Il caso Patrick Zaki: dopo un anno, a che punto siamo?

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Il 7 marzo del 2020 uno studente egiziano è stato arrestato dai Servizi Segreti egiziani all’aeroporto del Cairo. Era tornato a visitare i suoi genitori: studiava a Bologna, si stava specializzando in Studi di genere.

Quello studente è Patrick Zaki ed è in carcere da un anno, senza un valido motivo. Nonostante gli appelli di Amnesty International e della politica internazionale, la sua detenzione preventiva si è allungata di 45 giorni alla volta.

Ripercorriamo la storia di Patrick Zaki: cosa è successo in questi 365 giorni?

Chi è Patrick Zaki?

Patrick George Zaki (in arabo: باتريك زكي) nasce da una famiglia ortodosso-copta il 16 giugno 1991 a Mansura, sulla delta del Nilo.

Attivista per i diritti umani, nel 2018 ha organizzato la campagna elettorale di Khaled Ali per le presidenzali. Questi è un avvocato e attivista per i diritti umani, oltre che oppositore del regime di al-Sisi, costretto a ritirare la candidatura in seguito alle minacce e agli arresti dei suoi collaboratori.

Patrick è parte dell’ Egyptian Initiative For Personal Rights, associazione per la difesa dei diritti umani con sede al Cairo.

Nel 2019 aveva cominciato gli studi all’Università di Bologna, grazie all’iniziativa dell’Erasmus Mundus. Aveva cominciato il master GEMMA, il quale si occupa di Studi di genere e delle donne.



L’arresto del 7 febbraio 2020 e il carcere

Patrick aveva deciso di tornare a casa per rivedere la sua famiglia. Quella che doveva essere una breve visita si è trasformata nell’inizio di un calvario.
Il 7 febbraio 2020, all’aeroporto del Cairo, Patrick è stato fermato dai Servizi Segreti egiziani.

Su di lui pendeva un mandato di cattura emesso nel 2019 – del quale però lo stesso Zaki non era a conoscenza.

L’Eipr, l’ong per cui Zaki lavorava, è stata la prima a parlare di cosa è avvenuto dopo l’arresto: è stato picchiato, torturato con l’elettroshock e interrogato sul suo attivismo. Questo per 17 ore, se consideriamo soltanto l’interrogatorio.
Le accuse: diffusione di notizie false, promozione del terrorismo e diffusione di dichiarazioni che disturbano la pace sociale.

Patrick, Giulio e i rapporti Italia-Egitto

In Italia, la cosa ha ricordato da subito il caso di Giulio Regeni. L’Egitto ha ribadito più volte, però, che Zaki non è un cittadino italiano, non vedendo di buon occhio le dichiarazioni italiane al riguardo. Dopotutto, secondo la famiglia di Zaki, questi è stato interrogato proprio sul caso Regeni.

L’Italia, infatti, come per il caso Regeni, si trova nella difficile posizione di dover lottare per i diritti umani e allo stesso tempo salvaguardare gli interessi economici nella regione. Il recente acquisto da 10 miliardi da parte dell’Egitto di due fregate e altri veicoli militari di Fincantieri e Leonardo aveva, giustamente, suscitato grandi ondate di indignazione.



Sono tantissime, infatti, le iniziative che hanno dato sostegno a Zaki e ne hanno chiesto la liberazione: per esempio il movimento delle 100 città per Patrick Zaki della giovane associazione GoFair. Sono tantissime le città che hanno aderito, dando a Zaki la cittadinanza onoraria, fra cui Bologna, Napoli e Milano.
E sono più di 100.000 le firme per chiedere a Mattarella di dargli la cittadinanza italiana, cosa chiesta anche dalla famiglia di Zaki, preoccupata anche dal possibile rischio Covid nel carcere.

Anche l’Europa si è mobilitata per Zaki, con una risoluzione proposta dal parlamentare europeo Majorino sulla violazione dei diritti umani in Egitto.

E oggi?

Al momento Zaki si trova nella prigione di Tora. Cinque giorni fa, di nuovo, è stata prolungata la sua detenzione per 45 giorni. Questa è l’undicesima volta dal suo arresto. All’udienza erano presenti un diplomatico italiano, uno americano e uno danese: ad oggi è l’unico caso giudiziario in Egitto seguito da paesi esteri.

Le preoccupazioni di Zaki sono, in particolare, per la prosecuzione dei suoi studi: il suo avvocato aveva richiesto di consentirgli di studiare a distanza, ma ciò non è stato concesso. Al riguardo, lo stesso rettore dell’Università di Bologna, Francesco Ubertini aveva scritto all’ambasciatore egiziano in Italia, Hisham Mohamed Moustafa Badr.

Ancora oggi, a voce alta, bisogna chiedere la libertà di un giovane, in carcere senza motivo, torturato fisicamente e psicologicamente. Oggi, più che mai, bisogna chiedere la liberazione di Patrick Zaki. A prescindere da ogni interesse geopolitico: la vita umana è più importante, sempre.

Giulia Terralavoro

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