Pensavo fosse amore, invece era una grappa barricata

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Quanto tempo è trascorso? Devo aiutarmi con il conteggio dei mesi: all’inizio, contavo i giorni, lo sai? E ogni sera, quando mi rendevo conto che un’altra giornata era passata senza che io ti cercassi, mi compiacevo di me stessa. E mi sentivo forte. Sì, sentivo che pian piano, stavo recuperando le energie che il sentimento che avevo provato per te, mi aveva tolto.

Contavo i giorni, ma ti cercavo tra le pagine dei libri che leggevo, tra le note delle canzoni che ascoltavo, nei posti in cui mi recavo, e il pensiero di non condividere con te tutto questo, lo ammetto, mi spaventava. E mi sembrava impossibile tener fede a quella promessa che avevo fatto a me stessa. E in alcuni momenti, ho anche sperato in una tua mancanza di rispetto: ho sperato in un tuo tentativo di avvicinamento. Perché mi mancavi. Semplicemente. Sentivo la tua mancanza e riempivo il mio tempo in maniera compulsiva affinché nessun momento fosse vuoto e mi ricordasse quel vuoto che prima era occupato da te. Perché quel vuoto, in fondo, non è altro che il tuo posto, e continua ad esserlo: come sradicare un albero senza piantarne un altro, senza creargli un sostituto, poiché lo spazio e il terreno non lo permettono. Ed è giusto così. Ci sei stato tu, lì. A quel tempo.

E non riempirò quell’aiuola con nessun altro nome, con nessun altro corpo, con nessun altro ricordo. Niente che non sia il ricordo di te. E di me, con te.

Sai, ho imparato a fidarmi del tempo: è vero che non passa mai senza apportare cambiamenti. E queste parole, queste mie parole, che sto scrivendo con occhi asciutti e mani decise, ne sono una dimostrazione.

Se mi torni in mente? Poco, raramente, ma mi torni in mente, sì. E non ho paura di accogliere il ricordo di te, della tua voce, del modo in cui mi stavi ad ascoltare, di quello con cui cercavi di farti perdonare… se mi ci metto, credo di ricordare ancora tutto.

E non fa male. Perché quando ti penso, non devo ricorrere a nessuna forza maggiore per convincermi che ti odio o che ti ho dimenticato. Già, hai capito bene: non ti odio. Perché odiarti significherebbe inventare un’armatura ed indossarla per impedire all’amore di travolgermi ancora, e non ne ho bisogno. E dimenticarti, no, non voglio. E non posso: non esiste un limbo riservato alle persone che si è amato, non esiste un oblio così potente, così spietato, così vigliacco. Io non lo sono. E credo che a distinguermi da te, sia stato anche questo: l’onestà. Quella con cui ti ho guardato, parlato, urlato contro e sbattuto il telefono in faccia, quella con cui ti sono stata vicina anche quando l’unico desiderio era scappare via, il più lontano possibile. Tu, invece, hai scelto sempre la strada più facile, eri semplice tu. Una semplicità diventata vigliaccheria. Perché dicevi di volermi bene.

Te ne ho voluto tanto anche io.

Talmente tanto che quello che potevamo vivere e condividere, non mi è mai bastato. Talmente tanto che “Ma non lo vedi che siete diversi in tutto?” , “Ma tra tutti i ragazzi che ci sono in giro, proprio di lui dovevi innamorarti?”, “Stai sprofondando e sappi che lui non ti soccorrerá”, erano parole risucchiate, cancellate in pochi secondi: il tuo sorriso era sufficiente affinché ciò accadesse. E talmente tanto da non accorgermi di quanto eri lontano da me pur se il tuo corpo era a due dita dal mio: sentivo la tua mancanza anche quando eravamo insieme. Eri presenza e al contempo nostalgia.

Eri nel presente e allo stesso tempo facevi parte del passato. O di un presente mai vissuto davvero. Sei stato la mia droga. Un formidabile effetto placebo.

Stanotte, mi sono ritrovata tra le mani parole con cui mesi fa dicevo, con cui scrivevo che “sarebbe bello incontrarsi tra vent’anni, e anche più, così, per caso, accompagnati l’uno davanti all’ altra da quelle coincidenze di cui la vita si serve per dimostrare la sua fantasia. Mi piacerebbe. Per vedere cosa ha saputo fare il tempo trascorso lontani. Per sentire se lo ha capito, lui, il senso di quel “mai più”. Per guardarlo negli occhi e verificare se sono davvero l’unico punto dell’ universo in cui posso fermarmi, e restare quanto desidero. E per chiedergli, chiedermi, cos’ era. Cosa è stato. Cosa ne é stato. E cosa siamo stati in quella vicinanza e come siamo stati nella lontananza. In un breve “ciao”, gli chiederei se per i venti e più suoi compleanni ha atteso i miei auguri, se ha terminato la lettura del libro che gli regalai, giungendo alle parole che sottolineai per non farle passare inosservate, se passando da quella strada, il ricordo di quell’ultimo incontro gli è mai tornato in mente. In un solo “ciao” lo odierei ancora, di nuovo. E lo amerei ancora, di nuovo. O forse, farei finta di non vederlo, di non riconoscerlo. Perché, mi direi abbassando la testa e accelerando il passo, il tempo di un “ciao” non basterebbe per dire tutto. O sarebbe troppo e permetterebbe di dire anche il superfluo. Il tempo di un “ciao” non sarebbe capace di raccontare quante lacrime e quante speranze e quanta rabbia. Quel tempo, dopo tanto tempo, non sarebbe degno di vincere. Mi piacerebbe, forse, rincontrarlo tra vent’anni, ed anche più. Per ritrovare e riprendermi ciò che mi appartiene… e che non sono riuscita a strappargli dalle mani, per paura che mi dimenticasse”. Pensavo, dicevo questi mesi fa. Ora? Ora non accade più di pensare a te quando immagino il mio futuro. Non ci sei: né come speranza, né come curiosità, né come rimpianto.

Ma devo ringraziarti. Perché senza di te, non avrei conosciuto e amato quella parte di me per la quale tu mi definivi “strana” e che, guarda un po’, è la parte di me che più adoro. Perché senza di te, non avrei dato il massimo, il meglio di cui ero capace: oh sì, tutta quella rabbia diventava energia positiva. E perché, senza di te, probabilmente, non avrei apprezzato il forte gusto della grappa barricata. Né avrei goduto dei suoi benefici: come aiuta a buttar giù lei, la grappa barricata, pochi altri digestivi riescono a farlo. E chissà, se ti incontrassi tra vent’anni, magari in un bar, te lo offrirei volentieri un grappino. Per farti vedere come ci si sente a buttar giù un sorso amaro e forte, e per farti vedere che per guardagnarsi il sollievo e la liberazione da un peso sullo stomaco, bisogna stringere gli occhi e rinunciare alla luce per un po’. Per il tempo necessario. Quello che è servito a me per liberarmi dal pensiero di te e che mi ha portata qui, davanti al barista che, mentre mi serve, mi chiede cosa devo buttar giù con questa grappa. “Nulla, non devo buttar giù nulla”. A questo, ci ha pensato il tempo. Come dicevi tu? “Tutto viene e tutto passa”, giusto? Avevi ragione. In fondo, tu, hai sempre avuto ragione. 

 

Deborah Biasco

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