Paul Klee: il pittore che viveva l’arte come sinonimo di libertà

Quello di Paul Klee è un nome che troppo spesso viene dimenticato, quando si parla di arte. Padre dell’astrattismo, nacque nel 1879 a Berna. Era figlio d’arte, poiché i suoi genitori erano musicisti. Sin da piccolo fu introdotto alla musica, e guardando i suoi quadri questo elemento biografico si palesa all’osservatore, che non può fare a meno di notare una connessione tra la sua opera pittorica e la fluidità, appunto, della musica.

Da piccolo inizia a suonare, ma ben presto le arti figurative assumono un ruolo di tutta rilevanza nella sua ricerca espressiva. La sua pittura rifugge ogni sfumatura di formalismo ed esige l’abolizione di ogni schema. Klee è libero, davanti alla sua tela. Libero di sperimentare in qualsiasi modo gli viene in mente. Una sperimentazione che si traduce anche con la scelta di materiali non convenzionali: Paul Klee dipinge su tela, ma anche su cartoncini, giornali … fabbrica persino delle marionette.

L’arte diventa una necessità così come una forma di libertà, ed è spontanea, aperta ad ogni tipo di lettura da parte di chi si trova di fronte ad una delle sue opere. Ed è proprio questo il punto di forza e arma vincente. All’osservatore non viene chiesto di ragionare, solo di “sedersi ad ascoltare, ad ascoltarsi”.

Le forme, le sagome tradizionali e complesse si frammentano e decompongono, diventano combinazioni di elementi semplici, in un gioco cromatico talvolta armonico, talvolta disarmonico. Che perfettamente si sposa all’approccio di Kandinskij, con il quale fu amico e lavorò all’interno del gruppo artistico Der Blaue Reiter.

Un approccio istintivo, spontaneo, privo di strutture e sovrastrutture. Una letture metafisica e spirituale della realtà, spigolosa, frammentaria, irregolare. E, soprattutto, libera.




In molti hanno apprezzato l’arte di Klee, persino il filosofo Benjamin, che ha come grande merito quello di avere indagato la modernità nella sua complessità.

La fase di transizione che ha accompagnato l’uomo tra ‘800 e ‘900, che lo ha scortato nel secolo breve. In particolare, la sua attenzione viene catturata dall’Angelus Novus.

Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Questa è l’interpretazione del filosofo. Ma la cosa bella è che ognuno di noi è libero di dare la sua. A questo quadro, così come alle forme assemblate e disassemblate dei quadri più astratti. Forme di libertà.

Sofia Dora Chilleri

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