Il pazzo è un sognatore sveglio

"Commerce Counselor Ebenstein" Oskar Kokoschka, 1908
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Denominato “Gran selvaggio”, Kokoschka irrompe sulla scena artistica internazionale con il suo temperamento trasgressivo e indomito e la sua arte nuda e cruda che scardina i parametri pittorici consolidati. Egli serba e interiorizza la cultura del tempo dominata da una dicotomia tra virilità maschile minacciata dall’alterità femminile, presente nell’opera omnia di Klimt e altri artisti secessionisti.

Femminilità accentuata nei suoi tratti più drammatici, sentore dell’artista che si rivela personalmente vittima di un matriarcato imperante. Egli sente minato il suo difficile equilibrio psichico dalla figura femminile e manifesta un rapporto controverso con l’eros che tinge di tinte fosche e violente. La violenza insita che lo percuote viene sviscerata sulle sue tele dove colori densi, puri, e vividi, separati da una linea di contorno nera marcata, danno vita a immagini oniriche che sublimano il suo perenne stato di instabilità psichica.

La costante lotta tra Eros e Thanatos è una sua ossessione. Si sente perseguitato fin da bambino dalla paura, da una sensazione di disagio e precarietà emotiva. Sublimerà questa sensazione nella sua arte che desterà scandalo nella pubblica opinione, ma riscuoterà anche il consenso di personalità come Klimt e l’architetto Adolf Loos che ne elogeranno il talento.

In Kokoschka il desiderio di verità ha deposto quello della bellezza. La cura per la bella forma verrà sacrificata in nome di un “verismo” che lacera i tratti e deforma le sembianze degli elementi raffigurati. L’obbiettivo è “rendere visibile l’eternità del transitorio”, “rappresentare il dramma della materia destinata ineluttabilmente alla marcescenza. Questa dirompente esigenza di autenticità fa scavare il pittore nei meandri dei visi da lui ritratti, portando alla luce la nervatura, i vasi sanguigni che vengono a costituire la vera e propria pelle. Come se non ci fosse differenza tra l’esterno e l’interno, ma fossero un tutt’uno. L’anatomia e le sembianze fisiche coincidono con il tessuto psicologico, in particolare con il malessere e il disagio vitale, insito nell’uomo. La malattia è una delle categorie concettuali con cui Kokoschka filtra l’empirico.

Nell’osservare un suo ritratto, dal “Conte di Verona” a quello di “Adolf Loos”, si avverte l’urto della pennellata con l’Invisibile. Una lacerazione psicologica e spaziale. Ogni singola contrattura facciale, ogni nervo in superficie, ogni ombra, nei visi raffigurati conferiscono questa volontà di verità, questa consapevolezza dell’imprescindibile dato reale e della sua transitorietà.

Questo aspetto l’artista lo riprende dalla poetica di Rembrandt, del quale sostiene che “sia capace di guardare la realtà in faccia tanto da comprendere la transitorietà e ciò nonostante da darle forma. E ciò nonostante rendere la sostanza immortale trasparente nella forma mortale”. Ecco questa è la sua idea di Espressionismo: varcare l’esteriorità del soggetto, portando alla superficie la sua inevitabile instabilità interiore, dando “forma al vissuto, in modo che sia comunicazione e messaggio da un Io a un Tu”. L’esperienza dell’Altro considerata come un complesso d’impressioni che coinvolgono tutti i nostri sensi e le associazioni di pensiero annesse e conseguenti.

La sua arte non è solo cerebrale, contrita nell’introspezione, è anche dotata di un intimismo poetico come si disvela nell’opera “Natura morta con castrato e giacinto”, descritto quest’ultimo come “un dito puntato verso il cielo che placa l’eterno terrore che tutto, fuorché le cose vissute, sia vano”.

Elemento fondamentale nell’iconografia dell’artista è la raffigurazione delle mani dei soggetti, così nerborute, sproporzionate, ossute che racchiudono gelosamente la personalità dell’individuo rappresentato.

"Commerce Counselor Ebenstein" Oskar Kokoschka, 1908
“Commerce Counselor Ebenstein” Oskar Kokoschka, 1908

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Costanza Marana 

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