Perché i russi sono fissati con Sanremo e con i cantanti italiani degli anni Ottanta?

Umberto Tozzi che si esibisce in Russia, i Ricchi e Poveri in Kazakistan, Albano e Romina in Polonia: dagli anni Ottanta, i cantanti che qui in Italia hanno fatto il loro tempo, nei Paesi dell’ex Unione Sovietica continuano a riscuotere un grande successo. Dietro a quella che forse banalizziamo come un’ossessione un po’ kitsch, ci sono una storia e delle motivazioni non così superficiali. Ecco perché i russi sono fissati con Sanremo e con i cantanti italiani degli anni Ottanta. 





Avrete sicuramente sentito in giro delle battute sul fatto che se Albano non andasse più in Russia, Putin ci toglierebbe il metano. Su Pupo, Umberto Tozzi, i Ricchi e Poveri che vengono invitati, ancora oggi, nel 2021, a spettacoli e concerti privati organizzati per il matrimonio o il compleanno di un oligarca kazako. A noi nati tra gli anni Ottanta e Novanta questo carosello moscovita di star un po’ attempate che abbiamo conosciuto solo nella parabola discendente della loro carriera suscita qualche perplessità. Cosa c’è di più kitsch, pensiamo, di Toto Cutugno che viene ricoperto di rubli per un concerto in prima serata a Mosca, mentre in Italia, se gli va bene, viene intervistato la domenica pomeriggio da Mara Venier?

Un concerto di Albano e Romina in Polonia, risalente al 2018: il video ha 3 milioni di visualizzazioni su YouTube. 




Dietro al successo sovietico e post sovietico di questi artisti, però, c’è una spiegazione storica molto interessante, che non può essere liquidata semplicemente con un “Eh, i russi sono un po’ sopra le righe” o con “Eh, ma gli italiani sono simpatici”. Vediamola insieme.



Questo articolo ha attinto a piene mani dal video realizzato dal documentarista Stefano Tiozzo, che trovate al termine del testo. Per ulteriori approfondimenti, poi, Marco Raffaini ha realizzato il documentario dal titolo “Italiani veri”.  

Prima di rispondere alla domanda sui russi fissati con i cantanti italiani, bisogna fare una premessa storica. Innanzitutto, l’amore del popolo russo verso tutto ciò che è italiano nasce dalla fine del Medioevo. Ivan III, detto Il Grande, ad esempio, contatta architetti e artisti italiani per costruire il Cremlino di Mosca. Si tratta di nomi come quello di Aristotele Fioravanti, per noi praticamente sconosciuto, che possono fornire allo zar e alla sua corte una sorta di status symbol di grandezza e pregio. Questo avviene anche successivamente anche per la città di San Pietroburgo, nel XVIII secolo: a essere chiamato in causa è l’architetto Bartolomeo Rastrelli, che progetta praticamente tutti gli edifici imperiali del tempo.

Italia sinonimo di bellezza

L’Italia, quindi, è da sempre per i russi la declinazione della bellezza in tutte le sue forme. Anche gli scrittori non vanno esenti da questo innamoramento: Gogol’, ad esempio, è folle d’amore per l’Italia. Il golfo di Napoli, invece, è la sede della scuola rivoluzionaria che Maksim Gor’kij, intellettuale e drammaturgo russo, fonda all’inizio del Novecento. I russi, poi, sono coloro che intervengono per primi quando Messina viene rasa al suolo dal terremoto del 1908. Le loro navi si trovano al largo di Augusta e i marinai arrivano a estrarre 800 persone dalle macerie, fornendo beni di prima necessità alla città annientata dal sisma.

Il dopoguerra

Nella grande storia d’amore tra Russia e Italia, c’è poi, ovviamente, una piccola crisi data dal periodo delle guerre e dall’anticomunismo. La propaganda successiva sostiene che gli italiani in Russia venissero trattati meglio, proprio per questo legame spirituale e affettivo che i sovietici sentivano verso i nostri connazionali, ma si sa: la guerra è guerra. Negli anni Sessanta, l’Unione Sovietica ritrova l’amore verso il nostro Paese: la Fiat firma un concordato con il governo dell’URSS per motorizzare letteralmente il Paese. La costruzione degli stabilimenti ha inizio nel 1966 e l’azienda AutoVAZ acquisisce la licenza per produrre le 124, che si chiamerà Lada. La città in cui avviene il miracolo automobilistico russo è Togliatti (erroneamente tradotta come Togliattigrad a volte) e porta questo nome dal 1964, anno della morte del segretario del PCI. Anche questa, se non bastasse, è l’ennesima dimostrazione del totale incanto che il nostro Paese suscita nelle zone del Volga.

La cultura pop 

Iniziamo però ad avvicinarci piano piano alla cultura pop, per arrivare a rispondere alla domanda che ci siamo posti inizialmente, sul perché i russi siano così fissati con Sanremo e con i cantanti italiani degli anni Ottanta. Mentre il mondo incorona Elvis Presley come idolo delle folle, in URSS, chiaramente, gli eroi sono propagandisticamente considerati altri. Tra questi c’è Jiurij Gagarin, il primo uomo nello spazio. Il “cosmonauta”, secondo il lessico della Guerra Fredda. Dove falliscono diplomazie e contrattazioni internazionali, a creare una piccola fenditura nella Cortina di ferro, arriva lei, Gina Lollobrigida. I ruoli si invertono: a creare il mito c’è un autografo che la Lollo chiede a Gagarin. L’URSS è in visibilio e la fotografia in cui l’attrice dà un casto bacio sulla guancia al cosmonauta fa il giro del mondo.

La musica e la censura sovietica

Ma arriviamo alla musica. In URSS viene ovviamente censurato ogni prodotto musicale di matrice occidentale. Beatles, Rolling Stones e Doors girano solo attraverso i rischiosissimi canali del mercato nero. Pur procurandosi un vinile, però, c’è sempre il rischio che un vicino di casa con un orecchio ben teso riesca a cogliere il sound non propriamente sovietico dei brani e che, soprattutto, riporti tutto alle forze dell’ordine. È nel contesto di rigida censura degli anni Sessanta che si afferma quello che è considerato un vero e proprio mito della musica sovietica: l’italiano Robertino Loreti.

Robertino chi?

Ora, può darsi che il nome “Robertino Loreti” o anche semplicemente “Robertino” non vi dica assolutamente nulla. Romano, classe 1947, il piccolo Roberto viene notato tra le strade della città durante le Olimpiadi del 1960. A scoprirlo è un discografico danese che pubblica il suo primo 45 giri: nel nord Europa è un successo. In Italia il successo arriva con “Un bacio piccolissimo” a Sanremo, nel 1964, ma la vera consacrazione è già avvenuta in Unione Sovietica. Si dice che al confine tra Finlandia e URSS, due soldati si siano scambiati delle sigarette con un vinile. La voce incisa su quel vinile è quella di Robertino e, in poco tempo, passando di mano in mano, copia dopo copia, il disco viene riprodotto in 10 milioni di pezzi.

La tolleranza verso la musica italiana

Formalmente, la censura comunista dovrebbe abbattersi anche su questo tipo di autori, ma le canzoni italiane vengono tollerate. A fungere da grimaldello è proprio il loro parlare di bei sentimenti, senza cercare di inculcare idee politiche sovversive in chi le ascolta. Valentina Tereškova, prima donna nello spazio, nel 1963 chiede proprio in orbita che venga esaudito il suo desiderio di ascoltare le canzoni di Robertino.

La conferma dello stereotipo

Questo assaggio di Italia contribuisce a creare lo stereotipo di Paese dei balocchi che si staglia nella mente dei cittadini sovietici quando si parla di noi. “Che luogo meraviglioso, quello in cui si parla d’amore, di belle donne e di bei sentimenti tutto il giorno”, pensano probabilmente. La fenditura nel rigido muro della censura si allarga ancora negli anni Ottanta. Le regole del regime si sono ammorbidite e il partito seleziona accuratamente i cantanti e le canzoni meno sediziose da trasmettere, inizialmente a orari un po’ bizzarri. Gli artisti italiani, ovviamente, superano senza difficoltà i filtri antirivolta. Ed è così che le note di “Felicità” di Albano e Romina risuonano dalla Cecoslovacchia alla Siberia, dal mar Glaciale Artico al confine con l’Iran. A seguire, arrivano Pupo, Drupi e Riccardo Fogli.

La sovietizzazione del Festival di Sanremo

Un’altra grande svolta è rappresentata dalla decisione del Cremlino di trasmettere, nel giugno 1984, le repliche del Festival di Sanremo. Non si tratta dell’edizione integrale: anche qui la censura interviene e taglia i pezzi più sovversivi, come Ramazzotti con i jeans strappati. L’esperimento ha un grande successo e si ripete negli anni successivi. A incollare il pubblico sovietico allo schermo non è solo la musica, ma tutta la cornice che il Festival di Sanremo crea.  L’idea di benessere che si respira, anche, semplicemente, vedendo le signore in pelliccia tra il pubblico, è magnetica. I cantanti italiani arrivano anche dal vivo: nel 1986, ad esempio, i Ricchi e Poveri tengono 44 concerti fra Leningrado e Mosca. A partecipare sono oltre 780mila persone.

I Ricchi e  Poveri a Mosca nel 1986:  

Il Molleggiato, tra mito e divinità per i russi

Il re dell’Olimpo è, però, solo uno e risponde al nome di Adriano Celentano. Soprattutto verso i suoi film, l’Unione Sovietica ha una vera e propria venerazione. Yuppi du (1975), Il bisbetico domato (1980) e Innamorato pazzo (1981) sono pellicole che qualunque russo nato tra gli anni Settanta e Ottanta conosce. Vengono visti spesso in concomitanza del Capodanno, un po’ come in Italia avviene per “Una poltrona per due”.

Nostalgia, nostalgia canaglia

La favola patinata si interrompe bruscamente con il crollo dell’URSS nel 1991: le persone iniziano ad avere altre preoccupazioni, che le distolgono temporaneamente dal sogno sanremese. I russi, però, non smettono di essere innamorati (e fissati) con i cantanti italiani. L’atmosfera dei bei tempi andati viene replicata qualche anno dopo con un bizzarro ibrido. La rete televisiva russa, infatti, crea un suo contenitore musicale, in cui si esibiscono cantanti russi in duetto con gli idoli italiani. E, ovviamente, il programma si chiama Сан-Ремо,Sanremo, scritto in cirillico.

Gli anni passano e nelle generazioni di ragazzi che oggi sono diventati adulti la venerazione per la canzone italiana non passa. Le nuove generazioni russe se ne rendono perfettamente conto e ironizzano su questa adorazione supina dei loro genitori, che conoscono a memoria i testi di questi cantanti un po’ stantii e si procurano i biglietti per la reunion di Albano e Romina a Mosca.

Un concerto di Umberto Tozzi nel 2009, in Russia: l’evento si chiama “Disco of the 80’s” e si tiene ogni anno a Mosca, solitamente in novembre. 

Il distacco delle nuove generazioni

Una dimostrazione del mutato atteggiamento delle nuove generazioni è “Ciao 2020“, il programma musicale che è andato in onda quest’inverno sulla tv russa. Si è trattato di una serata concerto in cui artisti russi di oggi hanno scimmiottato e italianizzato le loro canzoni, con un risultato tanto kitsch quanto geniale. Le macchiette sul palco, però, non hanno preso in giro l’Italia o gli italiani, ma sono state un certosino esercizio di autoironia, su un Paese che, per tanto tempo, ha dovuto accontentarsi del sogno patinato degli altri, per sopravvivere al grigiore della propria quotidianità.  I russi, quindi, non sono semplicemente fissati con i cantanti italiani degli anni Ottanta o con Sanremo. Si è trattato di note musicali, artisti e atmosfere che, per quanto ci possano sembrare improponibili oggi, rappresentavano l’unico spiraglio di leggerezza per un popolo oppresso.

Qui il video di Stefano Tiozzo, che spiega in modo più approfondito le molte sfaccettature di questo fenomeno.

Elisa Ghidini

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *