Palinodia: Stesicoro, Elena e l’arte di cambiare idea

Prima di Gorgia e del suo celebre Encomio di Elena, già un altro aveva preso le difese dell’adultera più famosa della mitologia greca. Il poeta Tisia (noto anche come Stesicoro) aveva dovuto farlo, però, suo malgrado. La Palinodia, infatti, cercava di mettere una pezza al danno già fatto parlando male della donna in un’altra opera. Una leggerezza che al poeta sarebbe potuta costare molto cara, presso gli uomini quanto presso gli dei.

Della Palinodia, composta nel VI secolo a.C.  dal poeta Stesicoro su Elena di Sparta, è sopravvissuto soltanto un frammento:

In tutta questa storia, non c’è nulla di vero:
tu non andasti mai sulle navi compatte,
agli spalti di Troia tu non giungesti mai.

(tr. it. di F.M. Pontani)

Completamente falsa sembrerebbe dunque, secondo il poeta, la versione più nota del mito di Elena. Qual è, allora, la verità, e quale vicenda si nasconde dietro questo frammento?




Stesicoro/Tisia: chi è l’autore della Palinodia?

Come spesso accade per i poeti antichi, dell’autore della Palinodia di Elena si sa poco. Secondo la Suda, il poeta visse tra il 630 e il 555 a.C.; inoltre,

Ebbe per nome Stesicoro poiché per primo unì un coro alla musica per citara, ma prima il suo nome fu Tisia.

Potrebbe essere nato a Metauros o Imera, mentre certamente morì a Catania. Riguardo la sua morte, l’enciclopedia storica bizantina dice:

Il lato oscuro di Catania bruciò Stesicoro, la vera voce incommensurabile delle Muse.

Ma che ci faceva il poeta a Catania? A quanto sembra, era uscito sconfitto dalla lotta politica in cui si era impegnato contro Falaride, il tiranno di Agrigento, mentre si trovava a Imera. Gli Imeresi, infatti, avevano chiesto il sostegno del tiranno per vincere una guerra contro i Selinuntini. Stesicoro, tuttavia, aveva provato a metterli in guardia con una favola – poi rielaborata da Esopo -, quella del cavallo e del cervo. Un tempo, aveva raccontato il poeta, cavallo e cervo erano fieri rivali; per vincere il cervo, il cavallo aveva chiesto aiuto all’uomo. Questo aveva, sì, cacciato e ucciso il cervo, ma aveva anche reso per sempre schiavo il cavallo. Con ciò, Stesicoro intendeva avvertire i concittadini che Falaride avrebbe poi certamente preteso la loro sottomissione ad Agrigento. Gli sforzi del poeta, però, erano stati vani. Vinta la guerra, infatti, Falaride era entrato in armi a Imera e Stesicoro era stato costretto a fuggire, stabilendosi a Catania.

Qui, anni dopo, avrebbe trovato la morte molti anni dopo per mano del brigante Nicanore. Non prima, però, di essere diventato il primo poeta della Magna Grecia per fama, l’Omero della poesia lirica. Colui che, secondo il giudizio di Quintiliano,

è capace di sostenere sulla lira tutto il peso della poesia epica.

(Institutio Oratoria, X.)

La leggenda intorno alla ritrattazione poetica

Come risulta evidente dalla sua presa di posizione politica e dalle sue conseguenze, Stesicoro aveva la lingua fin troppo sciolta. Tratto, questo, che il poeta non manifestava soltanto nel rapporto con gli uomini, ma anche nel comporre prendendo a soggetto i personaggi mitologici. Così, pare che in un’opera perduta, seguendo la versione più nota del mito, Stesicoro abbia dato a Elena della “poco di buono” per l’adulterio commesso. Ora, pur essendosi data lei stessa della “cagna” (Iliade III, v. 237), leggenda vuole che Elena non abbia gradito l’appellativo. Né, peraltro, la versione dei fatti fornita da Stesicoro. Perciò, la più bella fra le donne avrebbe mandato i propri divini fratelli, i Disocuri Castore e Polluce, a punire il poeta privandolo della vista. Compreso l’errore, Stesicoro si sarebbe affrettato a cercare di porvi rimedio, componendo subito una palinodia, cioè una ritrattazione in versi.

Anzi, in realtà due. Perché la Palinodia della quale ci è pervenuto il frammento non sarebbe, in realtà, la prima versione. Nella prima, infatti, seguendo un’altra versione del mito, Stesicoro raccontava il viaggio in Egitto compiuto da Paride ed Elena, poi rapita dal dio Proteo. Sarebbe stato Proteo stesso, oppure Hermes, a dar forma al simulacro di Elena che giunse con Paride a Troia. Questa versione, evidentemente, non poteva risultare sufficiente all’interessata, perché la faceva apparire ancora decisamente troppo colpevole. Di conseguenza, attrezzi del mestiere alla mano, Stesicoro per riavere la vista avrebbe scritto la seconda Palinodia, scagionando Elena completamente e dichiarandola fedele a Menelao. In questa versione, Elena non era mai partita dalla Grecia con Paride, ma era giunta con un aiuto di Era alla corte di Proteo. A Troia, invece, era andato il simulacro, responsabile di tutte le colpe attribuite alla donna.

Quando cambiare idea conviene

Scrivendo la seconda Palinodia, Stesicoro non avrebbe soltanto riacquistato la vista, avendo rotto la maledizione lanciatagli dai Dioscuri. Ci guadagnò, sembra, anche un’enorme fama. L’idea del simulacro, infatti, piacque tantissimo, resistendo alla prova del tempo: nel 412 a.C., il tragediografo Euripide s’ispirò ad essa nel comporre l’Elena. E, forse, anche qualche anno di vita in più. Infatti, è anche possibile che Stesicoro si sia semplicemente finto cieco – per sicurezza e per salvare la faccia – mentre componeva la sua ritrattazione. Le ire di Elena, del resto, dovevano essergli parse meno spaventose di quelle di Spartani e Locritani, profondamente devoti al culto di quella figura semidivina.

Valeria Meazza

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