Pascoli e la lingua degli animali: quando poesia e zoologia si incontrano

La componente zoologica del fonosimbolismo pascoliano

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Giovanni Pascoli amava e rispettava la natura e gli animali. Dietro il linguaggio fonosimbolico che caratterizza la sua produzione poetica si nasconde un vivido interesse zoologico.

Tale interesse sta alla base della comunione tra il linguaggio poetico di Pascoli e la lingua degli animali, della quale il poeta si fa interprete. L’impostazione ideologica è chiaramente positivistica e darwinistica e parte da un assunto fondamentale: tutti gli esseri viventi godono di pari diritti e dignità. Secondo questa visione – che pianta le sue radici nella scienza etologica di Konrad Lorenz – uomo e animale si trovano sullo stesso piano e interagiscono continuamente.

Pascoli era esperto della campagna e della vita contadina, nonché dei cortili, degli orti e delle stagioni. La natura costituiva uno dei suoi argomenti preferiti, oggetto di ispirazione poetica ma anche di studio libresco, ricerche e consultazioni documentarie.

Le frequenti onomatopee ornitologiche – e non solo – dei componimenti pascoliani derivano molto spesso dalla lettura di testi di ornitologia, zoologia ed etologia che descrivono linguaggi e abitudini delle diverse specie.

È dal libro di Alberto Bacchi della Lega, Caccie e costumi degli uccelli silvani  (1892), che Pascoli prese, ad esempio, il verso del suo Uccellino del freddo, il cui “zirlo” riecheggia già nella prima strofa della poesia ed è oggetto di interessanti esperimenti linguistici:

“Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina…
trr trr trr terit tirit…”

Fonti altrettanto privilegiate furono l’Ornitologia Toscana  (1827-1831) di Paolo Savi e la Vita degli animali  (1869-1873) del biologo tedesco Alfred Edmund Brehm. Quest’ultimo, in particolare, riportava accuratamente i richiami dei volatili, indicandone timbro e variazioni di tono.

Le descrizioni scientifiche dei suoni degli uccelli costituivano per il poeta il punto di partenza delle sue sperimentazioni fonosimboliche fortemente evocative.

I volatili sono la specie maggiormente rappresentata nelle poesie pascoliane. Essi svolgono per Pascoli il ruolo di animali parlanti e sono gli interlocutori del poeta: hanno la possibilità di comunicare, parlano una lingua decodificabile. Il loro canto costituisce un linguaggio che soltanto il fanciullino riesce a comprendere; l’autore è riuscito a decifrarlo e a tradurlo in parole poetiche di natura fonosimbolica.

Un altro emblematico animale di cui Pascoli riporta la voce è la rana, il cui monotono gracidare si oppone al limpido canto dell’usignolo. Ranocchie, rospi e raganelle si esibiscono, invisibili, in oscuri concerti nell’ombra di fossi fangosi e il loro “strepere nero” fa da colonna sonora ad una poesia che si intitola proprio Le rane. Eccone una strofa:

“Io sento gracchiare le rane
dai borri dell’acque piovane
nell’umida serenità.
E fanno nel lume sereno
lo strepere nero d’un treno
che va…”

Anche la voce degli insetti, come quella di uccelli e anfibi, diventa linguaggio poetico. La cicala frinisce e il suo verso è tutto uno “scampanellare tremulo”, tra grida e fremiti assordanti dal sentore estivo.
In un’epoca in cui l’umanità ha ormai perso la capacità di sintonizzarsi con la lingua degli animali e della natura, Giovanni Pascoli è riuscito a farsi cantore di questo perduto linguaggio.

Annapaola Ursini

 

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