La storia del partigiano Giacomo Canepa, venduto al nemico per vendetta

A 31 anni morì in un agguato teso dai nazifascisti

Il monumento funebre ai caduti della Resistenza nel cimitero di Crevari (Ge)
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A Crevari, una frazione del quartiere genovese di Voltri, si legge ovunque il nome di Giacomo Canepa

Gli hanno dedicato la scuola elementare, quella materna e la via principale, e nel cimitero c’è un monumento funebre in onore suo e degli altri caduti della Resistenza. Purtroppo però ancora oggi la sua storia è sconosciuta ai più, compresi quelli che camminano ogni giorno nei luoghi che lui percorreva di nascosto come partigiano. A rendere la giusta importanza alla sua memoria è Filippo Bozzano, figlio di Rosa, sorella di Giacomo Canepa, e vicepresidente dell’Anpi di Genova Prà.




La vita di Giacomo fu stroncata il 22 ottobre 1944 al capolinea tranviario di Voltri, dove era stato condotto con l’inganno, convinto di dover aiutare una donna. Invece era solo una trappola: giunto sul luogo si trovò accerchiato dalle camicie nere supportate dai nazisti, che gli spararono, ferendolo gravemente. Da lì venne portato alla Casa dello Studente, dove fu torturato per estorcergli delle informazioni, ma inutilmente, perché poco dopo morì. Nelle mani dei nemici, i suoi parenti non sapevano dove fosse e lo cercarono per tre giorni, ignari della sua sorte. A Crevari, la cosiddetta “isola rossa”, nessuno sapeva nulla e nessuno sembrava interessarne, per paura di essere collegati ai partigiani.

Partigiani come banditi

Giacomo Canepa

Grazie ad un’amica della sorella, il corpo venne ritrovato in una cella frigorifera dell’ospedale San Martino di Genova. Ma lo strazio non doveva essere abbastanza per una suora che, accompagnando i parenti, espresse dure parole di condanna nei loro confronti: la morte di Giacomo e il loro dolore erano le giuste punizioni per dei futuri scomunicati. I partigiani non erano altro che sovversivi, non c’era nulla di eroico nelle loro azioni. Come tiene a sottolineare Filippo Bozzano, il termine partigiano è nato solo alla fine della guerra, mentre prima si usa quello di banditi, che militavano appunto in bande.

Perciò nessuno aveva aiutato i parenti di Giacomo nella loro ricerca: non era solo questione di paura, ma anche di diffidenza. Al funerale invece tutta la cittadinanza era presente, forse perché era più semplice spiegare il rapporto, in quanto si poteva essere soltanto amici della famiglia, senza conoscere il defunto.

Giacomo Canepa diventa partigiano

Alla fine degli anni ’30 aderì al Partito Comunista d’Italia e partecipò all’attività politica di un gruppo clandestino di comunisti di Voltri-Crevari. All’età di 30 anni divenne partigiano: l’8 settembre ’43 era già tra i dirigenti che ponevano le basi per l’inizio della lotta di Liberazione. Il 9 settembre ebbe luogo un incontro clandestino con Augusto Miroglio e altri antifascisti alla spiaggia di Voltri: così si formò il primo CLN di Voltri-Crevari. Nei giorni successivi Giacomo, con il nome da battaglia di Italo, venne nominato responsabile dell’Intendenza per la zona di Crevari-Vesima, col compito di sistemare nelle cascine della zona il maggior numero di disertori e sbandati, di organizzare per loro le vettovaglie, l’armamento e il vestiario.

Giacomo assicurava così l’avvio in montagna del maggior numero di giovani che non avrebbero potuto operare nei gruppi di azione patriottica (GAP) attivi in città e nelle fabbriche voltresi. Dai GAP si formarono le prime squadre organizzate di resistenti antifascisti, e Giacomo Canepa assunse il comando del settore di Crevari-Vesima. Alla Costituzione della 247ma Brigata “Luigi Piva”, dedicata al partigiano omonimo impiccato il 10 ottobre nel Basso Piemonte, Italo divenne il comandante del 3° Distaccamento.

Le azioni in città

Agire in città non era affatto facile e ogni gesto contrario alle rigide regole fasciste poteva costare la vita. Un giorno Italo andò a distribuire volantini all’interno dell’Ilva insieme a Nicolò Camoirano, ma le brigate nere li scoprirono. Per salvarsi andarono nei bagni delle donne, buttarono nello scarico tutti i volantini e, dopo essersi denudati, salirono sul tetto. Scambiati per pazzi, vennero internati per una settimana nel vicino manicomio di Cogoleto: l’astuzia aveva permesso loro di sopravvivere. Peccato che aneddoti del genere raramente finiscano nei libri di storia, lo stesso Filippo Bozzano lo ha scoperto per caso, trovandosi a lavorare dopo vent’anni con l’amico dello zio.

Italo si occupò anche di prendere contatti con i rappresentati locali dei movimenti antifascisti e dei partiti, non solo comunisti, perché

Contro fascisti e nazisti c’è bisogno di tutti.

Fece inoltre opera di proselitismo presso i giovani, dando loro piena fiducia ed esponendosi a rischio di delazione. Fu infatti proprio un partigiano a venderlo al nemico per vendicarsi nei suoi confronti. Giacomo, dopo aver scoperto che questo in campagna derubava i contadini e molestava le donne, lo aveva trasferito in città nei GAP per tenerlo sotto controllo. Con il suo comportamento aveva disobbedito alle regole che prendevano il nome di Codice di Cicchero, rispettato da tutti i partigiani liguri, per il quale “alla popolazione contadina si chiede, non si prende, e possibilmente si paga o si ricambia quel che si riceve; non si importunano le donne”.
Alla sua morte il 3° Distaccamento della Brigata “Luigi Piva” , diventò il “Distaccamento Giacomo Canepa”.

Non solo un partigiano

Augusto Miroglio scrisse di Giacomo nel suo libro “Venti mesi contro vent’anni”, conservato gelosamente da Filippo Bozzano “come cimelio storico” per le poche copie esistenti:

Un tipo che si distingueva per i suoi vestiti di taglio approssimativo e sempre in disordine, come i suoi capelli e il resto della persona.[…] Amava la campagna, i monti, i fiori; conosceva la storia moderna meglio di molti scaldapanche figli di papà; aveva attinto dalle opere letterarie e poetiche più di quanto ci si potesse attendere da un modesto contadino; nelle sere senza nubi indicava col nome giusto un’infinità di stelle. […] La sua trascuratezza esteriore nascondeva, come una ruvida scorza, una grande sensibilità e un raro equilibrio morale; era di animo tanto buono da non poter odiare nemmeno i peggiori avversari che combatteva; nelle rare occasioni in cui criticava qualcuno, non scendeva mai alla cattiveria, al pettegolezzo, che ripugnavano al suo temperamento serio, lineare, pulito.

Giacomo Canepa era un ragazzo diverso dagli altri, non passava il tempo libero a giocare a bocce e a bere vino: amava leggere e nonostante le umili origini era riuscito a diplomarsi come maestro elementare, studiando da autodidatta alla notte dopo una giornata in fabbrica. Dopo aver lavorato dalle otto alle dieci ore, tornava a casa e si prendeva cura dell’orto, infine si metteva sui libri

Pregiudizi nei confronti dei partigiani

Dopo oltre 70 anni dalla sua morte, posso dire con orgoglio di essere sua parente, seppure alla lontana, e poterlo dire non è così scontato. Filippo Bozzano per vent’anni dovette mantenere nascosta la propria iscrizione all’Anpi per non essere licenziato dalla ditta privata per cui lavorava. Essere il nipote di Giacomo Canepa e figlio di un deportato a Mauthausen gli impedirono di prendere parte a un progetto perché “parente di sovversivi, così vennero definiti negli anni ’90 dai suoi superiori. Il revisionismo di questi ultimi anni rende ancora più importante fare memoria.

Camilla Gaggero

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