppiato un nuovo conflitto in Tigrè che riprende il contrasto alimentato dai leader del Fronte Popolare di Liberazione (TPLF) contro il governo in carica.
I funzionari governativi sono fuggiti da Mekelle, città a nord del Paese, dopo che gli esponenti del movimento hanno respinto una dichiarazione per la cessazione del fuoco. La promessa è che riusciranno a cacciare i nemici dalla regione e riprendere il controllo sulle proprie terre.

Nuovo conflitto in Tigrè: complesse le dinamiche

Durante il 2018, il Primo Ministro Abiy propose la formazione di un partito unico a livello nazionale che fu motivo di conflitto con il TPLF, il quale restava principale partito del Tigrè. Questo iniziale momento di tensione si è poi nutrito negli anni della pandemia da Covid-19 e del rinvio sistematico delle elezioni, estendendo così il mandato governativo.
Nel 2020, di tutta risposta, si sono tenute delle elezioni indipendenti. L’illegalità del gesto non fu visto di buon occhio dal governo centrale che interruppe i finanziamenti alla regione portando quindi allo scontro.
La regione vive oggi un isolamento comunicativo che ha messo in difficoltà molte comunità. Chiudono le scuole e i bambini sono esposti ancor di più agli sfruttamenti. C’è difficoltà nell’entrare all’interno della regione e nel portare così aiuti umanitari.

Fazioni che inneggiano alla libertà

Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè auspica una ripresa territoriale contro i soprusi delle forze centrali. Così, il portavoce Getachew Reda ha affermato:

“Non ci fermeremo davanti a nulla. Libereremo ogni centimetro quadrato del Tigrè. Invitiamo il popolo e l’esercito ad intensificare la lotta fino a quando i nostri nemici non lasceranno completamente le nostre terre. Svolgeremo tutti i compiti necessari per garantire la sopravvivenza e la sicurezza del nostro popolo”.

D’altra parte, il governo etiope ha spinto molto per raggiungere un cessate il fuoco unilaterale. Un milione di civili, nel frattempo, sfolla dal paese per trovare rifugio nel Sudan.
A causa delle forze eritree e i gruppi etnici locali presenti, si teme che vi sarà un peggioramento dato dalle divisioni etniche. Ormai il conflitto dura da otto mesi.




La risposta dell’Occidente

Gli Stati Uniti d’America, Irlanda e Gran Bretagna, così come riportato dal Guardian, hanno richiesto una riunione pubblica con il Consiglio di sicurezza dell’ONU.
L’assistente segretario di Stato del Bureau of African Affairs aggiunge che il Dipartimento di Stato americano non starà a guardare davanti agli orrori del Tigrè.
L’Europa vuole assicurarsi che i lavoratori umanitari siano al sicuro sul campo, dopo che 11 operatori, da novembre, hanno perso la vita.
In più, Karen Bass, presidente della sottocommissione della Camera dei Rappresentanti dell’Africa, ha dichiarato:

“Occorre fare ogni sforzo per rendere significativo questo cessate il fuoco, comprese le discussioni con tutte le parti in conflitto”.

Come sempre però, il prezzo più alto di questi scontri è pagato dai civili. Da chi perde le proprie case, da chi vede famiglie disgregarsi e l’esodo diventare una necessità di sopravvivenza.
Le risposte internazionali sono fievoli, il forte disagio interno è devastante per uomini, donne, bambini. Così un altro conflitto si aggiunge alla cruenta storia dell’Etiopia, che tra dominatori e dominati, è alla ricerca di una pace concreta.

Maria Pia Sgariglia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *