Per Yasmina Khadra, Dio non abita all’Avana

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Come parlare delle incertezze e delle possibilità del mondo odierno, senza cadere nell’astratto o nel retorico? Yasmina Khadra ha scelto di farlo seguendo la parabola esistenziale di un cantante cubano. È detto “Don Fuego”, per la sua arte d’infiammare il pubblico. È un idolo indiscusso di connazionali e turisti; è l’anima del Buena Vista Café, che fa parte del patrimonio pubblico. Nulla può scalfire la sua posizione; nulla può impedirgli di vivere della propria passione: il canto. O no?

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Yasmina Khadra, “Dio non abita all’Avana”, Sellerio.

Questa è la trama del romanzo Dio non abita all’Avana (Palermo 2017, Sellerio). Yasmina Khadra, a dispetto di quanto si potrebbe credere, è uno scrittore. Firma le opere col nome della moglie, da quando ha dovuto adottare questa misura per sfuggire al biasimo dei superiori. È stato infatti un ufficiale dell’esercito algerino. Nel 1999, lasciando la carriera militare, ha svelato la propria vera identità ed è andato a vivere in Francia.

 

Per tornare alla storia di Don Fuego, egli sembrerebbe l’incarnazione di una vita perfetta. Ha sognato e ha vissuto i propri sogni nella realtà. È impareggiabile nel trovare il lato buono d’ogni cosa. Figlio di una coppia appassionata e indistruttibile, ha fatto proprio l’insegnamento del padre: non credere in ideologie o religioni, ma vivere la propria vita. Essere “un vero uomo” evitando di voler apparire diverso da se stesso.




 

Il credo esistenziale di Don Fuego viene messo a dura prova, quando il Buena Vista Café viene privatizzato. La nuova proprietaria, una signora di Miami, ha disposto lavori di ristrutturazione, che terranno il locale inattivo per almeno sei mesi – se non di più. Un periodo di disoccupazione e, soprattutto, di vuoto esistenziale, per il non più giovane cantante. Inutile protestare. Il direttore del Buena Vista gliel’ha detto senza giri di parole:

 

“Tutti apparteniamo allo Stato, Juan, anche le nostre case, le nostre carriere, le nostre preoccupazioni, i nostri soldi, i nostri cani, le nostre mogli e le nostre pu*tane, persino le corde con cui un giorno saremo impiccati. E quando lo Stato decide di fare a meno di noi, è nel suo pieno diritto.” (p. 23)

 

Bisogna dunque accettare la situazione e reinventarsi un’esistenza. Pedro, il direttore, decide di lasciar perdere quella vita che l’ha inchiodato a una sedia d’ufficio e girare il mondo con la propria famiglia. Non vuole più vivere coi paraocchi della routine.

 

E Don Fuego? Per lui, non è così facile. L’esistenza di un artista è sospesa a un filo volubile: l’interesse del pubblico. Quando le persone incantate dall’arte perdono quella magia, non c’è soccorso possibile, per l’incantatore fallito. Specialmente se si è orgogliosi come il protagonista, che continua a considerarsi un divo.

 

Il cantante torna a vivere nell’affollatissima casa della sorella. Con uno sguardo retrospettivo, emergono le falle nella sua vita apparentemente favolosa: il divorzio dalla moglie, che si sentiva trascurata; una figlia che lo adora, ma che proprio per questo non ha accettato il suo presunto abbandono; un figlio che sta demolendo la propria esistenza con una sciocchezza dietro l’altra.

 

Anche il giudizio di Don Fuego sulle persone che lo circondano cambia inesorabilmente. Si sa che “gli amici veri si vedono nel momento del bisogno”, non prima… Soprattutto, cambia il suo giudizio su se stesso. Deve a tutti i costi trovare un modo per non lasciarsi andare al delirio esistenziale – come coloro che sacrificano galletti a divinità inventate di sana pianta.

 

“All’Avana Dio è ormai una moneta fuori corso. In questa città che ha barattato il suo lustro d’un tempo con un’umiltà militante, fatta di privazioni e abiure, il vincolo ideologico ha avuto ragione della fede. Dopo aver esaurito il repertorio di invocazioni rivolte al Padre di Gesù, ed essendosi quest’ultimo reso irreperibile, i questuanti di miracoli hanno fatto rotta verso gli spiriti dei loro antenati. Trovano meno rischioso affidarsi a preti e ciarlatani piuttosto che sollecitare profeti più interessati a coltivare il proprio giardino dell’Eden che ad occuparsi dei poveri diavoli di questo mondo.” (p. 43)

 

Scetticismo e autostima, però, non salveranno Don Fuego dall’incontrare il proprio idolo fatale: Mayensi, una ragazza bellissima venuta dalle campagne in cerca del fratello. È sola e all’addiaccio, mentre, intorno a lei, vanno consumandosi efferati omicidi di senzatetto… Bisogna proteggerla. Ma il sentimento dell’attempato cantante per lei non è solo paterno…

 

La passione totalizzante per Mayensi darà senso alla sua vita – almeno per un po’. Il lieto fine non sarà quello che lui vorrebbe. Tuttavia, quella dea infida trovata per caso gli lascerà un dono duraturo e salvatore.

 

“In verità, non perdiamo mai del tutto ciò che abbiamo posseduto per lo spazio di un sogno, perché il sogno sopravvive al proprio fallimento, come la mia voce sopravviverà all’estremo silenzio.” (p. 234)

 

Erica Gazzoldi

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