Richard Oakes: un attivista per i diritti umani dei nativi americani

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L’attivista nativo americano Richard Oakes è stato onorato, il 22 maggio, con un Google Doodle. In questa giornata è ricorso l’anniversario della sua nascita. Egli è ricordato per aver creato uno dei dipartimenti di studio sui nativi americani nella nazione. Inoltre, è noto per essersi prodigato per loccupazione dell’isola di Alcatraz.

Richard Oakes si mobilitò per promuovere l’idea che i popoli indigeni avessero il diritto alla sovranità, alla giustizia, al rispetto e al controllo del proprio destino.

La sua eredità si rispecchia nelle lotte dei popoli indigeni per il possesso delle proprie terre, dell’identità e delle loro vite.




La storia di Oakes per i diritti dei nativi americani

Richard Oakes nacque il 22 maggio del 1942. Era membro della tribù Akwesasne Mohawk, che ha avuto origine tra il nord-est degli Stati Uniti e il sud-est del Canada. Ha trascorso gran parte della sua infanzia svolgendo lavori di pesca e colture d’impianto. Con la costruzione della San Lawrence di Seaway, attraverso un sistema di canali d’irrigazione, Oakes si ritrovò a cambiare vita. Egli, infatti, iniziò a lavorare come scaricatore di porto e operaio siderurgico.

Dopo essersi sposato, aver divorziato e aver avuto un figlio, Richard Oakes si trasferì all’Università di San Francisco. Egli svolse un ruolo fondamentale, insieme a un professore di antropologia, nella costruzione di un dipartimento di studi sui nativi americani e in più, incoraggiò gli altri nativi a iscriversi.

Oakes divenne un campione della giustizia sociale per i diritti dei nativi americani. Nel 1969 condusse una serie di proteste e arrivò a occupare l’isola di Alcatraz.

La famosa protesta di Alcatraz

Invitiamo gli Stati membri a riconoscere la giustizia della nostra richiesta. La scelta ora spetta ai capi del governo americano.

Così diceva Richard Oakes in un messaggio all’Ufficio di San Francisco del Dipartimento degli Interni.

Richard Oakes, insieme a un gruppo di studenti da SFSU e dall’UCLA, occupò Alcatraz dal 1969 al 1971. L’obbiettivo era quello di ottenere la proprietà dell’isola e creare una comunità indipendente dove i nativi potessero vivere liberamente. Non solo costruire musei e centri culturali, ma egli s’impegnò affinché gli indiani potessero utilizzare i terreni federali fuori uso come propri.

Nel 1970, Oakes ricevette una telefonata, che confermava la morte di sua figlia adottiva, per la quale egli decise di ritornare a casa. Il governo, successivamente al rientro di Oakes, riuscì a sgomberare la manifestazione. Sta di fatto che, tale protesta “indigena” rimase la più lunga all’interno di uno stato federale.

Nonostante la contestazione sia stata considerata un fallimento, essa riuscì a influenzare la politica e il trattamento dei nativi americani negli Stati Uniti. L’autodeterminazione del popolo indigeno permise l’istituzione di sussidi da parte del governo per i nativi americani.

Indiani, Pellerossa o Nativi Americani

Il termine “Pellerossa” non è esatto. L’errore fu di Cristoforo Colombo, il quale, quando approdò nelle Americhe, pensava di aver scoperto le Indie. Perciò, chiamò queste popolazioni “indiani”. Successivamente la scoperta dell’America, egli si rese conto che il termine più esatto per queste popolazioni fosse “Indiani d’America”.

Gli indiani d’America sono stati i primi colonizzatori dell’America settentrionale. La loro storia con l’uomo “bianco” iniziò nel 1610, con lo sbarco dei coloni inglesi sulla Virginia.

Al momento dell’arrivo delle popolazioni inglesi, l’America settentrionale era abitata da tre milioni d’indiani. Nelle foreste del nord c’erano i Moicani e gli Irochesi; nelle praterie del Nord i Sioux e i Cheyenne e nelle pianure del Sud gli Apache e i Navajo.

Varie furono le battaglie, anche sanguinose, tra i nativi americani-confinati nelle riserve indiane-e l’esercito americano. Le riserve erano terreni aridi, su cui non si poteva investire economicamente. Questo gli americani lo sapevano ed è per questo che confinarono i nativi in questi territori. Essi a lungo combatterono contro l’invasore bianco: la battaglia di Sand Creek, vinta dall’esercito americano e la Battaglia di Little Big Horne, per citare le più note. I nativi riportarono in quest’ultima battaglia una vittoria senza precedenti.

L’epopea del west si chiuse nel 1886, con la resa dell’ultimo indiano ribelle Geronimo, il quale venne spedito in una prigione in Florida. Gli appartenenti alla sua tribù, Apache, furono confinati in Oklahoma, deposito dei popoli indiani.

Solo con la controcultura della “beat generation” degli anni 50 e con il “flower power” degli anni 60, si ebbe una revisione della cultura dei nativi.

Oggi, i discendenti delle popolazioni native sono stanziati in diverse zone degli Stati Uniti.

 

Tamara Ciocchetti

 

 

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