Parole e disabilità, la lingua discriminatoria: handicappato, tardo, infelice

Viaggio nell'evoluzione della concezione della disabilità, attraverso i termini usati e riconosciuti dall'OMS nel corso dei decenni

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Parole e disabilità: attento a come ti esprimi. Il modo in cui parli può favorire la discriminazione, o, al contrario, il processo di inclusione sociale.

Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà. Le parole servono a costruire e rielaborare i pensieri, proponendo una nuova visione di ciò che ci circonda. Per questo, scegliere con consapevolezza le parole da usare fa parte del processo di inclusione sociale delle persone con disabilità. Vediamo quali sono gli elementi da considerare per un linguaggio più rispettoso.




Parole e disabilità, le classificazioni dell’OMS

Nel corso degli anni, l’OMS ha proposto un’evoluzione del concetto di disabilità, espressa tramite l’uso di parole nuove. Inizialmente si parlava di malattia; tuttavia, sebbene possa nascere da una malattia, la disabilità è una condizione.  In seguito, l’OMS ha proposto il concetto di menomazione. Con questo termine ci si riferiva allo scarto tra la condizione dell’individuo e le aspettative fissate per i normodotati. Infine, si è abbandonata la terminologia che fa coincidere la persona con la propria disabilità.

L’importanza di usare i termini giusti

Il legame tra parole e disabilità è molto radicato. Negli anni 60, termini come “infelice” e “disgraziato” erano ritenuti perfettamente idonei per riferirsi alle persone con disabilità. Oggi, l’utilizzo di queste parole risulta inaccettabile: la disabilità non ha nulla a che fare con l’infelicità. L’impegno, dunque, è quello di promuovere tramite la lingua una nuova visione culturale. Per questo, anziché di disabile, parleremo di persona con disabilità: è fondamentale mettere al centro l’individuo, non la sua condizione.

Quando la disabilità è usata come insulto

Un aspetto importante sui cui soffermarsi riguarda le situazioni in cui la condizione di disabilità è usata come insulto.  Spesso, quando si vuole offendere qualcuno, lo si definisce un mongoloide, o un handicappato. Altro fenomeno tristemente noto sui social è la menzione della Legge 104. Per superare la discriminazione, verso la società dell’inclusione, è necessario porre fine alla mentalità che vede la disabilità come una disgrazia o un’offesa. Il focus della riflessione dovrebbe essere posto sulla condizione di impossibilità momentanea a fare qualcosa. Questa impossibilità è il risultato della mancanza di strumenti adatti, che dovrebbero essere garantiti  per legge.

Le persone con disabilità non sono speciali

In relazione a parole e disabilità, è altrettanto divisivo e discriminatorio distinguere tra persone “normali” e “speciali”. Queste sarebbero tali solo in virtù della loro disabilità. Usare termini basati sul pietismo è umiliante e sbagliato: in tal modo, si continua a identificare la persona con la sua disabilità. Ciò di cui la nostra società ha bisogno è l’uso di parole con un significato preciso e circoscritto. Solo così il nostro linguaggio potrà dirsi al passo con il clima culturale e scientifico.  Ma non solo: servirà a promuovere una visione più equa e rispettosa.

Laura Bellucci

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