Palombelli: una riflessione sulla accusa di victim blaming

Negli ultimi giorni è nata e cresciuta una polemica relativa alla giornalista Palombelli, accusata di Victim Blaming (colpevolizzazione della vittima).

Negli ultimi 7 giorni ci sono state 7 donne uccise da 7 uomini.  La giornalista Palombelli ha commentato questo dato con queste parole: “è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, erano completamente obnubilati oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte?” Comportamento esasperante, incomprensione che acceca, aggressività che prende il posto dell’amore, uomini fuori di testa.




Queste espressioni presuppongono da un lato una donna colpevole di aver istigato (con l’atteggiamento esasperante o aggressivo) il FEMMINICIDIO, dall’altro un uomo accecato, fuori di testa, che non sa quello che fa. Nei casi di femminicidio, l’uomo non è fuori di testa e sa benissimo quello che sta facendo. Esercita del potere nel modo in cui un’intera società gli ha insegnato a fare da quando era un bambino. Fortunatamente qualcuno si salva ma non sembra il caso di giocare la carta “NOT ALL MEN”. No, non sono tutti gli uomini ma il problema è sufficientemente diffuso da essere sistemico e da coinvolgere, con vari gradi e sfumature, tutti noi.

Si parla tanto di tribunali e giustizia per i femminicidi in tutto il mondo.  In quelli italiani spopola il concetto di “tempesta emotiva”, che a tanti assassini ha fatto risparmiare anni di carcere. La giornalista dice di non voler ignorare la tempesta emotiva e le sue origini. Sarebbe giusto dire che l’origine della tempesta emotiva non è la vittima ma la società patriarcale e maschilista. Anche quando capitano davvero degli uomini fuori di testa (espressione sbagliata per troppi motivi) la colpa è di chi ancora parla di donne sante e vergini, madri e cuoche, devote e silenziose.

La Palombelli è in parte vittima della società in cui è cresciuta

Guardare la realtà da tutte le angolazioni non vuol dire trasmettere messaggi ambigui e pericolosi.

A fare male è che queste parole arrivino da una donna, una giornalista professionista come la Palombelli con una lunga carriera alle spalle e, quindi, con una certa formazione. Fa male perché il successo, l’indipendenza, le opportunità e le conoscenze non hanno impedito l’infiltrazione di certe idee maschiliste. La sensazione è quella che si prova quando vedi il capo della servitù (Samuel L. Jackson) nel film di Django unchained. Dal personaggio, intuitivamente, ci si aspetterebbe empatia e comprensione per chi condivide la sfortuna di subire schiavitù e razzismo. Invece il film ti sbatte in faccia come il razzismo non conosce colore. A quanto pare anche il maschilismo ed il patriarcato non conosce genere.

Francesco Maria Trinchese

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