Oggi se Giuseppe Antoci ha una scorta è già una gran fortuna

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Da anni, ogni volta che escono o entrano in casa, le figlie di Giuseppe Antoci incrociano gli sguardi gentili di tre uomini con i mitra a tracolla appostati vicino l’ingresso. Sono gli uomini di scorta del padre.

Agenti che ad Antoci salvarono la vita già due anni fa quando alle due di notte, tornando a casa, la sua auto fu crivellata di colpi da un commando armato di mitra e molotov che lo attese nascosto fra i boschi.
Gli agenti risposero al fuoco e i sicari si diedero alla fuga.

Giuseppe Antoci e la sua famiglia vivono sotto scorta perché Antoci, da presidente del Parco dei Nebrodi, in Sicilia, si era inventato un protocollo per l’assegnazione dei terreni che dall’oggi al domani fece perdere ai clan milioni e milioni di euro facili.

Aveva stabilito che per concedere i terreni gli interessati dovessero ottenere un certificato antimafia anche per affitti inferiori ai 150mila euro. Fino a quel giorno i clan piazzavano loro uomini, con i loro temuti cognomi, in aste alle quali per timore non partecipava nessun altro. Tanto, il certificato antimafia era richiesto solo per affitti superiori ai 150mila euro.

Così i clan misero le mani su migliaia e migliaia di ettari, per i quali pagavano pochi spiccioli di affitto, ricevendo in cambio milioni di contributi pubblici. Poi è arrivato lui, Antoci, il suo protocollo esteso prima a tutta la Sicilia e poi in tutta Italia: e la mafia è tornata a sparare alle istituzioni, perché così fa quando gli tocchi i piccioli.

Perché la mafia, anche se non spara più, continua a rastrellare miliardi su miliardi. Anzi, proprio perché non spara più e non piazza più bombe, che fanno più soldi di prima.

Le mafie italiane fatturano ogni anno 150 miliardi di euro. Praticamente 30 volte di più di quanto lo Stato spenda per accogliere i migranti. Se non fosse per le mafie oggi il Sud Italia sarebbe ricco come il Nord, anziché una delle aree più povere d’Europa. Saremmo tra i paesi più ricchi della Terra; pagheremmo tutti meno tasse, avremmo meno debito pubblico, meno lavoro nero, meno droga, servizi più veloci e migliori, più occupazione, un paradiso.

E invece abbiamo le mafie. Gli immigrati portano nelle casse italiane 7 miliardi di euro di Irpef e 11 miliardi di contributi pensionistici. Una barca di soldi. Le mafie invece ci tolgono decine di miliardi e rallentano la crescita. Creano disoccupazione ed emergenze. Se un immigrato fa uno scippo da 50 euro allora milioni di immigrati sono degli assassini. Se un mafioso italiano fa i milioni in silenzio, vabbé pazienza. Succede. Silenzio.

E in quel silenzio le mafie proliferano. Entrano nella finanza, nell’economia legale, drogandola, facendo chiudere le attività legali perché non possono competere contro chi ha dietro miliardi e miliardi di capitali.

E la mafia arriva a tavola. Incendia i depositi di rifiuti in tutta Italia, “rileva” aziende agroalimentari, stabilisce i prezzi, sotterra tonnellate di veleni che finiscono negli ortaggi, nelle verdure, nella frutta, negli allevamenti, nelle nostre tavole. Nel nostro corpo.

Moriamo di mafia. Ogni giorno. Ma siamo troppo occupati ad andare dietro agli spiccioli e ai grammi dello spacciatore straniero, per accorgerci delle tonnellate di droga e dei miliardi del suo fornitore italiano.

Una parlamentare dei 5 Stelle, Elena Fattori, ci ha provato a presentare una proposta di legge per rendere difficile la vita alle agro-mafie. Nel contratto di governo non se ne fa cenno. Non ha votato il decreto sicurezza contro gli immigrati. Forse non ritiene che sia quella la nostra emergenza. Ora lei è classificata tra i “dissidenti”. L’espulsione è dietro l’angolo. Per lei.

 

Emilio Mola

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