Antonino e Stefano Saetta, vittime di mafia

25 settembre 1988: il duplice omicidio Saetta

Fonte: it.wikipedia.org
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Il 25 settembre del 1988, ormai quasi trenta anni fa, la mafia scrisse un’altra triste pagina della sua feroce storia: l’uccisione del magistrato Antonino Saetta e di suo figlio Stefano, all’epoca, rispettivamente, sessantaseienne e trentacinquenne.




I due furono uccisi mentre erano in auto sulla Agrigento- Caltanissetta, diretti a Palermo, di ritorno da Canicattì, dove si erano recato per il battesimo di un nipotino del giudice. Nonostante la matrice mafiosa del duplice omicidio fosse sin da subito evidente (tanto che ai funerali vollero partecipare tutti i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura dell’epoca), il caso fu presto archiviato, per venire poi riaperto soltanto sette anni dopo, nel 1995.

Ma chi era Antonino Saetta, e cosa aveva fatto per meritare, agli occhi dei mafiosi, questa atroce esecuzione?

Saetta era un magistrato siciliano– originario di Canicattì-, il quale, dopo alcuni anni di servizio in Piemonte prima ed in Liguria poi (dove, tra l’altro, si era occupato anche di processi che avevano avuto una vasta eco su scala nazionale, come quelli relativi alle Brigate Rosse), era tornato nella sua terra natia, in un primo momento a Caltanissetta- dove fu Presidente della Corte d’Assise d’Appello tra il 1985 ed il 1986- e, successivamente, a Palermo, in qualità di Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello.

Padre di tre figli, già a Caltanissetta Saetta si era occupato di alcuni rilevanti casi di mafia, tra cui quello relativo alla strage in cui era morto un altro magistrato, Rocco Chinnici, nel quale gli imputati- tra cui anche i celebri Michele “Il Papa” e Salvatore “Il SenatoreGreco, considerati esponenti apicali della mafia all’epoca- furono condannati con più aspre pene rispetto al primo grado.

Fonte: publicdomainpictures.net





Fu a Palermo, però, che il giudice firmò la sentenza che avrebbe decretato la sua condanna a morte. Il magistrato, infatti, fu si ritrovò, tra i vari importanti processi di mafia che gli vennero sottoposti, a decidere in merito al caso “Basile, in cui imputati erano nuovi vertici della mafia palermitana: Giuseppe Madonia, Armando Bonanno, Giuseppe Puccio.

Se il primo grado si era concluso con una alquanto chiacchierata assoluzione, la sentenza di appello ne ribaltò in maniera sorprendente l’esito: tutti gli imputati furono condannati col massimo delle pene, anche se non mancarono tentativi di corruzione della giuria popolare e, probabilmente, degli stessi giudici togati.

Pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il magistrato e suo figlio furono uccisi. La sentenza che ha concluso il caso “Saetta” ha individuato nei mandanti del duplice omicidio Totò Riina, Francesco Madonia (tristemente noti membri della “Cupola“, il vertice della mafia palermitana), mentre in Pietro Ribisi– assieme ad altri imputati (Michele Montagna, Nicola Brancato, Giuseppe Di Caro), deceduti nelle more della condanna- il materiale esecutore dei due assassinii. Tutti i responsabili furono condannati all’ergastolo.

Per la materiale realizzazione del doppio delitto, la mafia palermitana (che, del resto, era quella di cui il giudice Saetta si era prevalentemente occupato nelle sue funzioni di organo giudicante in Sicilia) richiese l’aiuto della mafia agrigentina– il cui boss era all’epoca proprio Di Caro-, la quale si adoperò volentieri, nell’ottica di ottenere maggiore prestigio e di allearsi con la più potente cosca palermitana.

A spingere i malavitosi a compiere quest’atrocità concorsero più di un movente: in primis, con l’uccisione- per la prima volta- di un organo giudicante, si voleva ricordare che la mafia era contro chiunque amministrasse la giustizia, e non si limitava a colpire solo la magistratura inquirente (e la sequela di improbabili assoluzioni che ne scaturì fu la dimostrazione che molti giudici avevano interiorizzato bene questo messaggio); in secondo luogo, si voleva punire Antonino Saetta, per la sua fermezza ed incorruttibilità; da ultimo, voleva eliminarsi la possibilità che egli divenisse Presidente nel corso del cosiddetto Maxiprocesso di Palermo.

Il duplice omicidio Saetta non ha avuto l’eco di altre atrocità perpetrate dalla mafia ed, anzi, a riguardo spesso circolano inesattezze (come quella secondo cui il figlio Stefano fosse disabile, mentre in realtà aveva sofferto, in passato, di problemi psichici, dai quali all’epoca della sua morte era guarito da diversi anni). Forse a questo silenzio ha contribuito anche il carattere del magistrato Saetta, persona riservata e schiva.

Eppure, proprio la sua professionalità e la sua silenziosa dedizione meritano di non rimanere scalfite dal passaggio degli anni, per ricordare sempre di come il coraggio di opporsi a prevaricazioni e corruzioni, spesso, passi attraverso la discrezione dell’impegno quotidiano.

Lidia Fontanella

 

 




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