Ocse, italiani giovani e istruiti tornano a emigrare. In 10 anni sono triplicati gli espatri

Secondo i dati Ocse i 10 anni gli italiani che hanno abbandonato il nostro paese sono quasi triplicati. Ad andarsene sono per lo più giovani laureati.

L’emigrazione italiana ha raggiunto dimensioni preoccupanti, al pari di paesi come Vietnam e Messico.

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Che il tema dell’immigrazione sia al centro del dibattito politico è fuor di dubbio. Ma se la Lega possiede una posizione chiara e arcinota sul tema, diverso è il caso del Movimento 5 Stelle che non ha ancora chiarito la sua posizione. Però il vicepremier Di Maio ha le idee chiarissime sul fenomeno contrario, cioè l’emigrazione di italiani all’estero.




In merito alla commemorazione della tragedia di Marcinelle, dove persero la vita anche 136 italiani, Di Maio ha dichiarato: “Non dobbiamo emigrare”. Parole sante ma disattese: secondo recenti dati Ocse pare che gli italiani siano tornati a emigrare, dopo 60 anni dal disastro di Marcinelle.

Vi sono motivazioni diverse rispetto a 60 anni fa, ma il risultato è lo stesso: abbandonare l’Italia per trovare fortuna in un altro Paese. E i numeri in questo non sono affatto confortanti. Basti pensare che l’Italia è entrata nella top 10 dei Paesi Ocse con il più alto tasso di emigrazione. La Penisola si piazza all’ottavo posto su 50 Paesi dell’area Ocse, con 172 mila emigrati solo nel 2016.

Un triste risultato se si pensa che nel 2008 l’Italia era “solo” al sedicesimo posto con “appena” 84 mila italiani in partenza per l’estero. Nel giro di nemmeno dieci anni l’emigrazione italiana è riuscita a incidere del 2,4% sul totale degli emigrati da e verso i Paesi Ocse, al pari del Vietnam (2,6%) e del Messico (2,7%).

Come detto, il totale degli emigrati italiani negli ultimi dieci anni è quasi triplicato. Attenendoci ai dati Istat sul totale di coloro che si cancellano dall’anagrafe italiana, nel 2016 il numero di espatriati è di 114 mila unità contro i 39 mila del 2008.



Chi lascia l’Italia?

Questi finora sono i numeri. Ma, volendo abbozzare un profilo di questi emigrati italiani, chi è che abbandona il nostro Paese? Dal punto di vista anagrafico, come riportato dal Sole 24 ORE, la fascia più rappresentata è quella 18-34 anni con 39 mila unità. Per quanto riguarda il titolo di studio, sempre stando al 2016, si stima un totale di 34 mila laureati e 39 mila diplomati.

In pratica si conferma il profilo del “giovane e istruito” che abbandona il nostro paese per cercare fortuna all’estero. E i motivi di queste partenze sono per lo più economici. Un mercato del lavoro incapace di garantire prospettive di crescita professionale a un giovane talento laureato influisce negativamente sia sul morale del soggetto e sia sulle sue disponibilità economiche. Con tutto ciò che ne consegue: lavoro inesistente o non soddisfacente o sottopagato, impossibilità di acquistare una casa, incapacità di crearsi una famiglia e così via.

Non è infatti un caso se il periodo 2007-2017 coincide con l’aumento della disoccupazione nella fascia 25-34 anni che ha toccato la soglia del 17%. Lo stesso vale per il dimezzamento del numero dei contratti a tempo indeterminato a favore di formule part-time o a tempo determinato.




In Italia vi è estrema necessità di un ripensamento generale del mercato del lavoro ma, ancor più in profondità, il cambiamento deve essere culturale, sebbene più difficile da attuare. Bisogna passare da un’impostazione quantitativa a una qualitativa in modo da premiare il merito e le competenze e non gli anni di anzianità. Uno scatto civile e culturale che la politica deve in ogni modo intercettare  se si vuole evitare che l’Italia diventi solo un paese di pensionati.

Nicolò Canazza

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