Perché una guerra in Corea del Nord è improbabile

Tutti odiano la Corea del Nord, tutti. Credetemi: tutti. È davvero assurdo quanto sia antipatica al mondo intero questa nazione, eppure nessuno ha mai fatto nulla per riunificarla alla ricca sorella del Sud, come giustamente ha fatto notare Barbara Demick, del Los Angeles Times. Nessuno, nonostante le numerose violazioni dei diritti umani e nonostante le ripetute minacce (ultima delle quali il razzo che ha attraversato il Giappone), ha mai intrapreso una campagna militare per destituire la tirannica dinastia dei Kim.

Stamattina vi farò iniziare la giornata con pane e geopolitica: perché fino ad oggi la Corea del Nord è riuscita a sopravvivere nella sua utopia socialista in maniera piuttosto eremita ed indisturbata?





1) Cominciamo con la Russia, la prima a non voler metter becco. Il Cremlino è infatti preoccupato da un eventuale incremento di controllo dell’area sud-est asiatica da parte di Seul (membro Nato) in caso di riunificazione. Meglio non toccare l’instabilità, meglio pensare all’Ucraina o alla Siria.

2) Non si è mai sbilanciato il Giappone che dalla frammentazione delle due Corea ne ha guadagnato in maggior controllo sul mare omonimo tra l’isola e il continente. Questione di interesse economico.

3) Non ha cercato mai di dissolverla la Cina che l’ha sempre usata come zona cuscinetto con il Sud. Un avamposto in caso di attacco Nato. Scelta militare e strategica.

4) Nemmeno gli Usa, nonostante le prove di forza di questi mesi del presidente Trump, hanno interesse nella riunificazione. La pace tra Seul e Pyongyang determinerebbe la fine ufficiale della guerra tra le due Corea e imporrebbe all’esercito statunitense il ritiro dall’area, non potendo giustificare alla comunità internazionale una così massiccia presenza militare. Convenienza nella sopravvivenza, anche in questo caso.

La Corea del Sud è forse il paese meno desideroso di unità, strano vero? Il costo delle aperture delle frontiere sarebbe infatti altissimo. Si assisterebbe a migrazioni di massa da nord a sud e oltretutto Seul dovrebbe investire centinaia di miliardi di dollari per pareggiare il gap produttivo e tecnologico tra le due Corea. Sarebbe un vero e proprio shock economico, per molti analisti insostenibile.

Forse gli unici che vogliono la riunificazione tra le Corea a questo punto potrebbero essere i poveri abitanti del nord, da anni sofferenti a causa di carestie e sottoposti quotidianamente alle odiose forme di una dittatura grottesca ed opprimente che basa tutto il proprio potere sul solo utilizzo del terrore e della minaccia.

Tuttavia deve essere sottolineato come l’opinione pubblica occidentale non abbia mai dato particolarmente peso alla voce dei cittadini del nord, trattandoli il più delle volte come una informe massa di alieni folkloristici degni di studio, scherno ed osservazione, dimenticandosi di riferirsi prima di tutto a degli individui che chiedono innanzitutto ascolto e tutela dei propri diritti.

Quali siano le conseguenze di un’invasione militare e di una certa sconfitta del regime di Kim Jong Un ancora non è chiaro nemmeno ai migliori strateghi militari. L’ipotesi più papabile in caso di conflitto è una conservazione del regime e della divisione delle coree, magari con qualche cambio al vertice e la destituzione del “Caro Leader Kim” e della linea oltranzista ed eremita del Nord.

Si può affermare solo con un certo imbarazzo che in un pantano simile tutto è instabile e tutto è altamente rischioso. Una situazione così assurda da legittimare a pieno titolo persino il ruolo da mediatore di Antonio Razzi che nei mesi scorsi si è auto candidato a pacificatore fra l’occidente e quello strano pianeta alieno appoggiato sul mondo chiamato Corea del Nord. Affidare temi così delicati al celebre senatore è un azzardo che paradossalmente potrebbe trovare dello spazio solo nella surreale Pyongyang.

E in Italia, ovviamente.

 

Alessandro Sahebi

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