Il Giro d’Italia a Madonna di Campiglio nel ricordo dell’impresa di Pantani

Per gli appassionati di ciclismo, l’arrivo di tappa del Giro d’Italia a Madonna di Campiglio, in programma domani, significa una sola cosa. Il ricordo di Marco Pantani. Degli scatti con cui nella terzultima tappa del giro del 1999 staccò Simoni e Jalabert, tagliando per primo il traguardo e confermando la sua maglia rosa, certo. Ma anche delle polemiche riguardanti la sua esclusione, avvenuta prima della partenza del giorno successivo. La causa, un valore di ematocrito troppo alto riscontrato nei controlli successivi alla tappa.

Dopo l’estromissione di Pantani dal Giro d’Italia, a Madonna di Campiglio, tutta la sua squadra (la Mercatone Uno-Bianchi) decise, per protesta, di abbandonare la corsa. Di fatto, nonostante alcuni successi al Tour de France negli anni successivi, quella tappa segnò la fine della carriera ad alti livelli del “Pirata”. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, infatti, cadde in una spirale di depressione e dipendenza da droga che lo portò alla morte, il 14 febbraio 2004. Ufficialmente, a causa di un’overdose di cocaina, assunta nella stanza del residence “Le Rose”, a Rimini, in cui alloggiava da solo. La famiglia del “Pirata” non si è, però, arresa alle spiegazioni ufficiali e crede che dietro alla morte ci possa essere un omicidio mascherato da overdose.

Il ricordo di Pantani nel Giro 2020

A sedici anni dalla scomparsa di Pantani, gli organizzatori del Giro d’Italia hanno voluto ricordare il “Pirata” attraverso il percorso dell’edizione 2020. Oltre al già citato arrivo di domani a Madonna di Campiglio, infatti, altre tappe riportano alla mente il ciclista romagnolo. La dodicesima (15 ottobre), con partenza e arrivo a Cesenatico, città dove è cresciuto e dove ora riposa Pantani, vinta da Narvaez. La quindicesima (18 ottobre), vinta da Geoghegan Hart e con arrivo a Piancavallo. Località in cui il “Pirata” tagliò il traguardo per primo, grazie ad uno dei suoi emozionanti scatti in salita, in una tappa del Giro del 1998.




L’accoppiata Giro-Tour

Il 1998 fu per Pantani un anno magico. Anche grazie al successo di Piancavallo, riuscì a vincere la classifica generale del Giro. Successivamente, trionfò anche al Tour, con gli storici successi a Plateau de Beille e Les Deux Alpes. Con questa fenomenale doppietta, Pantani entrò nel gruppo ristretto di quei campioni riusciti a conquistare nello stesso anno le due più importanti corse a tappe del panorama ciclistico. Insieme a lui, solo altri sei “mostri sacri”. Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain.

Dubbi e controversie

Si sa che, in ambito ciclistico, i successi, specialmente quelli più clamorosi, e quelli di Pantani lo sono stati, portano con sé dubbi sull’utilizzo di sostanze dopanti. Questo a maggior ragione in un periodo come quello in cui correva Pantani, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio di quelli Duemila. Come è emerso successivamente da indagini e confessioni degli stessi corridori, in quegli anni tanti ciclisti facevano uso di doping. Anche Pantani, soprattutto in seguito all’accoppiata Giro-Tour del 1998, fu spesso vittima di queste accuse.

Non furono, però, trovate tracce di sostanze dopanti in occasione dell’esclusione di Pantani dal Giro d’Italia. Risultarono solamente valori di ematocrito sopra la soglia consentita. D’altra parte, Pantani ha sempre rigettato le accuse di doping. A questo proposito fatti inquietanti sono emersi da una lettera inviata nel 2007 alla madre del “Pirata” dal boss della malavita milanese Renato Vallanzasca. Secondo la sua versione, questi, mentre si trovava in carcere nel 1999, avrebbe ricevuto da un esponente della camorra il consiglio di non puntare sulla vittoria di quel Giro da parte di Pantani. Ciò, nonostante fino a poche tappe dal termine avesse accumulato un grande vantaggio sui rivali. Queste rivelazioni farebbero presupporre un ruolo della mafia, che controlla il business delle scommesse illegali, nell’esclusione del “Pirata” dal Giro del 1999. Bisogna, però, ricordare come nessuna indagine ufficiale abbia mai chiarito fino in fondo questa vicenda.

Diverso il discorso per quanto riguarda il Tour de France del 1998. Da un’inchiesta, realizzata nel 2004 da una commissione parlamentare francese, sarebbe emersa una positività di Pantani all’Epo in alcune tappe della corsa di cui, poi, risultò vincitore. Anche in questo caso, la famiglia del “Pirata” rigetta ogni accusa.

Il mito di Pantani

A prescindere dai sospetti e dalle cospirazioni sulla sua esclusione dal Giro del 1999 e sulla sua morte, Pantani è stato uno degli atleti capaci di unire la Nazione. Come è avvenuto in altri rari casi (Tomba nello sci, Rossi nel motociclismo, la nazionale di calcio nel 1982 e nel 2006), tutti gli appassionati tifavano per lui e si emozionavano per le sue gesta. In particolare, per quell’atteggiamento sempre all’attacco che lo portava a scattare su ogni salita, vicina o lontana dal traguardo che fosse. Emozioni ben descritte nel libro “Cadrò sognando di volare”, di Fabio Genovesi.

Era il simbolo di un ciclismo diverso da quello attuale. Un ciclismo in cui l’istinto e la voglia di compiere imprese spettacolari avevano la meglio sulle tattiche e sui valori che i ciclisti moderni possono leggere sui computer durante la corsa. Celebre la frase con cui “giustificava” i suoi continui scatti in salita:

“Vado più forte in salita per abbreviare l’agonia”

Quello che ci dobbiamo augurare, dunque, è che domani, in occasione dell’arrivo del Giro d’Italia a Madonna di Campiglio (Pantani ottenne qui la sua ultima vittoria nella corsa rosa), a qualche corridore torni in mente il ciclista romagnolo e, con uno scatto improvviso, segua il suo esempio e riesca a far rivivere le emozioni che solo il “Pirata” sapeva regalare.

Simone Guandalini

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