Il Messico cambia rotta, Obrador vince le elezioni

Dopo due tentativi falliti nel 2006 e nel 2012 il leader di Morena ce l'ha fatta

Il Messico svolta a sinistra: Andres Manuel Lopez Obrador, o Amlo, come viene anche chiamato usando l’acronimo del suo nome, vince le elezioni presidenziali messicane e si aggiudica il 53,5% dei seggi, più del doppio di quelli del più vicino rivale, Ricardo Anaya.

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Al terzo tentativo ce l’ha fatta: Andres Manuel Lopez Obrador, o Amlo, come viene anche chiamato usando l’acronimo del suo nome, vince le elezioni presidenziali messicane e si aggiudica il 53,5% dei seggi, più del doppio di quelli del più vicino rivale, Ricardo Anaya.

Obrador, nuovo presidente del Messico.

Dopo 18 anni il Messico decide di cambiare rotta con la vittoria stravolgente di Lobez Obrador, leader di Morena, acronimo del movimento di rigenerazione nazionale. Il partito populista anti-establishment guidato dal 64enne Almo si aggiudica la vittoria con oltre il 50% dei voti, doppiando il candidato conservatore Ricardo Anaya e travolgendo il leader del partito rivoluzionario istituzionale, fino ad ora al potere, José Antonio Meade, e ottenendo così la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato.

Lopez Obrador comincia il suo governo trovandosi di fronte i due principali mali del suo Paese, cavalli di battaglia della sua campagna elettorale: per primo la corruzione in un Paese in cui, secondo i dati di Trasparente International, il 51% dei messicani è costretto a pagare una tangente per aver accesso ai servizi pubblici, la percentuale più alta di tutta l’America Latina, e si contano almeno 14 tra passati e attuali governatori messicani sotto inchiesta per corruzione. Il secondo male è la violenza, solo nel 2017 ci sono stati almeno 25.000 morti, con più di 130 persone uccise dall’inizio della campagna elettorale.

Gli elettori consegnano il mandato ad Obrador con lo scopo di dare una scossa alle istituzioni politiche e governare a favore dei poveri, lui si impegna a garantire libertà di espressione, religiosa ed imprenditoriale. Sfoderando un’empatia unica già in campagna elettorale, Lopez, l’uomo dalle origini umili, aveva conquistato il suo elettorato promettendo di trasformare il Messico e scacciare la mafia che lo governa.

Durante il discorso inaugurale i toni del neo presidente sono stati pacati e pacificanti, al contrario del passato quando il suo linguaggio appariva radicale, le prime parole sono state rivolte proprio all’opposizione, Lopez ha chiesto rispetto per coloro che hanno rivolto il proprio voto verso gli altri candidati e ha fatto un appello: “mettete da parte i vostri interessi personali“. Il linguaggio sobrio e misurato presuppone l’intento di guidare il governo verso una nuova era moderna e progressista con un programma basato sul taglio dei privilegi fiscali e sull’attuazione di una politica di austerità. Fra i principali punti del suo progetto politico, definito “populista” da molti detrattori, ci sono anche quello della lotta alla povertà, alla corruzione, di cui ho scritto sopra, e alle disuguaglianze sociali. Intento di Lopez è anche quello di far cadere definitivamente le accuse che lo hanno perseguitato durante la campagna elettorale in cui è stato paragonato all’ex presidente venezuelano Chavez e in cui si è parlato di suoi possibili legami con la Russia.

Resta inoltre aperta la questione immigrazione con gli Stati Uniti, mentre anche il Presidente Donald Trump, critico con lui durante la campagna elettorale, si è unito all’eco dei complimenti con un tweet che sottolinea “c’è molto da fare”:

Tweet di Donal Trump su Lopez Obrador.

Nei giorni scorsi però l’ex ambasciatrice americana in Messico Roberta Jacobson aveva detto al New Yorker: “alcuni funzionari americani sono molto pessimisti, se vince Obrador accadrà il peggio”. Solo il tempo ce lo dirà.

Cecilia Graziosi

 

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