Se i Parlamentari chiedono i 600 €, la colpa è della legge scritta coi piedi

Tutti che urlano “Fuori i nomi” per i parlamentari che chiedono 600 € destinati alle attività in difficoltà, ma il problema è a monte.




Vuoi anche queste, Bettino vuoi anche queste?” urlavano i cori, la sera del 30 aprile 1993, fuori dall’Hotel Raphael di Roma. “Queste” erano le monetine, che i contestatori lanciavano a Bettino, che era, ovviamente, Bettino Craxi, segretario del PSI e per molti simbolo del malcostume generalizzato che aveva portato a Tangentopoli. Simbolo, più che altro, di un sistema corrotto, in cui l’allontanamento dell’ombra del sospetto non era nemmeno contemplato, perché i sospettati si difendevano dicendo “Lo fanno tutti”. Che cosa facevano tutti? Prendere i soldi, naturalmente. Da amici, imprenditori, professionisti che avevano questa o quella piccola necessità che, certamente, un politico rispettabile avrebbe difeso nelle sedi opportune, grazie al supporto di una busta ben farcita.




Non solo parlamentari

E verrebbe da gridarlo anche oggi “Volete anche queste?” ai 2mila amministratori locali, governatori di Regione, sindaci e, soprattutto, 5 parlamentari che, secondo quanto trapela dalle maggiori testate giornalistiche, a un controllo dell’Inps, sarebbero risultati come i richiedenti del bonus dei 600 euro. Cinque parlamentari chiedono i 600 € e l’INPS glieli dà. Sì, i 600 € per le attività economiche in difficoltà, a causa dalla pandemia. Avete capito bene. A destare maggiore scandalo è sicuramente il coinvolgimento degli onorevoli: secondo il Fatto Quotidiano, sarebbero tre deputati leghisti, un grillino e un renziano, ma è tutto ancora molto fumoso.

Ma sappiamo già come andrà a finire




Così come ci si può aspettare che fumose saranno le giustificazioni, se l’appello #fuoriinomi dovesse trovare accoglimento. Ci saranno gli scaricabarile, quelli della  “Disattenzione del commercialista“, seguiti dai più tecnologici del “E’ stato un hacker”. Arriveranno poi i generalisti del sempre valido “A mia insaputa“. Stiano pure tranquilli, però, sia i deputati sia tutto il resto del carrozzone dei 600 euro: l’Inps, infatti, per motivi di privacy non può rivelare l’identità dei richiedenti. A meno che qualcuno di loro non esca volontariamente allo scoperto e decida di fare il capro espiatorio, possono pure gridare “Lunga vita all’INPS” mentre brindano a spese nostre.

Indignazione di facciata

Intanto, la politica si straccia le vesti al grido dell’epurazione. “Quei provvedimenti li abbiamo scritti per aiutare chi davvero stava soffrendo”, commenta la viceministra Castelli. Luigi Di Maio annuncia: “Se serve assumiamo ogni tipo di iniziativa parlamentare perché i nomi vengano fuori”. Mulè, di Forza Italia, rincara: “Non c’è privacy da tutelare nell’attività di un parlamentare”. Arriva anche Salvini a invocare la sospensione immediata, attaccando il Governo, colpevole di aver scritto un provvedimento inefficace e, soprattutto, troppo largo di maniche.

Salvini potrebbe aver ragione

Ora: per quanto non ci piaccia ammetterlo, Salvini potrebbe non avere tutti i torti, in questo caso. Ma entriamo velocemente nel vivo della questione, in modo da non doverci soffermare troppo sul fatto che stiamo difendendo Salvini. Un parlamentare percepisce uno stipendio netto da 12.439 euro, secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano. Lungi da noi perpetrare un’ideologia pauperista, il problema è di ordine generale. Se per ottenere i 600 euro bastava mandare una mail all’INPS con il numero della propria partita IVA e allegare poco altro, il cortocircuito che si è creato è di quelli già visti nel nostro Paese. Gli addetti ai lavori sostengono che i paletti fossero previsti e che fossero abbastanza stringenti: fatto sta che se hanno potuto ricevere il bonus persone con stipendi così corposi, allora vuol dire che qualche stortura nell’assegnazione c’è.

Disonestà? Forse

Certo, ora si può puntare il dito contro la disonestà dei parlamentari che, però, a dirla tutta, si sono mossi nel quadro della legalità. Il problema, però, sta a monte. Non sempre ciò che è legale è ciò che è giusto. Che siano stati sprezzanti e cinici può essere vero. Che siano stati disonesti, purtroppo, non può essere del tutto vero: non si sono intrufolati di notte nei sotterranei dell’INPS per prendere soldi a cui non avevano diritto. Lo hanno fatto in modo trasparente: hanno mandato la mail all’INPS, come richiesto. E hanno ricevuto soldi per cui non hanno messo in piedi nessun raggiro. Ed è per questo che sono stati “beccati”.

Bisogna essere onesti intellettualmente: chi amministra un sacco di denaro pubblico, infatti, non può essere così naif e sprovveduto da pensare che un bonus del genere venga richiesto solo da chi ne ha effettivamente bisogno. Non lo può essere, soprattutto, se poi va a piangere in Europa. Che ne rimane della credibilità del suo Governo? Se non si mette qualche soglia di sbarramento seria, l’aiuto è completamente decentrato e inefficace.  Immaginate che il supermercato del vostro quartiere domani dica: “Spesa gratis per chi è in difficoltà“, senza bisogno di dimostrare nulla. Scemo chi si presenta in Porsche o scemo il supermercato che gli regala la spesa? Hai voglia poi, a dire che l‘Europa ci deve aiutare.

Solo i Parlamentari?

Si punta il dito contro i parlamentari: ci mancherebbe. Ma la loro posizione è davvero così diversa da quel 30% di imprese italiane che ha chiesto la cassa integrazione per i propri dipendenti e che in realtà lavorava esattamente come e più di prima? Quei 2.000 amministratori pubblici che hanno chiesto i 600 euro sono meno colpevoli dei 5 parlamentari? 

La vicenda, però, desta qualche sospetto: sono in molti ad avanzare dei dubbi sullo scandalo. Se i cinque deputati ne hanno beneficiato e ne avevano diritto, come mai la questione è arrivata di fronte all’Ufficio Frodi dell’INPS? O è un’inesattezza e si tratta di un dato puramente statistico che è stato divulgato? Alcuni ritengono che si tratti di una strategia in vista del referendum elettorale sul taglio dei parlamentari, che si terrà il prossimo settembre. Sì, ma cui prodest? C’è già un’indagine INPS interna per mettere un punto a questa fuga di notizie?
Nessuno, per ora, ha rilasciato dichiarazioni in merito. Delle due l’una: quando si tratta di soldi pubblici, non dovrebbe valere il principio del “Si dice il peccato ma non il peccatore”. Si fa presto a gridare “Dimissioni” per i parlamentari che chiedono i 600 €. Se, invece, si dimettessero quelli che hanno previsto che queste generose elargizioni andassero anche a quelli che nell’oro ci navigano, non servirebbe nemmeno gridare “Fuori i nomi“. Si saprebbero già. 

Elisa Ghidini

 

 

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