Passaporto per le donne Saudite: il sistema dei guardiani non è a rischio

Il principe ereditario sembra concedere maggior apertura. Ma cosa cambia?

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Le donne sopra i 21 anni in Arabia Saudita possono richiedere autonomamente il passaporto, simbolo per eccellenza della libertà di viaggiare e di spostarsi.

Ma quanto cambia il decreto reale in uno stato dove il sistema dei guardiani ingabbia la donna in una prigione dove privacy e autonomia non fanno parte del normale percorso evolutivo del genere femminile?

La libertà di pensiero e di azione sono soffocate da un fitta coltre di autoritarismo maschilista e di controllo che lascia poco spazio al libero arbitrio.

In un contesto oppressivo di questo tipo  qualsiasi mossa deve essere studiata sotto un’altra luce: libertà per noi basilari rappresentano invece difficoltà e ostacoli non indifferenti per queste donne.

Uscire di casa, ottenere il denaro necessario per gli spostamenti e le pratiche del passaporto, mostrare apertamente la propria volontà di viaggiare sono passi che richiedono il permesso del proprio guardiano.

La misure che un uomo può adottare per scoraggiare una donna sono numerose e le conseguenze delle punizioni e dei metodi coercitivi utilizzati non vengono tutelate o riconosciute dal sistema legale saudita.

 




Qualche mese fa, Human Rights Watch denunciava Absher, formalmente un’app che permette di sveltire le pratiche amministrative, gestire impegni e organizzare mail. Di fatto la ricezione di notifiche e avvisi concede al guardiano la capacità di conoscere gli spostamenti della propria donna.

Alcune ragazze sono arrivate al punto di modificare la password dell’applicazione  o di rubare il telefono del proprio tutore in vacanza, per avere una finestra di tempo da utilizzare per la fuga.

Il filtro dell’autorità maschile è espresso nelle maniere più svariate. Una donna incarcerata, ad esempio, una volta scontata la pena, deve ricevere l’autorizzazione del guardiano per tonare a casa.

In caso contrario, sarà l’autorità giudiziaria a provvedere a un nuovo matrimonio o a una nuova sistemazione.

Il concetto di stupro o violenza sessuale all’interno nel nucleo famigliare non è considerato: una denuncia presentata all’autorità senza il permesso del proprio uomo non è considerata valida.

All’interno del sistema dei  guardiani, i tutori molte volte sono gli stessi perpetuatori delle violenze.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman vuole aumentare la percentuale di donne impiegate nel mondo del lavoro, portandola dal 22% attuale al 30% entro il 2030.

Per farlo, dal 2018 ha avviato una campagna riforme e concessioni che ha portato le donne saudite ad ottenere il permesso di avere la patente, di lavorare in qualsiasi settore e di poter registrare nascite, matrimoni e divorzi.

Tutti decreti reali che sembrano spingere l’Arabia Saudita verso un regime più tollerante e erodere il potere del sistema dei guardiani.

Ma parliamo di decreti regali che non modificano la Legge Fondamentale, una sorta di carta costituzionale  basata sull’interpretazione salafita della Shari’a.

All’interno di questa, il ruolo e la partecipazione femminile rimangono bloccati a una interpretazione rigida e arcaica.

Secondo un gruppo di esperti ONU “tali misure rimarranno fragili se non saranno accompagnate da un più vasto sistema di riforme e di misure che assicuri che tali decreti trovino riflesso nella costituzione del regno dell’Arabia Saudita”.

La strada verso l’emancipazione e la partecipazione ai processi decisionali in ambito politico, economico e sociale e al godimento dei propri diritti civili rappresenta ancora un punto interrogativo nelle vite di migliaia di donne saudite.

“Non dovremmo dimenticare che questi sviluppi positivi sono il risultato di anni di incessante difesa e impegno di molti difensori dei diritti umani e dei diritti delle donne in Arabia Saudita, difensori e attiviste che in molti  casi sono ancora incarcerati”.

Chiara Nobis

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