Il tabù dell’omosessualità nel calcio italiano

Cosa pensereste se il vostro attaccante preferito, un giorno, a fine partita dicesse: “Bel match, volevo dirvi che sono gay”? Cambiereste la sua opinione su di lui? Lo regalereste via al Fantacalcio? Non riuscireste più a guardarlo mentre tira un rigore senza pensare a quello che è libero di fare fuori dal campo? Iniziereste a fare battute idiote sulle docce e sugli spogliatoi? Benvenuti in Italia: dove l’omosessualità nel calcio è ancora un tabù e dove nessuno fa coming out per paura che la sua carriera ne subisca delle drammatiche conseguenze. Sì, perché al tifoso uomo bianco etero piace tanto guardare al rito tribale del calcio come paradigma di virilità, che coniuga prestanza fisica, potere economico e successo con le donne. 




La discussione si era riaperta qualche tempo fa in Germania e aveva riguardato, in generale, la difficoltà per gli sportivi e soprattutto i calciatori di fare coming out. A sollevare la questione era stato Philipp Lahm, ex capitano della nazionale tedesca, campione del mondo 2014, nel suo libro “Das Spiel. Die Welt des Fussbals”. Nei vari capitoli affrontava il mondo del calcio visto dall’interno, dando un consiglio preciso ai calciatori: meglio non dichiarare di essere gay.  Non che parlare in pubblico apertamente del proprio orientamento sessuale sia un dovere, beninteso, ma è interessante considerare la posizione di Lahm e la statistica.



Omosessualità nel calcio: due ipotesi

Visto che i coming out si contano sulle dita di una mano e soprattutto a fine carriera, le ipotesi sono essenzialmente due:

    1. Nel calcio maschile attualmente non esistono omosessuali, bisessuali o persone con una sessualità non incasellata nel modello eterosessuale.
    2. Nel calcio maschile esistono omosessuali, eterosessuali e persone che non hanno una sessualità incasellata nel modello eterosessule, ma preferiscono non parlare pubblicamente del loro orientamento per scelta personale o per non subirne le conseguenze.




Statisticamente assodato che la prima opzione è la favoletta che al tifoso uomo bianco etero piace tanto sentirsi raccontare, guardando al calcio come paradigma di virilità, che coniuga prestanza fisica, potere economico e successo con le donne, analizziamo la seconda fattispecie.

“Ancora manca la capacità di accettare, nel mondo del calcio e nella società in generale. Se qualcuno avesse in mente di farlo e dovesse chiedermi un consiglio, gli suggerirei di consultarsi con una persona di fiducia e fare onestamente i conti con sé stesso, su quali siano i veri motivi per questo passo”.
Philipp Lahm

Diritto di non diventare simboli

Alle dichiarazioni di Lahm, erano seguite delle accese polemiche, perché in quei giorni la Germania aveva avviato una campagna in cui 800 calciatori e calciatrici sostenevano che avrebbero assicurato solidarietà ai colleghi gay. Rimane però il fatto che, anche nella Bundesliga, non ci sia nemmeno un calciatore dichiaratamente omosessuale. A motivare la riservatezza potrebbe essere il timore che, dopo una dichiarazione in merito, si finisca discriminati, mettendo in pericolo la propria carriera e i propri contratti con gli sponsor.

Facile fare gli idealisti con il coming out degli altri. Il “parla perché tutti trovino il coraggio” si scontra, ancora oggi, con le reazioni delle squadre, intese come gruppo di giocatori e come dirigenza. Il coming out, impone, in una società così chiusa, di cucirsi addosso il ruolo di simbolo e di diventare “Quello gay” e non “Quello forte”. Curioso notare come negli sport individuali il coming out sia più frequente: Ian Thorpe, nuotatore, ha dichiarato la sua omosessualità, anche se a fine carriera. Non pervenuti, tra gli uomini,  giocatori di basket né pallavolisti. Zero anche nel ciclismo e nello sci.

Justin Fashanu

Nel calcio, un esempio tristemente noto è quello di Justin Fashanu, calciatore inglese che ha militato nel Southampton e nel Manchester City; primo calciatore di fama mondiale a dichiararsi pubblicamente gay nel 1990, ne paga tutte le conseguenze possibili a partire dalle dichiarazioni ostili dello sport britannico, per arrivare a quelle della comunità nera, che ritiene di essere stata umiliata con un danno d’immagine “patetico e imperdonabile”. Rinnegato dal fratello, cambia continente e finisce in America, mentre le sue performance sul campo sono in picchiata. Un giovane lo accusa di stupro e lui torna in Inghilterra, dove si impicca in un garage.

A fine carriera

Dopo Fashanu, c’è lo stato l’americano Robbie Rogers, lo svedese Anton Hysén e il tedesco ex Lazio Thomas Hitzlsperger: tutti, però, hanno aspettato di concludere la carriera o di finire in campionati minori. In Italia, a prendere la parola è stato Albin Ekdal della Sampdoria, capitano della Svezia, con un video in cui ha denunciato un clima terribile nel calcio italiano, in cui “i gay hanno paura di dichiararsi”.

Più coraggiose le donne

Nel calcio e nello sport femminile, il coming out ha avuto più fortuna con Martina Navratilova, ex tennista ceca naturalizzata statunitense, che dichiara la sua omosessualità nel 1981, e Greg Louganis, tuffatore statunitense.  E poi ancora: Matthew Mitcham, tuffatore australiano oro a Pechino 2008, e Tom Daley, tuffatore britannico che si dichiara omosessuale ad appena 15 anni. A baciare in mondovisione il suo compagno è stato Gus Kenworthy ai Giochi invernali di Pyeongchang. Le italiane a prendere la parola sono state Paola Egonu, giovane pallavolista, Rachele Bruni, del nuoto, e Nicole Bonamino, giocatrice di hockey in-line. Nel calcio, invece, hanno dichiarato di essere gay Carolina Morace, allenatrice della Lazio femminile, ed Elena Linari, calciatrice della nazionale.

 “Immaginatevi i discorsi in uno spogliatoio, e certe battute sull’omosessualità. Anche questo ti impedisce di fare coming out, la paura della reazione dei tuoi compagni”.

Thomas Hitzlsperger, ex calciatore tedesco che ha militato nella Lazio

Hitzlsperger, a proposito del calcio italiano e del suo coming out a fine carriera, ha giudicato con severità l’ambiente professionistico del nostro Paese. Non è difficile immaginare il muro di isolamento che si costruirebbe attorno a un giocatore.

Belli gli slogan sull’inclusività

Il calcio maschile, quindi, si dimostra ancora una volta non pronto a discutere il tema dell’inclusività: lo stiamo vedendo in queste ore, mentre la FIGC improvvisa disastrosi comunicati ufficiali in cui dice “Non siamo razzisti ma non ci inginocchiamo”. Significativo pensare che, dopo decenni in cui militano nelle squadre dei nostri Paesi calciatori di tutte le etnie, abbiamo ancora problemi a definirci “antirazzisti”. Chissà quanto tempo servirà, al calcio maschile e ai suoi tifosi, per accettare l’omosessualità dei calciatori che in questo momento non hanno il coraggio di esporsi. Curioso, invece, notare come l’omosessualità nel calcio femminile sia più accettata: forse le calciatrici del nostro Paese, forgiate da una società che ti discrimina come donna, si fanno meno problemi a essere eventualmente e ulteriormente discriminate perché lesbiche.

Elisa Ghidini

 

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