Papa Francesco, il cane, il gatto e l’isteria

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Papa Francesco, giorno 14 maggio 2016, all’udienza giubilare in Piazza San Pietro ha pronunciato parole da mandare nel panico il WWF per intero: “[…] quanta gente è attaccata a cani e gatti e poi lascia sola e affamata la vicina. No, per favore no!”

Nella sua omelia il Papa ha parlato di pietas, sottolineando che la pietà differisce dal pietismo e dalla compassione: è un sentimento di comprensione e condivisione del dolore, di empatia, se vogliamo definirla così.

Papa Francesco
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Un concetto semplice, chiaro, sufficientemente politico – per quella politeya che mira al bene comune come pochi politici ricordano -, con un richiamo cristiano. Insomma, un concetto papale papale.

Tuttavia, nessuno s’è risparmiato una sola polemica a riguardo. La mia preferita è “un papa che ha scelto il nome del santo de “Il Cantico Delle Creature” che adesso le diffama dicendo cose tanto terribili”.

Ma quali cose terribili? Il punto è questo: come sempre accade nelle omelie papali c’è un monito cristiano, un rimprovero cattolico in faccia alla società moderna. E il monito è: siate solidali, siate cristiani, pensate alla famiglia, fate figli, non cincischiate – grazie, Bonolis – con gli animali domestici, non sono figli quelli, non costruite un nucleo familiare con quelli.

Dico io, avete mai visto battezzare un gatto? Si agita, schizza acqua dappertutto, graffia, soffia, si aggrappa alle magliette e le strappa, miagola come se fosse investito da un trattore… insomma, che disastro!

Il discorso del Papa è lineare, come ci si può aspettare. Il fine è sempre quello di riportare le pecorelle sulla retta via. Ciò non toglie che tu, pecorella, sia totalmente libera di scegliere la tua via, fosse anche quella che il Signore proprio non vede sul suo divino navigatore satellitare. Scegli, senza però fraintendere le parole e dare di matto.

L’amore che un animale può dare equivale all’amore universale, diretto e genuino di un essere umano. Un animale in casa significa un membro di una famiglia, questo è poco ma sicuro. Chiunque ami gli animali pensa questo e siamo tutti d’accordo.

Vero è, però, che la nostra società è una società malata. Una società fatta di chiwawa col maglioncino perché “sennò prendono freddo”; una società dove i gatti hanno villini di cartone per arrampicarsi in ogni dove e più giocattoli di un bambino; una società in cui un animale sostituisce una mancanza di qualcosa; in cui un cane non è solo un cane, bensì la proiezione di un’idea, di una presenza. Tutto questo è reale, malsano, ingiusto e storto. Un animale in casa deve fare compagnia, aumentare l’allegria, ricevere cure e affetto; non può sostituire o rimpiazzare qualcosa che non è. Un animale non è certo un figlio, come anche un figlio non è un compito da adempiere per forza sotto un dovere cattolico. Un figlio è un’identità, un animale un’altra. E più semplicemente, un figlio e un animale sono esseri viventi, distinti e separati, amorevolmente coabitanti ma con una dignità che li distingue e che in quanto diversi tra loro gli spetta di essere trattati con il rispetto che gli si deve.

L’isteria che si è mostrata su internet è  prova che qualcosa di largamente storto c’è: persone sui social hanno riversato il loro sdegno nei confronti dell’umanità, ribadendo che un animale merita più di un uomo. Tralasciando il fatto che queste persone sono probabilmente inconsapevoli o del tutto ignoranti del potere e del peso delle parole, un’osservazione nasce spontanea: l’indifferenza con cui ci siamo abituati ad affrontare le tragedie umane forse ci rende davvero peggiori degli animali. Peggiori perché tra di noi siamo meschini. Pensate che gli animali in natura, siano tutti coccole e carezze? Gli animali sanno essere spietati, crudeli e litigiosi. Però, quantomeno, quando costituiscono un branco, all’interno di esso si è protetti, con un posto all’interno di un sistema. La nostra razza è una sola eppure non abbiamo ancora imparato a fare branco, tranne per qualche temporaneo raggruppamento per farci la guerra a vicenda.

L’aggressività animalista scoperchiata a seguito delle parole del Papa scopre il nervo teso dell’ipocrisia odierna: un animale non ha più dignità di un essere umano e viceversa. Se fossimo tutti, ma proprio tutti, capaci di stare al mondo portando rispetto per ciò che ci circonda, questo problema non si porrebbe neanche. Se ti definisci animalista ma, ahitè, non riesci a porre nemmeno un minimo di attenzione riguardo le vicende umane, amico hai un grosso problema. L’empatia è impegnativa, complessa, richiede un dare e un ricevere, chi ripiega solo sugli animali tende a una subdola vigliaccheria, nemmeno troppo colpevolizzante – ci passiamo tutti, sottoscritta per prima-, di chi vuole senza chiedere. Tutto regolare, sono difetti umani. Solo che qui non è solo la mancanza di empatia della quale si sente il peso dell’assenza.  Qui manca la base di una concezione minima di interesse, di solidarietà, di senso di appartenenza al mondo.

Dunque, questa pietas papale, che cos’è? Bergoglio non ha mica detto “avete rotto i cristiani zebedei, abbandonate ‘sti cani in autostrada”. Ha detto, piuttosto “non abbandoniamoci“. L’ha fatto sotto il segno di una croce, ma c’è una laicità dimenticata in questo e l’invito, rinnovato, è di non dimenticarla più.

Gea Di Bella

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