Tra pulp fiction e poesia… vola alto il palloncino nell’arte

Dalle origini del palloncino nell’arte al trionfo contemporaneo come metafora dell’esperienza umana: sperimentazioni e riflessioni

Vi siete mai chiesti da dove derivi il termine “pulp”? Pulp, il genere letterario e cinematografico che propone vicende efferate, scene cruente e situazioni macabre, deriva il proprio nome dalla carta scadente con cui venivano realizzati i giornali popolari. Un materiale da nulla, di cattiva qualità e di breve durata. Il richiamo ai palloncini in lattice la cui vita dura un soffio e la cui morte ha il volto di gomma ridotta in brandelli, è lampante.

Le origini del palloncino nell’arte

Oltre che il materiale, il palloncino, di “pulp” ha anche la storia. A differenza di quanto si può pensare, il palloncino non è una recente invenzione. Le sue origini, che risalgono al Medioevo, sono piuttosto cruente. I primi palloncini vennero infatti realizzati intorno al XIV secolo gonfiando la vescica dei maiali. Come si può vedere in alcune immagini del Salterio di Luttrell, codice miniato noto per raccogliere episodi di vita quotidiana, la vescica del maiale subiva una lunga e meticolosa preparazione. Veniva asciugata, pulita e legata a un bastoncino con cui i bambini avrebbero potuto giocare.

palloncino nell'arte
Due ragazzi con la vescica 1769 Joseph Wright di Derby

La sanguinosa pratica appare successivamente in alcune opere d’arte sempre raffigurata come passatempo.

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Arazzi Trivulzio , Bramantino 1504

Si passa dagli Arazzi Trivulzio del Bramantino in cui si vede un bambino immortalato nell’atto di gonfiare la vescica, per arrivare alla pittura seicentesca, molto più cruenta, che ritrae spesso l’accostamento tra il maiale squartato e i bambini intenti a gonfiare il gioco. Dopo il Settecento il palloncino scompare dalla tele dipinte, ma è del 1824 l’invenzione del palloncino in caucciù, frutto del genio di Michael Faraday che se ne servì per i suoi esperimenti sull’idrogeno. Per arrivare al gioco del palloncino come lo vediamo oggi, si dovranno aspettare gli anni ’30 del XX secolo, negli Stati Uniti.

Il palloncino nell’arte contemporanea

L’entrata in scena del palloncino nell’arte contemporanea la dobbiamo invece a Piero Manzoni, che negli anni ’50 ebbe l’idea di riempire dei palloncini con il pregiatissimo “fiato d’artista” e farne opere d’arte. Il progetto è assolutamente in linea con la cifra stilistica e l’ideologia di Manzoni che usa la provocazione e l’accostamento di oggetti di per sé sconnessi per creare miscele espressive esplosive e stimolare riflessioni.

Grazie alle sue provocazioni –  basti pensare alla arcinota “merda d’artista” – Manzoni critica il sistema del mercato dell’arte contemporanea che, conferendo un valore spropositato e incondizionato alla firma dell’autore, svilisce così il reale significato dell’opera. Di conseguenza anche un palloncino in lattice, se gonfiato con il prezioso fiato d’artista, acquisisce incommensurabile valore sul mercato. In realtà Manzoni trae libera ispirazione da un esperimento di Marcel Duchamp che – nel 1919 – aveva sigillato in un’ampolla l’aria di Parigi e che – negli anni ’40 – usò i palloncini per farne opere d’arte dadaiste da lanciare in cielo insieme a pedine di scacchi.

Il trionfo nell’arte contemporanea

Il trionfo del palloncino nell’arte contemporanea è davvero recentissimo. Appartengono agli ultimi anni le installazioni che li vedono galleggiare sospesi dentro edifici o librarsi per le sale espositive museali. Palloncini che, sospesi e leggerissimi, invadono e dominano gli spazi in cui vengono rinchiusi. Palloncini giganteschi che giocano tra rimbalzi e fluttuazioni con architetture e materiali di tutt’altra natura. Proprio su questa lunghezza d’onda maturano le sperimentazioni del fotografo e artista francese Charles Pètillon, che da alla luce vere e proprie irruzioni di palloncini all’interno di ambienti atipici.

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Charles Pétillon, Covent Garden 




Centinaia di palloncini bianchi vengono radunati come un esercito per invadere spiagge, boschi, stazioni, campi e come le nuvole si espandono accostandosi a materiali divergenti e contrastanti. L’accostamento di materiali eterogenei e l’ingombro di queste bianche nuvole che letteralmente esplodono dagli ambienti, crea un “sovraccarico visivo”. Un contrasto che coinvolge e fa smarrire le coordinate spazio temporali. Lo smarrimento conduce lo spettatore a un viaggio in cui potrà farsi autore di una nuova, ma effimera, personalissima prospettiva sullo spettacolo in scena.

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Jeff Koons

Proprio sul contrasto di materiale e sull’illusione gioca uno dei protagonisti della scena contemporanea, Jeff Koons. Koons propone enormi sculture di animali modellate tramite incastri di palloncini tubolari, che si rivelano in realtà scolpite nel duro metallo.

Sempre giocando sui contrasti, l’artista sudcoreano Myeongbeom Kim crea installazioni che mettono in contatto materiali inanimati con elementi naturali. Kim, ispirato dal pensiero animista, riprende la proverbiale immagine del palloncino metafora del sogno e lo fa crescere come frutto surreale maturato sui rami di un albero.

Il palloncino nel contemporaneo: il dramma dell’esistenza umana

Altri artisti hanno deciso invece di evidenziare il lato più poetico del palloncino. Durante il suo afflosciamento rispecchia una visione drammatica dell’esistenza umana che, svuotata di senso, si lascia con mollezza andare al decadimento. I palloncini vengono inseriti dentro vasi ceramici che si sgretoleranno quando la gomma scoppierà come ci mostra Jeanne Quinn. Esattamente come accade ai palloncini stanchi, sgonfi, appesantiti e privi di fiducia di Todd Robinson.

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Gabriel Castaño

Esiste immagine più triste di un bambino che assiste impotente alla perdita del proprio palloncino sgonfio o sfuggito dalle mani? Una metafora esistenziale cruda e feroce sull’inafferrabilità del tempo, sulla fugacità delle occasioni e sulla fragilità di ciò che abbiamo di più prezioso.

 

Ritorna alla mente anche il tanto attuale concetto di distanza e vicinanza. Come palloncini, possiamo sfiorarci, ma da questa vicinanza per contraccolpo ci allontaniamo per reazione di difesa, come in seguito a una scossa elettrica. Soprattutto in questo momento storico in cui – sospesi in un innaturale isolamento – viviamo di fantasia e ci proiettiamo in una perenne attrazione verso il prossimo, al primo contatto rimbalziamo in realtà molto lontano. Effetto pandemico, ma anche una sempre più forte incapacità di creare rapporti armonici, basati su quell’equilibrio di forze, pulsioni e volontà che siamo soliti chiamare amore.

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Kurt Perschke, Somerset House, Waterloo Bridge, Londra

La poesia dell’ultimo volo

Quanti palloncini ci vogliono per far volare un sogno? 

(Up)

Osserviamo più da vicino il volo del nostro protagonista. Gonfiato fino al raggiungimento di un determinato equilibrio, non troppo per non rischiare l’esplosione, non troppo poco per librarsi in volo, il palloncino raggiunge la propria indipendenza grazie alla chimica. Questo viaggio attraverso la conoscenza di sé stesso e dei propri limiti, gli permette di concepire il volo. Il tutto conoscerà fine con lo sgonfiamento, in altri termini la morte, l’evaporazione degli ardori giovanili, l’afflosciamento delle carni, il decadimento dell’involucro.

Tutto finito? Proprio no, anzi.  Ciò che resta ha forse più valore di ogni altra cosa. La poesia è ciò che resta.  Esiste qualcosa di più poetico di un contenitore di sogni, svuotato, che si aggrappa alla vita?

Serena Oliveri

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