Cinque poesie per una Palestina libera

Il “conflitto israelo-palestinese” non è un conflitto, non è una guerra. È un massacro. Le parole che scegliamo hanno un peso, le parole che decidiamo di utilizzare per descrivere l’orrore che sta accadendo in Palestina oggi, dagli scontri a Gerusalemme alle bombe su Gaza, quello stesso orrore che da decenni distrugge, brucia e annienta il popolo e la terra palestinesi, non possono essere parole vuote, al di sopra delle parti, fuorvianti. Sono e devono essere, al contrario, parole di lotta, dure, che non lascino spazio all’omertà del silenzio, che non abbiano paura di urlare l’ingiustizia, il dolore e la vergogna per i crimini di Israele e chiedano subito una Palestina libera.

Esprimersi a parole davanti all’abuso, alla violenza e alla morte non è semplice, ma è proprio attraverso le parole che l’uomo ha imparato a conoscere sé stesso e il mondo, dando voce ai propri pensieri e alle proprie emozioni. L’arte e la poesia possiedono questo potere, catartico e violento, di farci vedere il mondo con gli occhi degli altri, di farci sentire il gusto, il profumo e il rumore di altri luoghi e tempi, di restituirci il dolore, la rabbia, l’amore di chi scrive.

La poesia e la letteratura palestinesi, da autori più classici e conosciuti come Mahmoud Darwish a giovani poetesse ribelli come Dareen Tatour, hanno continuato nei decenni a dare voce al popolo palestinese nonostante la guerra e la censura, parlando al mondo intero di cultura, di lotta e di libertà.

Le cinque poesie che seguono dipingono un’immagine della Palestina dolceamara, di amore e di morte, tessono con le parole un canto di ribellione il cui ascolto può aiutare a comprendere quanto, oggi più che mai, stia a tutti noi schierarci contro l’ingiustizia e l’ipocrisia e alzare alto il grido “Palestina libera!”.




Mahmud Darwish, Carta d’identità (1964)

Prendi nota
sono arabo
carta di identità numero 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?
Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?
Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.
Prendi nota
sono arabo e comunista
Ti dà fastidio?
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.

Samih al-Qasim, Un tè alla menta (1968)

Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-’Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!

Fadwa Tuqan, Sospiri davanti allo sportello dei permessi (1969)

Fermarmi sul ponte

Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata!

Soffocare, perdere il fiato

Nel caldo del mezzodì

Sette ore di attesa

Ahi! Chi ha rotto le ali del tempo?

Chi ha paralizzato le gambe al giorno?

Il caldo mi flagella la fronte

Ed il sudore mi colma gli occhi di sale.

Ahimè! Migliaia di occhi

Sono fissi con calorosa ansia

Allo sportello dei permessi;

sono specchi di angoscia,

titoli di ansia e di pazienza.

Ahimè! Mendicare un permesso!

E la voce di un militante straniero

Scoppia furiosa come uno schiaffo

Sul volto della folla:

«Arabi…Disordine…Cani!…

Tornate indietro

Non venite vicino al cancello!

Indietro!…Cani!…»

Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi,

chiudendo ogni possibilità

in fronte alla folla che preme.

Umiliata la mia umanità,

pieno di amarezza il mio cuore

e il mio sangue è tutto veleno e fuco!

«Arabi! Disordine! Cani!»

O santa vendetta del mio popolo offeso!

Ormai ho solo da attendere,

ma il momento giungerà…

il momento della giustizia e della vendetta!

Dareen Tatour, Resisti o popolo mio (2015)

Resisti o popolo mio, resisti loro.

A Gerusalemme ho curato le mie ferite, innalzato i miei dolori a Dio

e portato l’anima sul palmo della mano

per una Palestina araba,

non accetterò la soluzione pacifica

né mai abbasserò la bandiera del mio paese

fino a levare loro da una patria

e farli piegare per un tempo a venire.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti all’aggressione del colonizzatore

e segui la carovana dei martiri,

strappa la costituzione vergognosa

che ha portato umiliazione forzata

impedendoci di ripristinare giustizia.

Hanno bruciato bambini senza colpa

e Hadil ,con cecchinaggio in pubblico,

l’hanno uccisa in pieno giorno.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti all’assalto dei coloni

non prestar attenzione ai loro seguaci

che ci hanno incatenato con l’illusione della pace.

Non temere lingue sospette

la verità nel tuo cuore è più forte,

finché resisti in una terra

che ha vissuto grandezza e vittoria.

Ali ha chiamato dalla sua tomba:

Resisti o mio popolo ribelle,

e scrivimi come vittoria nell’incenso

hai i miei resti come risposta.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Odeh Amarneh, La mia patria (2016)

La mia patria è una ferita aperta da mille anni
inchiostro caldo che scrive con dignità
una bella e triste melodia
Manda in estasi la coscienza ingannevole del mondo
Fa cadere lacrime di coccodrillo

La mia patria è un cavallo purosangue
che ha dato un nuovo senso al significato della pazienza
Cavalca con il vento su una strada impervia
E non arriva … arriverà

Resiste e sopporta gli schiamazzi e gli scherzi del mondo
E ci ride sopra
La mia patria è la densità della pazienza… lo stesso colore… lo stesso sapore
La mia patria un milione di amanti… un milione di sognatori

Vogliono che la mia patria sia un pallone ottagonale
Calciato da un bambino viziato…
Per far ridere

Le scimmie e porci.

Marta Renno

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