Pensieri sparsi: l’uroboro ed il Duemila

Come sempre accade alle civiltà in espansione come la nostra, la multietnicità e la globalizzazione hanno creato non solo una nuova concezione dell’uomo in sé ma anche del gender, del diritto, del linguaggio e e nuovi pensieri sull’esistenza.

Non che sia storia nuova, solo che gli storici si dimenticano come per magia del miscuglio culturale dell’ellenismo, dell’Impero Romano o di quello britannico. Parliamo sempre della stessa corrente che sta ora colpendo la civiltà occidentale al tempo della predominanza americana, solo con le variazioni naturali dovute al contesto specifico.

Guarda caso in ambito filosofico e religioso, proprio come oggi accade, nell’Impero Romano s’è avuta un’influenza dei culti orientali: da quello di Cibele passando per quello dionisiaco fino alla religione del dio Sole e gli eccessi sincretici di Eliogabalo.

Oggi noi abbiamo l’assimilazione di tecniche come lo yoga, la meditazione trascendentale, il concetto di karma e quello di reincarnazione fin dentro la quotidianità.
Nelle età di fusione si hanno poi i miscugli dei ruoli sessuali e della concezione del gender: la donna comincia a vedere nuovi diritti e ad essere concepita nell’ellenismo come nuova espressione della bellezza nel mondo greco così fortemente maschile. Si crea poi un’ideologia artistica e culturale omosessuale il cui archetipo è l’ermafrodito per il Mediterraneo antico fin dalla Grecia e che si trasmette in forme più sofisticate ed attuali nel mondo intellettuale inglese: Wilde a prescindere dal genio personale, è figlio del suo tempo, così come Virginia Woolf.

Ai giorni d’oggi la situazione è più complicata: soprattutto perché la libertà della donna e la cultura gay si sono trasformati da movimenti e riscosse del sentire personale in partiti e lobbies: in una parola, flagelli.
Lo scetticismo, non sconosciuto al mondo antico, ha fatto dilagare un odio per la religione e di conseguenza per la Storia ed il passato tutto.




I filosofi postmoderni non vogliono restaurare la religione ma far “capire” quanto oppressiva sia la società, che perfino nella concezione delle cose, dei fatti minimi della vita, s’esprime in termine di potere e segregazione delle minoranze (che minoritarie in politica non sono mai fino in fondo).

Il tutto viene messo in pratica con una limitazione del linguaggio con la scusa dell’hate speech, il revisionismo degli studi biologici negli atenei e l’introduzione degli studi femminili e transgender.

Se oggi abbiamo i cavalieri del politicamente corretto che “s’ergono contro il razzismo del patriarcato”, non ci dobbiamo stupire: sono le scorie di una società che non crede più in sé stessa.
Si parla quindi di ribellione alla struttura, di politicamente corretto, di politica che di fatto non esiste se non come palco per gli elitari e l’economia (che è il vero motore di tutto).

Gli antichi non avevano avuto la sfortuna, nonostante fossero degenerati fino alla parodia di sé stessi, di avere Foucault, Gloria Steinhem, Derrida o Lacan.

Fatto sta che tutti gli imperi, non solo quello romano, avevano le loro sinistre “progressiste”, in bilico tra il viscido ed il melenso, il violento e l’aggressivo, mischiate in affari esteri e pronte per finanziare spedizioni di conquista ma anche dilettarsi nel collezionismo di amenità esotiche (ma sempre in nome del bene di tutti, certamente!).

Come sempre accade in queste faccende, le campagne e le province fanno fermentare la tradizione contro i costumi cittadini puntanti all’avanguardia e a nuovi modi di vivere: non per niente, le campagne diventeranno per gli antichi romani il baluardo del paganesimo contro i cristiani, così come le province attuali si scontrano con i modi di sentire cittadini.

Nella Grecia imperiale gli scrittori e i letterati pensavano all’età di Pericle come all’età dell’oro, i Romani del patriziato senatorio guardano ai tempi pre-imperiali come baluardo della morale e gli inglesi vittoriani ripensano alla campagna pre-industriale attraverso il loro poeta preferito: Tennyson.
Sempre da noi si può notare una nostalgia per il passato, come per il gretto Novecento, secondo quanto accade nelle nuove generazioni che sono troppo deboli per creare dei movimenti solidi.

Molti altri però hanno veramente capito il senso del nuovo mondo che abbiamo davanti e armati di Jung, Nietzsche, del sapere artistico e tanta voglia di viaggiare, stanno acquistando coscienza dei portali davanti a noi spalancati. Non per niente, la fine dei mondi crea grandi personalità: senza la crisi dei vecchi valori e delle istituzioni (sempre cancerogene, non importa la forma), come sarebbero nati un Alessandro o un Adriano? Noi li stiamo solo aspettando.

Antonio Canzoniere

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