L’origine del virus? Col Covid l’Oms è ancora in un vicolo cieco

La pandemia di coronavirus sta mettendo a dura prova la fiducia, l’autorevolezza e la forza delle istituzioni nazionali e internazionali. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria globale, queste ultime restano le più bersagliate da critiche e oggetto delle più complesse elaborazioni cospirazioniste della storia contemporanea.

Ancora non è chiaro quale sia l’origine del virus. Uno dei motivi per i quali l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si aggiudica il primo posto per perdita di integrità agli occhi dell’opinione pubblica. A distanza di un anno non sappiamo neppure cosa sia successo in Cina.

L’Occidente è ancora piegato dal virus, anche se ci sono paesi che avanzano con la vaccinazione di massa più velocemente di altri. Dall’Oriente invece arrivano notizie poco rassicuranti. L’india non riesce a contenere la diffusione del Covid-19, mentre il Giappone ha scoperto una nuova variante che rischia di compromettere le Olimpiadi di Tokyo, rimandate nel 2020 a causa della prima ondata epidemica.

Si fa fatica a immaginare una fine. Il risultato è che ogni giorno che passa nella coscienza di ciascuno di noi si rafforza l’idea che del coronavirus non potremo liberarcene presto. L’unica alternativa, forse, è quella di imparare a conviverci.

Non è facile prevedere come gli Stati intendano farlo, costretti, molti, a imporre ancora lockdown e restrizioni che iniziano a esasperare la popolazione. Ma il punto è un altro. Come potremo uscire dalla pandemia se restano ancora tanti punti oscuri sull’origine del virus?

Il rapporto dell’Oms sull’origine del virus

L’inchiesta dell’Oms è insufficiente. Pechino continua a essere poco trasparente  sull’origine e la diffusione del Covid-19, sui contagi e sui decessi.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno criticato aspramente l’Oms.  La Cina continua a ostacolare l’accesso ai dati e ai campioni raccolti a Wuhan all’inizio della pandemia. Australia e Canada hanno fatto subito eco alla denuncia della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che chiedono di andare avanti con l’inchiesta. Quattordici Stati hanno firmato una dichiarazione contro l’Oms e contro il rapporto presentato il 30 marzo scorso a Ginevra.




Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che il documento non è abbastanza esaustivo.  Ghebreyesus ha difeso gli esperti che si sono recati a Wuhan tre mesi fa, i quali hanno dovuto superare forti resistenze da parte dei ricercatori cinesi per potere accedere a pochissime informazioni.

Contraddizioni

Secondo l’Oms, sarebbe meglio indagare sull’ipotesi, plausibile, che il virus sia fuoriuscito per errore dal laboratorio di virologia di Wuhan, anche se il rapporto indica questa eventualità come «altamente improbabile». Eventualità di cui aveva parlato spesso Donald Trump, quando era ancora presidente degli Stati Uniti.


Washington mette pressione all’Oms, mentre Pechino porta avanti una sua narrazione sul virus e sulle indagini per capirne l’origine. Per la Cina infatti sono gli Stati occidentali e l’Oms a ostacolare l’inchiesta sulla SarsCov2.

Nel presentare il rapporto sulle quattro settimane di indagini condotte a Wuhan, Peter Ben Embarek, esperto di malattie infettive dell’Oms, ha ammesso che i dati finora condivisi dalla Cina sono discutibili.

Il sospetto è che Pechino non dica la verità sul numero di decessi – morti  sospette  – risalenti a novembre-dicembre 2019. Casi di febbre e polmoniti insolite e altre sindromi respiratorie: circa 76mila casi che risalirebbero persino ad agosto-settembre 2019.

«Per capire le dinamiche della pandemia, gli esperti dell’Oms dovrebbero potere parlare liberamente con la popolazione di Wuhan», ha dichiarato Embarek. Dopo le quattro settimane concesse faticosamente dal governo cinese l’Oms non potrà  rientrare a Wuhan molto presto.

Le notizie dalla Cina

Mentre è stata esclusa la creazione in laboratorio della SarsCov2, l’Oms non ha ancora accertato come si sia diffuso tra la popolazione. Prevale ancora l’ipotesi che l’animale  che ha permesso il salto di specie sia il pipistrello. Restano poi dei sospetti sui wet market, ma anche sulla possibilità che il nuovo coronavirus non abbia avuto origine a Wuhan. Bensì nel sud della Cina e che nella megalopoli sia arrivato solo in un secondo momento.

In circolazione per ora ci sono solo ipotesi.  Due giornalisti cinesi hanno raccolto informazioni importanti; è nata così una video inchiesta poi trasmessa dalla tv araba Alzajeera. Tre giorni prima che chiudesse Wuhan, i due cronisti si recano negli ospedali della città. Dalle immagini raccolte di nascosto si vedono  file di anziani e giovani con disturbi respiratori e febbre in attesa di essere visitati.

I due giornalisti cinesi mostrano inoltre come le autorità cinesi abbiano permesso a migliaia di persone di lasciare Wuhan, mentre il nuovo virus era stato già individuato. Da marzo 2020 a oggi, l’Occidente sa davvero poco di quello che sta succedendo in Cina con la SarsCov2. Nessuno scambio di dati o informazioni. Le domande continuano a essere più delle risposte, per lo più insoddisfacenti.

La comunità internazionale potrà mai uscire da questa crisi sanitaria ed economica, senza accertarsi come sia nato questo nuovo virus, e chi è responsabile dell’origine della pandemia?

Se la Cina apre ai vaccini stranieri

Gli Stati Uniti e l’Unione europea devono accelerare sulle vaccinazioni e uscire il prima possibile dalla crisi sanitaria, se vogliono sapere davvero cosa è successo in Cina. Al momento è l’Occidente ad avere  vaccini efficaci: Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson, AstraZeneca.

Pechino ha ammesso infatti che il vaccino Sinovac non ha un elevato tasso di efficacia, massimo il 50%. Il capo del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina, Gao Fu, ha chiesto di prendere in considerazione il siero mRNA che il paese non produce.

Finora Pechino non ha autorizzato l’uso di vaccini stranieri.  Gli altri due sieri cinesi, quello della Sinopharm e della big pharma CanSino hanno dimostrato una efficacia tra il 50 e il 70%.

I limiti e i dubbi dell’operato dell’Oms

A distanza di un anno dallo scoppio della pandemia, sappiamo che da gennaio 2020, quando è iniziata l’epidemia in Cina, all’11 marzo 2020, giorno in cui il direttore dell’Oms ha formalizzato la pandemia c’erano già 114 Stati in cui era presente il nuovo virus con oltre 120mila contagi e 4350 decessi nel mondo.

La pandemia rappresenta il provvedimento più drastico che l’Oms può adottare nell’esercizio della sua funzione di vigilanza sanitaria. All’articolo 1 dell’atto costitutivo del 1946, condiviso oggi da 194 Stati, è stabilito l’obbligo di «cooperare in buona fede». La pandemia è stata ufficializzata, una volta confermata la trasmissibilità umana del virus che all’inizio Pechino ha negato.

Il 30 gennaio 2020, il direttore generale lancia l’allerta massimo. A Wuhan il Covid-19 è diventato endemico, a tal punto da costringere le autorità di Pechino a imporre il lockdown totale. Il primo di una lunga serie adottati anche da tanti altri Stati. Poco dopo, Tedros Adhanom Ghebreyesus prega la Cina di «impegnarsi a garantire trasparenza e di aiutare gli altri paesi». Riconoscendo a Pechino il merito di aver impostato «uno standard nuovo per arginare l’epidemia».

Accusata di sudditanza verso la Cina, l’Oms diviene oggetto di attacchi. Il 14 aprile 2020, l’ex presidente Donald Trump sospende i contributi, mentre la sua amministrazione tenta di esaminare la gestione della pandemia da parte dell’organizzazione. Segue la donazione cinese di milioni di dollari all’Oms per contrastare la pandemia. A maggio 2020, Trump annuncia l’uscita degli Stati Uniti, che però non è mai stata votata dal Congresso.

L’ombra del conflitto di interessi

Gli uomini di Pechino occupano diversi incarichi all’interno delle Nazioni Unite. Dal 2019 Qu Dongyu, ex vice ministro dell’Agricoltura, è a capo dell’agenzia Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura. Dal 2018, Zhao Houlin, ex ministro delle Telecomunicazioni e delle Poste, è segretario generale dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.

Infine, nel 2017 l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, affida a Liu Zhenmin, ex vice ministro degli Esteri, una posizione chiave al dipartimento Onu degli affari economici e sociali.

A proposito dei contagi e dei decessi in Cina,  l’Oms ha suo un ruolo istituzionale ed è la fonte ufficiale dei dati sanitari attraverso l’Health Emergency Dashboard. Perché la comunità internazionale non riesce a conoscere con esattezza la incidenza della SarsCov2 sulla popolazione cinese?

L’Oms e le future pandemie

La politica vanifica facilmente lo scopo e le priorità dell’Oms. Oggi è capire quale sia l’origine del virus. Eppure, l’organizzazione mette già in guardia da future emergenze. L’aumento delle zoonosi a livello globale è un pericolo concreto. Complici la crisi climatica e l’intensificarsi delle attività di sfruttamento, soprattutto, la deforestazione in Asia e Sud America per estendere pascoli e monocolture.

Nel 2007 l’Oms ha riformato il Regolamento sanitario internazionale (Ihr) che contiene linee guida di prevenzione e controllo delle malattie infettive. Ma non è dotata di poteri vincolanti, solo di persuasione e raccomandazione. Né esistono clausole di recesso o espulsione per gli Stati.

Per avere un ruolo, l’Oms ha bisogno di una riforma. In un mondo globalizzato è importante che l’organizzazione possa seguire un approccio One Health. Perché la salute è una sola. Umana. Animale. E non conosce frontiere.

Il Covid-19 è riuscito a mettere in ginocchio il mondo, in un momento storico particolare: di crisi del multilateralismo, d’isolamento degli Stati Uniti, e di emergenza per l’ambiente e il clima. Solo una volta recuperate trasparenza, cooperazione e buona fede, l’Oms potrà fare la differenza in caso di future pandemie.

Chiara Colangelo

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