Perché l’Edipo re di Sofocle è la tragedia perfetta?

L’Edipo re di Sofocle è stato definito da Aristotele “la tragedia perfetta”. Per quale motivo il filosofo greco espresse questa opinione e perché è ragionevole pensarla così ancora oggi?  Forse perché Edipo è l’emblema dell’uomo di ogni tempo, che scopre la tragica verità della sua essenza tramite il dialogo interpersonale e la sofferenza.

L’Edipo re era considerato da Aristotele la tragedia perfetta per due motivi fondamentali. Il primo motivo è il modo in cui è organizzato il rivolgimento dei fatti (περιπέτεια, peripeteia) all’interno della tragedia, attraverso il quale si giunge al riconoscimento della verità (ἀναγνώρισις, anagnorisis). Nel corso del dramma, infatti, il destino di Edipo si ribalta: il protagonista passa dalla condizione di celebre re di Tebe, a quella di untore, cioè di colui che ha causato una tremenda epidemia di peste nella città.

Il secondo motivo che avrebbe reso l’Edipo re la tragedia perfetta per Aristotele è il sentimento del tragico su cui si basa. Il filosofo riteneva che la tragedia fosse in grado di suscitare nello spettatore due sentimenti fondamentali: pietà (έλεος, eleos) e paura (φόβος, phobos). Solo attraverso queste due emozioni, secondo Aristotele, si può arrivare alla catarsi, alla purificazione.

La pietà nasce dal fatto che Edipo è un uomo comune, come noi, che non ha compiuto nulla di male e per il quale non riusciamo a provare rabbia o biasimo. La paura, di conseguenza, ha origine dalla consapevolezza che se gli dèi hanno potuto gettare un uomo come noi in una situazione così terribile, nulla vieta che lo stesso possa accadere anche a noi stessi. Aristotele afferma che Edipo non ha colpe; al contrario, è vittima di un errore inconsapevole (ἁμαρτία, amartia). Sono stati gli dèi e il Fato a determinare il suo destino, sia nel bene che nel male.

All’inizio della tragedia Edipo è presentato al massimo della sua fama e grandezza.

La città di Tebe è divorata dalla peste e un gruppo di cittadini, di cui un vecchio sacerdote si fa portavoce, chiede disperatamente aiuto ad Edipo, che così si definisce:

L’uomo più famoso per tutti, chiamato Edipo.

La fama di Edipo è dovuta al suo grande ingegno, che gli ha permesso di liberare la città dalla tremenda Sfinge, risolvendo il suo indovinello. Ma essa è dovuta anche all’aiuto di un qualche dio, lo stesso che lo getterà nell’abisso. Infatti, da questa condizione gloriosa inizia un declino che condurrà Edipo alla scoperta della sua vera identità.

Edipo si impegna al massimo nella scoperta dell’untore della città, non rendendosi conto che l’unica persona che sta cercando è proprio sé stesso.

La presa di coscienza di questa verità è graduale e dolorosa e avviene attraverso il dialogo con gli altri. In primo luogo, Edipo si confronta con l’indovino Tiresia che inizialmente si rifiuta di rivelargli la realtà dei fatti. È Edipo stesso a non rassegnarsi e a obbligarlo a confessare, ma, una volta venuto a conoscenza del suo responso, crede che si tratti solo di un complotto ordito contro di lui dal cognato Creonte, che vuole privarlo del potere. La stessa Giocasta, sua madre e al tempo stesso moglie, pur non osando immaginare la verità, rallenta il processo di riconoscimento omettendo preziosi dettagli e rendendo la presa di coscienza di Edipo sempre più tragica. Infine, il servo, che è l’unico a sapere tutta la verità, evita fino all’ultimo di poterla svelare.



La somma delle testimonianze emerse dai dialoghi tra Edipo e gli altri personaggi non lascia più scampo al protagonista, che a questo punto non può che riconoscere la verità.

Così afferma disperato alla fine della tragedia:

Ahimè, tutto è chiaro. Luce, ti veda per l’ultima volta, io che, ormai è evidente, fui generato da chi non dovevo, con chi non dovevo mi congiunsi, e chi non era lecito uccidere uccisi.

Edipo scopre di essere l’uccisore di suo padre Laio e il marito di sua madre Giocasta, con la quale ha generato dei figli che sono in parte anche suoi fratelli. Di fronte a questa abominevole scoperta, a Edipo non resta che accecarsi. Non può sostenere la vista della verità: l’accecamento non è solo fisico, ma anche mentale, psicologico.

L’Edipo re di Sofocle può essere considerata la tragedia più esemplificativa della condizione umana.

Il precetto “Conosci te stesso”, promosso dall’oracolo di Delfi, rappresenta la morale della tragedia. Secondo Sofocle, conoscere sé stessi significa giungere alla consapevolezza che gli dèi creano il nostro destino in base al loro volere. L’uomo, infatti, si trova sulla terra per soffrire e per vivere un destino su cui non ha nessun potere. Edipo rappresenta in maniera universale l’uomo, colto nella sua limitatezza e nella sua precarietà, essendo in balia di forze da lui incontrollabili. La sofferenza è dunque l’essenza stessa della nostra natura e solo tramite essa possiamo conoscere noi stessi. 

Questa prospettiva non porta Sofocle a una visione atea o a odiare gli dèi. Al contrario, egli è molto religioso e crede nell’esistenza delle divinità e nella veridicità degli oracoli. Gli eroi delle tragedie sofoclee tentano in tutti i modi di combattere contro queste forze da loro incontrollabili, sono quasi dei titani. Tuttavia, ne escono sempre sconfitti, perché in realtà la misura dell’uomo sta nell’accettare consapevolmente la sua piccolezza e la sua vulnerabilità.

L’esempio di Edipo ci invita a riscoprire la natura fragile e precaria della nostra vita umana, ma non per questo resa insignificante e impotente. Nell’Edipo a Colono, la tragedia che segue l’Edipo re, Edipo viene riscattato: da uomo maledetto, dimenticato, rifiutato, capro espiatorio, diventa un eletto. Infatti, solo un uomo che ha sofferto così tanto si può considerare veramente uomo e ha diritto di elevare la propria natura, trasformandosi in un essere tra l’umano e il divino. Edipo lascia un monito all’uomo di ogni tempo: è necessario ricordare sempre che la nostra vita è in balia di forze da noi incontrollabili. Solo affrontando questa verità sostanzialmente dolorosa, è possibile per l’uomo raggiungere una consapevolezza di sé stesso ed evolversi.

Giulia Tommasi

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