Perché l’app Immuni non è pronta? – I pericoli di una fase 2 senza tracciamento dei contagi

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Fino a poche settimane fa, il commissario generale per l’emergenza Domenico Arcuri diceva che non ci sarebbe stata fase 2 senza l’app di Immuni. Il ragionamento era piuttosto lineare: non possiamo allentare gradualmente il lockdown se non siamo pronti a tracciare il contagio, e quindi in ultima analisi ad evitare una nuova fase di emergenza. Proprio per questo l’applicazione sarebbe dovuta essere pronta per i primi di maggio, all’avvio della fase 2. Alla fine però le cose sembrano essere andate diversamente, e la graduale ripresa della vita è partita nonostante l’assenza di una strategia di contenimento del virus. 

Diventa cruciale quindi una domanda: perché l’app Immuni non è pronta?

Immuni funzionerà registrando le distanze tra gli smartphone grazie alla tecnologia Bluetooth. Nel momento in cui un utente segnalerà sull’applicazione di essere risultato positivo a tampone, verrà inviato un messaggio di allerta a tutti i telefoni che si sono trovati a meno di un metro dal nuovo contagiato. Il messaggio di allerta inviterà a restare in isolamento per almeno 14 giorni e a ricorrere a tampone se si dovessero registrare dei sintomi.

Per garantire l’efficacia di Immuni però bisogna risolvere varie questioni, in parte a carico degli sviluppatori – la società Bending Spoons- in parte a carico del governo Conte.




La prima problematica , che ormai conosciamo, è che l’applicazione deve essere istallata da almeno il 60-70% degli italiani per essere utile. Il governo ha ripetuto più volte di non aver intenzione di rendere l’istallazione di Immuni obbligatoria né a livello legislativo, né “di fatto” – cioè dando maggiore possibilità di muoversi a chi la scaricherà. Tuttavia sarà indispensabile aprire una campagna di comunicazione a favore dell’app, che ne spieghi l’utilità ed espliciti le garanzie relative all’uso dei dati.

Se guardiamo a quelli che sono gli ultimi sviluppi sulla questione del tracciamento, spingere i cittadini a fidarsi di Immuni potrebbe essere più difficile del previsto.

Il Copasir – comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica – sta infatti ancora cercando di capire chi ha scelto Immuni piuttosto che CovidApp – la sua concorrente nel processo di selezione. In realtà la questione è capire chi ha scelto una sola app. L’indicazione della task force di 74 esperti, a supporto della ministra dell’Innovazione Paola Pisano, era infatti di sviluppare entrambe le proposte, procedere ad una fase di test e solo successivamente sceglierne una.

Il giornale”Il Foglio” ha accusato la ministra di poca trasparenza nei criteri di selezione  dell’applicazione. Era stata infatti lei stessa ad aver attribuito la scelta di Immuni alla task force, mentre invece ora gli esperti negano la loro responsabilità.  Il Copasir ha sentito anche il commissario Arcuri che però dice di non essere stato coinvolto nella fase decisionale. Nel frattempo la Pisano per difendersi dalle accuse ha risposto al Foglio.

Al di là del problema di affidabilità e trasparenza, resta da capire perché l’app Immuni non è pronta, nonostante sarebbe dovuta essere già attiva.

Secondo quanto dichiarato dalle fonti governative – prima fra tutti la stessa ministra Pisano – è stata scelta Immuni invece che CovidApp proprio perché la prima si trovava in uno stadio di sviluppo più avanzato. Tuttavia dopo la scelta dello strumento ci sono stati dei rallentamenti. 

Apple e Google durante l’ultima settimana di aprile hanno annunciato una collaborazione finalizzata ad aiutare gli strumenti di contact tracing. Questo ha sconvolto le carte in tavola per Immuni.

Messi insieme, IOS ed Android hanno accesso a circa 3 miliardi di dispositivi in tutto il mondo. Apple e Google non hanno però intenzione di creare un’app universale per il contact tracing. Il loro progetto è quello di lavorare alla tecnologia che dovrà supportare le varie app nazionali, e in particolare a far in modo che la gestione dei dati raccolti sia rispettosa delle normative sulla privacy. Questa collaborazione permetterebbe prima di tutto di andare oltre il tracciamento nazionale, data l’ampia base di utenti Apple e Google, in secondo luogo di facilitare il lavoro degli sviluppatori, che non dovranno preoccuparsi delle differenze tra i sistemi operativi. 

La risposta al perché l’app Immuni non è pronta sta nel fatto che deve procedere ad un cambiamento radicale. Il controllo dei dati dovrà essere “decentralizzato”, così come negli altri paesi occidentali, in linea con il supporto di Apple e Google, per garantire maggiore tutela della privacy.

La soluzione dei due giganti degli smartphone ha infatti spinto a mettere da parte l’iniziativa europea del Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing. Bending Spoons e i suoi partner quindi ora aspettano comunicazioni dal governo per sapere come procedere verso i nuovi standard imposti dalla collaborazione con Apple e Google. Stando a questo possiamo ricavare che lo sviluppo dell’applicazione è bloccato. Arcuri però  quando gli è stato chiesto perché  l’app Immuni non è pronta, ha risposto che sarà operativa per la fine del mese, al massimo per i primi di giugno. 

Nonostante le rassicurazioni del commissario straordinario per l’emergenza, i nodi da sciogliere rimangono gli stessi dei primi giorni di aprile, quando Immuni era stata appena selezionata.

Non è chiaro infatti non solo in che modo si provvederà al decentramento dei dati ma anche come l’applicazione collaborerà con il sistema sanitario. Immuni deve arrivare in fretta per essere davvero utile e il suo avviamento deve coincidere ad un aumento dei tamponi eseguiti giornalmente. Inoltre deve essere in comunicazione con le Asl e i medici generali. Spetterà al singolo utente segnalare la propria positività? E quando si riceverà il messaggio di allerta perché si è entrati in contatto con un positivo, cosa si dovrà fare? La soluzione migliore sarebbe avere la possibilità tramite la stessa applicazione di accedere al tampone, anche per gli asintomatici, e questo implicherebbe una grande quantità di test e di laboratori di analisi disponibili. 

La vicenda di Immuni non è una questione di contorno, ma è anzi quella centrale nella fase 2. Riaprire il paese senza avere un piano che permetta di tenere sotto controllo il contagio è molto rischioso. Il contact tracing in gran parte dell’occidente è in ritardo. Questo ritardo influisce ogni giorno sulla capacità dei governi di avere una mappa del virus veramente affidabile. Ancora ad oggi dobbiamo supporre che i numeri dei bollettini nazionali siano molto più grandi di come appaiono. Test e contact tracing sono secondo l‘OMS stessa elementi chiave per la convivenza con il virus.

Marika Moreschi

 

 

 

 

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