Pantanal in fiamme: il fuoco devasta ancora l’Amazzonia

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Brasile, Pantanal in fiamme. Un disastro ambientale che, dopo le fiamme nell’Artico e quelle in Australia, riduce in polvere anche quel poco di polmone del pianeta rimasto. E poi c’è Bolsonaro e la sua politica, lui che considera le regole sulla salvaguardia dell’Amazzonia un “ostacolo allo sviluppo economico”. Molti degli indigeni che da tanto cerca di annientare, oggi – a seguito degli incendi – sono stati evacuati.

Pantanal in fiamme

Continua a bruciare senza sosta il Pantanal, la zona umida più grande del mondo nonché uno dei biomi più importanti del Brasile: secondo l’Istituto nazionale di ricerca scientifica (Inpe), tra il 1° gennaio e il 12 settembre di quest’anno il numero dei focolai nella regione è aumentato del 201% rispetto allo stesso periodo del 2019 (da 4.660 a 14.489). Il fuoco ha distrutto finora 2,34 milioni di ettari, pari al 15% dell’intera area.
L’avanzare di un incendio nella terra indigena Tereza Cristina, a Santo Antonio de Leverger, ha inoltre costretto all’evacuazione dal luogo di 45 indios dell’etnia Boe Bororo.

Per combattere i roghi, il governo federale ha confermato l’invio di ulteriori rinforzi, che si aggiungeranno ai militari delle Forze armate già attivi nella zona per aiutare i vigili del fuoco locali.

Come sappiamo, non si tratta di un caso isolato. Ecco un excursus di tutta la vicenda…




7 mesi fa: gli indigeni sotto attacco

Ormai è chiaro: Bolsonaro vede un’opportunità per fare business nella messa a punto di progetti economici in queste regioni protette, prima fra tutte l’Amazzonia. Varie associazioni ambientaliste condannano la sua politica.
Già 7 mesi fa, queste associazioni dichiaravano il Presidente responsabile dell’aumento degli incendi che stanno devastando il “polmone verde del pianeta” (l’84% in più rispetto al 2018). Secondo Bolsonaro, infatti, le leggi sulla salvaguardia dell’Amazzonia sarebbero un “ostacolo allo sviluppo economico”.

Estrazione di minerali, petrolio, gas e attività per la produzione di energia elettrica: sono questi i settori per i quali il Presidente Jair Bolsonaro ha proposto una legge al Congresso al fine di sfruttare economicamente le terre indigene. Ancora una volta, prevale la volontà di indebolire la voce della popolazione indigena. Del resto, le riserve di quest’ultima costituiscono più del 15% del territorio nazionale. E gli indigeni costituiscono lo 0,4% della popolazione: sono 900mila persone in totale in Brasile.

L’art. 231 della Costituzione federale del Brasile dichiara che

“Sono riconosciuti agli indios la loro organizzazione sociale, costumi, lingue, credenze e tradizioni, e i diritti originari sulle terre che tradizionalmente occupano, per cui compete all’Unione Federale delimitarle, proteggere e far rispettare tutti i loro beni/risorse”.

Ma come si può conciliare questo principio costituzionale con le “manovre” dell’attuale Presidente?

A novembre 2018, un gruppo di giuristi, politici ed intellettuali, riuniti nella Commissione Arns e nel Collettivo legale per i diritti umani, si è rivolto alla Corte Penale internazionale dell’Aja (CPI) per denunciare il Presidente. L’obiettivo era quello di accertare eventuali responsabilità in merito a “incitamento al genocidio”, “crimini contro l’umanità” e “crimini ambientali in Amazzonia”.




1 anno fa: la deforestazione è aumentata del 68%

Nel 2019, le immagini satellitari fornite da Inpe parlavano di un aumento nella deforestazione mensile del 68% rispetto solo al luglio 2018. Insomma, a sette mesi dal suo insediamento, Bolsonaro aveva fatto distruggere 3444 chilometri quadrati di Amazzonia. Il Presidente sta disboscando l’Amazzonia al doppio della velocità.

Dopo la diffusione dei dati in merito, Bolsonaro ha parlato di “psicosi ambientalista”. Ha sottolineato che “l’Amazzonia è dei brasiliani”, puntando il dito contro le potenze occidentali, colpevoli di aumentare questo clima di preoccupazione, per poi poter sfruttare quelle terre in futuro.

Al di là di queste accuse, la situazione in Amazzonia era ed è davvero preoccupante, per questo è diventata una delle protagoniste del vertice del G7. Tale incontro aveva portato ad una decisione: aiutare il Brasile con un finanziamento di circa 20 milioni di dollari. L’offerta è stata subito rifiutata, come dichiarato da O. Lorenzoni, il capo di gabinetto del presidente Jair Bolsonaro.

Nonostante il primo no, qualcuno non sembra essersi arreso. Il premier canadese Justin Trudeau avrebbe lanciato una seconda offerta al Brasile. Oltre ad un aiuto economico, di circa 15 milioni di dollari, avrebbe anche aggiunto l’invio di un numero imprecisato di Canadair.

Pantanal in fiamme: il caso?

Potremmo pensare che il “caso” vada a favore degli scopi del Presidente. Di certo un piccolo dubbio serpeggia in molti, tra cui varie associazioni ambientaliste…

Come scrisse il filosofo greco Epitteto

“La verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici.”

Giulia Chiapperini 

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