Patrimonio museale e colonialismo: il dilemma della restituzione

Il rapporto tra patrimonio museale e colonialismo è più stretto di quanto si possa credere. Nei musei europei intere collezioni sono letteralmente bottini di guerra.

Il patrimonio di un museo è spesso visto come inalienabile. Le opere delle sue collezioni, i tesori esposti nelle sue sale, i beni faticosamente raccolti nel corso del tempo sono il cuore pulsante di un museo, che non può privarsene in alcun modo. Ma cosa accade quando queste ricchezze sono frutto di saccheggi e spoliazioni?

La domanda può apparire banale, ma ha scatenato un dibattito che dura ormai da decenni. E’ giusto restituire gli artefatti sottratti durante le incursioni coloniali dei secoli scorsi? Per alcuni si tratta di una chiara violazione del diritto di inalienabilità del patrimonio museale. Per altri è un atto di giustizia dovuto, un torto da riparare a ogni costo. E mentre l’Europa appare tuttora divisa sulla questione, la Francia sembra aver raggiunto una soluzione definitiva.

Un nuovo progetto di legge

Il governo francese ha avviato i primi passi per la restituzione di un piccolo nucleo di beni sottratti in epoca coloniale. Il progetto di legge include ventisei artefatti saccheggiati dalle truppe francesi in Benin, fino a oggi esposti presso il Museo Quai Branly di Parigi.

Una presa di posizione forte nel dibattito in merito a patrimonio museale e colonialismo. L’iniziativa francese debutta in un momento di grandi e significativi cambiamenti a livello internazionale e locale. Ne è esempio il recente tentativo di un gruppo di attivisti, chi si è introdotto proprio nelle sale del Museo Quai Branly con l’obiettivo di sottrarre un palo funebre africano del XIX secolo. Il motivo? Denunciare le spoliazioni dell’Africa e delle sue ricchezze, passate e attuali.



Questi beni e il denaro maturato durante la loro esposizione devono essere restituiti. Abbiamo calcolato quanti soldi le nostre opere hanno generato per questo museo. I profitti sono miliardi. 

Mwazulu Diyabanza, attivista

Il tentato furto è stato condannato dalle autorità, che hanno sottolineato la legittimità della rivendicazione ma biasimato le modalità di protesta. Tuttavia, il gesto estremo di questi attivisti ha riacceso i riflettori sulla questione della restituzione degli artefatti sottratti in epoca coloniale ai rispettivi paesi d’origine. Una questione che, in Francia, era già stata affrontata nel 2018.

Patrimonio museale e colonialismo in Francia

La Francia non è estranea a dichiarazioni simili. Già nel novembre del 2017 il Presidente Emmanuel Macron aveva, in una dichiarazione pubblica, espresso la ferma intenzione di favorire la restituzione temporanea o definitiva del patrimonio africano in mostra nei musei francesi.

Da questo discorso era nato il Rapporto Savoy-Sarr. Realizzato dalla storica dell’arte Bénédicte Savoy e dall’economista Felwine Sarr, includeva 252 pagine di analisi e dati a sostegno di un’unica tesi. I beni sottratti durante le spedizioni militari a carattere coloniale devono essere restituiti. In un paese come la Francia, dove nel 1960 figuravano oltre 45.000 artefatti sottratti, patrimonio museale e colonialismo semplicemente non potevano più coesistere.

L’atto di restituire è un tentativo di rimettere le cose a posto, nella giusta armonia. Parlare apertamente di restituzione significa parlare di giustizia, equilibrio, riconoscimento, ripristino e riparazione. Ma soprattutto, è un modo per aprire la strada a nuove relazioni culturali, fondate sui principi etici contemporanei.

Non solo la restituzione era caldeggiata, ma anche intesa come definitiva. Il Rapporto Savoy-Sarr escludeva le restituzioni a tempo determinato, in contrasto con la posizione di Macron che preferiva mantenere viva la possibilità. Ne è testimonianza diretta la riconsegna – temporanea – della spada appartenuta al generale El Hadj Omar Tall al Museo delle Civiltà Nere di Dakar nel 2019.

Il recente progetto di legge è una vera svolta in materia. La proposta prevede il trasferimento diretto della proprietà degli oggetti inclusi, che tornerebbero quindi in maniera permanente a far parte del patrimonio culturale del proprio paese di origine.

Restituire o non restituire? Questo è il dilemma

Laddove la Francia affronta il problema, altri scelgono di ignorarlo. Particolarmente problematica è la posizione del British Museum di Londra, recentemente criticato in ragione della posizione assunta nei confronti di Black Lives Matter. Hartwig Fischer, direttore della prestigiosa istituzione dal 2016, ha espresso solidarietà nei confronti del movimento. Al contempo, è stato duramente redarguito per la mancata risposta del British Museum verso la restituzione di numerosi artefatti che ne adornano le sale. Tra questi, i celebri marmi del Partenone, i tabots etiopi e un monolite proveniente dall’Isola di Pasqua.

La questione del rapporto tra patrimonio museale e colonialismo è tutt’altro che risolta. A prescindere dalla volontà dei singoli governi, mancano all’appello molte risposte sulle norme regolanti le restituzioni. Cosa si dovrebbe fare, per esempio, in caso di acquisti legittimi o lasciti testamentari? La richiesta di restituzione dovrebbe partire dal paese di origine o da quello attualmente proprietario del bene? Ai posteri le soluzioni.

Carlotta Biffi

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