Parliamo del giornalismo di guerra

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, il giornalismo è passato dai corridoi degli ospedali alle strade di Kiev e di altre città ucraine. Oggi più che mai, non possiamo fare a meno dell’informazione, ma per quanto sia centrale, il giornalismo negli ultimi anni sta soffrendo di una crisi di legittimità, tanto in Italia quanto all’estero.

Dopo due anni di pandemia, il mondo sembra non avere pace. E’ come se ci fossimo catapultati nel passato. Sono tornati gli atti di resistenza per contrastare invasioni belliche e le immagini struggenti di un popolo stanco che tenta di fuggire e di portare con sé i suoi affetti più cari. Stiamo vivendo un momento storico che non ha eguali , a cui non possiamo far altro che assistere come spettatori che cercano di informarsi. Alcuni il più possibile, altri il meglio possibile.

Perchè è utile il giornalismo di guerra?

La domanda potrebbe sembrare banale, ma se riavvolgiamo il nastro della storia, capiremo davvero l’importanza di questa branca del giornalismo. 1964, Guerra del Vietnam. Gli Stati Uniti scelgono di intervenire per contrastare una possibile avanzata del comunismo. I soldati che vi partecipano sono tanti, giovanissimi, “too young to vote, but not to die”.

Una guerra assai più violenta e spietata rispetto alle aspettative, le cui atrocità non vengono inizialmente riportate per volontà dello stesso governo statunitense. La patina che occulta gli articoli comincerà a svanire prima in Europa e poi proprio in America, dove il tono positivo lascia spazio alle accuse e all’obiettività. La televisione entra in punta di piedi per poi imporsi come mezzo capace di far riflettere sull’inutilità della guerra.  Merito di penne illustre che, con bravura e coraggio, hanno scelto di raccontare la verità a costo della vita. Non a caso, il Vietnam è stato definito come la “Guerra della televisione” , persa non solo in battaglia ma anche nei salotti d’America. Il fronte interno, prima coeso e fedele alle volontà governative, si sfalda e reagisce con potenti manifestazioni. L’ opinione pubblica si attiva  grazie all’ azione giornalistica.

Il giornalismo senza giornalisti

Abbiamo parlato di giornalisti che sono riusciti ad abbattere le barriere istituzionali, infrangendo le regole governative. Con la Guerra del Golfo, 1991, la storia cambia. Qualcuno la definisce la guerra senza testimoni, proprio per l’assenza dei giornalisti sul campo. A differenza di quanto accadde in Vietnam, molti professionisti sono stati volontariamente allontanati dalle zone calde per evitare che ci fossero eventuali “distorsioni” dei fatti, tenendoli il più lontani possibile. I giornalisti infatti scrivono dalle hall degli alberghi.  Li è negato di entrare a conoscenza di elementi utili per descrivere cosa realmente sta accadendo, in modo da comunicarlo ai lettori e agli ascoltatori.

La Guerra del Golfo è stata anche riconosciuta come l’evento che ha dato inizio a una nuova era del giornalismo: l’ embeddeding. Con il termine ci riferiamo al giornalista che, giorno dopo giorno, affianca le truppe. Se da un lato ne riceve protezione, dall’altro c’è il rischio di snaturare il contenuto della notizia stessa per via della censura/autocensura imposta dall’alto. Possiamo ipotizzare che è proprio da questo momento che il giornalismo sembra perdere la stima conquistata nei decenni precedenti. La fiducia cala sempre di più e l’idea di ascoltare o leggere notizie distorte si diffonde nemmeno troppo lentamente, fino ad arrivare ai giorni nostri.

E’ tornato il giornalismo di guerra?

Se è vero che i conflitti non sono mai cessati, è altrettanto vero che in Italia era da tempo che non vedevamo giornalisti in prima linea, in collegamento da una città semi deserta e distrutta. Riguardo l’attuale conflitto in Ucraina, sui social, in particolare Twitter, molti hanno definito “gonfiata”, più filmica che reale, la narrazione di un noto telegiornale italiano. Le critiche hanno cominciato a muoversi a seguito della scelta da parte di una corrispondente a Kiev di indossare l’elmetto, per proteggersi da eventuali attacchi. Molti hanno definito la scelta di cattivo gusto, altri fuori contesto, accusando il servizio, e di conseguenza il TG, di non essere credibile.

Che siano protocolli di sicurezza, oppure una semplice scelta, chi ascolta una notizia non dovrebbe valutarne il contenuto in base alla presenza di certe protezioni.
Se ci sono persone che si impressionano per la “giornalista-elmetto”, altri hanno individuato un nuovo bersaglio: il professionista che resta in Italia, accusandolo di aver scelto lo “smartworking”. Il problema, dunque, non è da dove scrive il giornalista, ma il ruolo che lui stesso ricopre, sempre più generalmente (e erroneamente) associato al servizio del governo.
Un accanimento derivante dallo scetticismo nei confronti dei giornalisti e nel mondo dell’informazione che, anno dopo anno, sembra non placarsi.

Sono tempi bui per il giornalismo

Dalla macchina da scrivere, al bloc-notes, fino al cellulare, i giornalisti contribuiscono a scrivere le pagine della storia mondiale e alla formazione dell’opinione pubblica. E ‘ un mestiere più duro di altri, quello del corrispondente estero in tempi bellici. E’ fatto di paura e tensione costante: ogni momento è vissuto così intensamente che, da spettatore o lettore, è come se lo stessi vivendo in prima persona.
Invece di provare un forte senso di ammirazione nei confronti di chi rischia la vita per raccontare quella che è la storia, molti scelgono di puntare il dito, mentre si trovano comodamente seduti sulla poltrona di casa.

Invece di fidarsi di chi ha studiato e di chi ha lavorato duro per svolgere la professione, qualcuno preferisce informarsi tramite profili che spiegano in poche parole l’evolversi della situazione (come se questo fosse possibile) e di ascoltare chi non ha delle vere competenze a riguardo. In poche parole, molti scelgono di percorrere scorciatoie pur di non fidarsi della buona informazione.
Tutti i giorni, direttamente o indirettamente, facciamo riferimento al giornalismo, perchè è una componente fondamentale, imprescindibile per la comunità e inscindibile da essa.
Riguardo una notizia, possiamo condividere, come no, un parere. Possiamo esprimere un’ opinione, positiva o negativa che sia, sul contenuto di una notizia. Ma svilire il lavoro svolto dal professionista, tacciandolo di produrre disinformazione, è disonesto.

Giulia Poggiali

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.