Paolo Borsellino: desecretati i dossier della commissione antimafia

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A pochi giorni dall’anniversario della strage di via D’Amelio – avvenuta il 19 Luglio 1992 a Palermo, e nella quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta – la Commissione Parlamentare antimafia rimuove il segreto di Stato sui propri atti che vanno dal 1963 al 2001.

Fra i documenti pubblicati, quelli relativi all’audizione del giudice Paolo Borsellino da parte della Commissione antimafia, svoltasi a Palermo l’8 maggio del 1984. In quel periodo il magistrato era impegnato nell’istruzione del primo maxiprocesso a Cosa Nostra, insieme ai giudici Falcone, Di Lello e Guarnotta.

Nei file audio relativi a quell’incontro, Paolo Borsellino denuncia alcune delle criticità che i magistrati si ritrovano ad affrontare nello svolgimento dei propri compiti istituzionali. Con riferimento all’istruttoria del maxiprocesso, fa presente “in particolare che, con il fenomeno della gestione di processi di mole incredibile […], è diventato indispensabile, oltre che l’uso di attrezzature più moderne delle nostre semplici rubriche, l’uso di un computer”. Computer che, aggiunge il magistrato, era in effetti già arrivato a Palermo in marzo, ma che era rimasto chiuso in un camerino in attesa di essere messo in funzione. Lamenta inoltre la scarsa disponibilità di personale tecnico (segretari e dattilografi) il quale “non fa straordinari, o li fa in modo assai ridotto, cosicché il giudice, che è costretto a lavorare per 16 o 18 ore al giorno, rimane, per buona parte della giornata, solo con se stesso.”

L’insufficienza di auto blindate

Nel seguito del suo intervento, il magistrato lamenta un’ulteriore carenza, forse la più grave: quelle delle auto blindate a disposizione dei giudici posti sotto protezione. In particolare afferma che “buona parte di noi non può essere accompagnata in ufficio di pomeriggio da macchine blindate – come avviene la mattina – perché di pomeriggio è disponibile solo una macchina blindata, che evidentemente non può andare a raccogliere quattro colleghi (i quattro giudici istruttori del processo, NdR). Pertanto io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e ritorno a casa alle 21 o alle 22 […] Non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per essere, poi, libero di essere ucciso la sera.”

Ulteriori atti relativi ad incontri della Commissione Parlamentare antimafia con i giudici di Palermo sono stati pubblicati sul sito del Parlamento, e coprono un arco di tempo che va dal 1984 al 1991.

 

La protesta del fratello Salvatore

Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, ha deciso di non presenziare alla conferenza stampa di oggi in Senato, nel corso della quale sono stati resi pubblici i dossier. In una lettera inviata al presidente della Commissione, il pentastellato Nicola Morra, Borsellino ha dichiarato:

“Ora, a ventisette anni di distanza, io non posso accettare che i pezzi di mio fratello, le parole che ha lasciato, i segreti di Stato che ancora pesano su quella strage vengano restituiti a me, ai suoi figli, all’Italia intera, ad uno ad uno. È necessario che ci venga restituito tutto, che vengano tolti i sigilli a tutti i vergognosi segreti di Stato ancora esistenti e non solo sulla strage di Via D’Amelio ma su tutte le stragi di stato che hanno marchiato a sangue il nostro paese”.

E ancora, in un altro passo della lettera, si legge:

 

“È necessario che quella agenda rossa che è stata sottratta da mani di funzionari di uno stato deviato e che giace negli archivi grondanti sangue di qualche inaccessibile palazzo di Stato e non certo nel covo di criminali mafiosi venga restituita alla Memoria Collettiva, alla Verità e alla Giustizia.”

Il riferimento è all’agenda che il giudice Borsellino portava sempre con se durante le sue ultime settimane di vita, e sulla quale annotava i dettagli relativi alle proprie indagini. Dell’agenda rossa si persero le tracce dopo l’attentato di via D’Amelio.

 

 

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