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Home Cultura

Perché Henry Avery è considerato il “re dei pirati”?

di admin
28 Ago 2019
in Cultura
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avery re dei pirati

Avery irrompe nella stanza delle donne sulla nave del gran Mogol

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LA “DURA” VITA DEL PIRATA

Il mestiere del pirata era piuttosto semplice: assaltare e depredare la vittima per poi vivere nella dissolutezza in barba alle autorità. Un lifestyle che convinse uomini in cerca di fortuna ad arruolarsi al servizio di carismatici pirati assetati di ricchezza (altrui, ovviamente). Nonostante l’antichità del fenomeno, già conosciuto da Greci e Romani, una diffusione globale della pirateria vi fu dal XVII secolo. All’epoca Francia e Inghilterra finanziavano le scorribande dei vascelli corsari, incaricati di depredare i ricchi mercantili spagnoli.

Col tempo i corsari divennero incontrollabili, agendo per conto proprio e perseguendo la ricchezza personale. Nel 1717 re Giorgio I d’Inghilterra offrì il perdono ai pirati, nel tentativo di rendere più sicure le rotte marittime, ma non tutti accettarono. In quegli anni si scatenò una grande caccia ai pirati, i quali aumentarono spinti dallo stile di vita che gli veniva promesso. Molti nomi della cosiddetta golden age della pirateria sono giunti fino a noi, accompagnati da storie più o meno romanzate. Tra questi alcuni dei più conosciuti sono Edward Teach (Barbanera), John Roberts (Black Bart), John Rackham (Calico Jack), Samuel Bellamy (Black Sam), Anne Bonny e Mary Read.

A chi spetta però il titolo di più grande pirata di tutti i tempi? Impossibile dirlo con certezza. Ma c’è un nome poco noto ai non appassionati che spunta fuori quando si parla di tesori al di là di ogni immaginazione. Un pirata che non si accontentò di assaltare una sola nave, ma andò all’arrembaggio dell’intera flotta del Gran Mogol. E ci riuscì alla grande.

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Il suo nome era Henry Avery. L’enormità della sua impresa fu tale da spingere i suoi contemporanei a chiamarlo “re dei pirati”. Un aspetto comune a gran parte dei pirati era una vita breve conclusa da una violenta morte. Alcuni, tra cui Barbanera e Calico Jack, morirono piuttosto giovani cercando di sfuggire invano alle autorità. Infatti non tutti, nonostante i ricchi bottini, potevano (o volevano) permettersi il lusso della “pensione”. Henry Avery fu diverso anche in questo. Il colpo inferto dal pirata inglese al  Gran Mogol gli consentì il ritiro dalle scorribande navali, dedicando il resto della sua vita al vizio e al lusso. Un successo effimero, come dimostreranno i suoi ultimi anni di vita.

LE IMPRESE DI HENRY AVERY

Nato in Inghilterra nel 1659, sono poche le fonti attendibili sulla sua vita. Come altri pirati dell’epoca Avery (a volte citato anche come Every o Evory) militò dall’altra parte, ovvero nella marina. Fu cadetto nella Royal Navy per alcuni anni prima di darsi alla pirateria. Organizzò un ammutinamento in Spagna, dove la nave su cui prestava servizio restò ferma per molto tempo a causa di un disguido economico. Sottratta la nave al capitano in comando, Avery la ribattezzò Fancy (al posto dell’originario Carlo II) e partì con i suoi uomini all’arrembaggio delle malcapitate navi che incrociavano la sua rotta.

Dopo aver assaltato navi inglesi e danesi lungo le coste africane, la Fancy raggiunse la remota isola di May, dove attraccò. Avery prese in ostaggio il governatore dell’isola, facendosi consegnare numerosi rifornimenti, e ripartì per la lontana Guinea, di nuovo lungo le rotte africane. Durante le lunghe traversate aggredì altre navi e prese con sé diversi schiavi per ampliare il proprio equipaggio. Nel 1695 la Fancy poteva vantare una notevole forza offensiva, tale da puntare a bottini ancora più ricchi e per questo rischiosi.

Avery guidò l’arrembaggio prima alla Fath Mahmamadi, una nave che fruttò decine di migliaia di sterline; successivamente andò alla ricerca della famosa Ganj-i-Sawai. Quest’ultima era pesantemente armata e scortata, poiché trasportava le favolose ricchezze del Gran Mogol. Non solo spropositate quantità di seta, argento e oro, ma anche nuovi schiavi, armi e sventurate donne. Testimonianze dell’epoca riportano le atrocità commesse da Avery e dai suoi uomini sull’equipaggio sconfitto. Una donna, forse figlia del Gran Mogol, venne catturata dal capitano pirata che ne fece la sua sposa. La ciurma fece rotta per il Madagascar, dove si abbandonò agli eccessi più spinti.

Il Gran Mogol fece pressione sul governo inglese affinché catturasse Avery. Si scatenò una caccia all’uomo in tutti i mari, che costrinse il temerario pirata a spostarsi attraverso l’Atlantico. Raggiunte le Bahamas, tentò di corrompere le autorità con parte della sua fortuna per comprarsi il perdono reale. Il sovrano inglese non accettò, e Avery sprecò le sue ricchezze nel tentativo di condurre una vita normale sulla terraferma. Stabilitosi in Inghilterra, morì in solitudine probabilmente per complicazioni dovute al rigido clima inglese.

In realtà la mancanza di notizie certe sulla sua morte ha dato vita a diverse teorie. L’alternativa alla morte triste e solitaria per alcuni sarebbe una lussuosa esistenza nell’anonimato, magari nella leggendaria Libertalia (fantomatica colonia pirata fondata da Avery). In ogni caso, Avery non venne né catturato, né giustiziato. Anche questo aspetto contribuì ad elevarlo a “re dei pirati”.

Mario Rafaniello

Tags: FancyGran MogolHenry Averypirateriapiratire dei pirati
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