Perché parlare di esportare la democrazia ricorda le logiche coloniali

Perché parlare del concetto di “esportare la democrazia“? Ciò che sta avvenendo in Afghanistan ha riportato l’attenzione – oltre che sulle tragiche vicende che stanno investendo tutto il paese –  su un insieme di atteggiamenti ed espressioni estremamente utili per comprendere la dinamica dei rapporti tra Occidente e Oriente, ma non solo, spoiler: si tratta di una logica che poggia le sue basi su un particolare fenomeno: il colonialismo.

Il colonialismo 2.0 o post-colonialismo

C’è chi potrà controbattere che il colonialismo non esiste più; che da quando le potenze europee hanno concesso l’indipendenza alle ultime colonie, l’epoca del dominio occidentale sui paesi del Sud e dell’Est del mondo si sia conclusa. E questo sarebbe avvenuto tra gli anni Quaranta e Cinquanta del 900. Eppure, quest’affermazione non è del tutto vera. Possiamo dire che si, si è conclusa l’epoca del colonialismo di stampo militare; ma è vero anche che ne è nata un’altra, per certi versi più subdola, quella del colonialismo 2.0 o, come ci suggeriscono gli stessi studi, del post-colonialismo.

Infatti, non è raro che gli ex paesi colonizzati continuino a dipendere economicamente, e di conseguenza spesso anche politicamente, da potenze europee o comunque occidentali. Questo in virtù delle stesse dinamiche che vigevano ai tempi del colonialismo; i colonizzatori, infatti, mascheravano il loro bisogno di espandersi e di arricchirsi (attraverso lo sfruttamento di terre ricche di risorse naturali), con il dovere di aiutare popolazione più deboli; di esportare valori morali, culturali e politici degni di una società superiore.
Perché parlare del concetto di “esportare la democrazia“? Ciò che sta avvenendo in Afghanistan ha riportato l’attenzione – oltre che sulle tragiche vicende che stanno investendo tutto il paese –  su un insieme di atteggiamenti ed espressioni estremamente utili per comprendere la dinamica dei rapporti tra Occidente e Oriente, ma non solo, spoiler: si tratta di una logica che poggia le sue basi su un particolare fenomeno: il colonialismo.



L’esempio dell’ Afghanistan

Ebbene i rapporti odierni tra l’Occidente e i paesi più poveri del mondo continuano a basarsi su questa stessa identica dinamica; e l’Afghanistan ne è un esempio. Ne è un esempio perché dopo 20 anni siamo stati in grado di lasciare un paese così come lo abbiamo trovato, se non peggio; abbiamo finto che la campagna in Afghanistan stesse andando bene; che fosse tutto sotto controllo; che fossimo stati in grado di “esportare la democrazia”; quando, a conti fatti, abbiamo invaso l’Afghanistan per un tornaconto personale e ora che lo abbiamo abbandonato continuiamo a ragionare in questi termini, preoccupandoci, paranoici come siamo, delle conseguenze migratorie che ne deriveranno e non tanto dei crimini contro l’umanità che sconvolgeranno, e stanno sconvolgendo, l’Afghanistan.

Il complesso del white savior

L’Occidente da secoli non fa altro che guardare agli altri paesi del mondo attraverso una lente, la lente dell’uomo bianco, spesso anche benestante; la lente di chi la felicità se l’è conquistata; di chi ha trovato la ricetta per raggiungere la società perfetta – per chi?; di chi è invaso dal complesso del white savior, per cui anche aiutare popolazioni povere e disagiate – guarda un po’ spesso per colpa del colonialismo e quindi dell’uomo occidentale – significa porre al centro se stessi; la propria carità, la propria voglia di aiutare i più bisognosi; i selfie scattati con lɜ bambinɜ “africanɜ” – come se l’Africa fosse la patria di tuttɜ e non si trattasse di un continente diviso a sua volta in singole nazioni.

E tutto ciò ci porta a non prestare la giusta attenzione a chi dovrebbe essere davvero protagonista; a non considerare l’assetto storico e culturale di quel paese;  a dimenticare che a distruggere intere popolazioni è stata la nostra brama di ricchezze; a non fare i conti con la dignità delle persone, che calpestiamo attraverso la pornografia del dolore, ogni volta che sulle pubblicità di Save The Children scegliamo di utilizzare l’immagine di chi soffre, soffre davvero, solo per smuovere per qualche istante la nostra pietà, quanto basta per alzare la cornetta del telefono (o più che altro sbloccare lo schermo dello smartphone) e donare qualche euro, se basta.

Ma è davvero possibile esportare la democrazia?

Ebbene, oggi vorrei soffermarmi su un aspetto in particolare che ci può aiutare a comprendere come effettivamente l’Occidente guardi ai Paesi “altri” da se: il concetto di “esportare la democrazia”.



Cosa significa il termine democrazia?

Ma che significa esportare la democrazia? Ha davvero senso parlarne? Partiamo con il comprendere l’etimologia della parola stessa – operazione sempre e comunque necessaria per sviscerare il significato di qualsiasi termine. Demos: popolo/ Kratos: potere. Dunque, il termine democrazia etimologicamente significa potere del popolo, governo del popolo. Si tratta, dunque, di un esercizio diffuso di potere determinato dalla volontà popolare. Eppure, non è sufficiente fermarsi al significato etimologico del termine; soprattutto quando si parla di concetti complessi, che evolvono nel tempo.

Il concetto di democrazia nella storia

Platone, infatti, ne parla nella Repubblica; per lui non si tratterebbe della forma di governo migliore, dal momento che il governo dovrebbe spettare ai saggi, ai filosofi appunto, unici conoscitori della verità. In effetti lo stesso concetto di democrazia inizialmente veniva utilizzato in termini dispregiativi dal momento che il termine “kratos” non significava precisamente  “governo” ma piuttosto  “potere”, “forza materiale”; quindi democrazia indicava più che altro la dittatura del popolo o della maggioranza.

Comunque, nel corso del tempo si sono creati molti dibattiti al riguardo, quelli più importanti risalgono al Settecento, durante l’Illuminismo, in cui si sono fissati concetti essenziali per le nostre società contemporanee. Aspetto fondamentale su cui si basa la democrazia è sicuramente la divisone dei poteri, ma lo stesso Rousseau non reputava democrazia nessuna forma di potere che non fosse basata sull’esercizio diretto della volontà popolare.

A livello storico, dunque, il concetto di democrazia non si è mai cristallizzato; non si è mai arrivati, infatti, a delinearne una definizione chiara e univoca di cosa fosse la democrazia; e di conseguenza non esiste un modello e una realizzazione che siano migliori di altri. Al contrario, si tratta di un concetto che si è evoluto nel corso del tempo adattandosi a diverse realtà, sempre mantenendo lo scopo di garantire al popolo la facoltà effettiva di governare.

Cos’è lo Stato?

La democrazia ovviamente viene esercitata all’interno di uno Stato. Secondo la definizione di Marx Weber, lo Stato sarebbe una comunità in cui l’apparato amministrativo esercita il monopolio dell’uso legittimo della forza in un dato territorio. Dunque per esistere uno Stato necessita di: un territorio, cioè un’area geografica definita, su cui esercitare la sovranità; il popolo, cioè l’insieme dei cittadini che occupa quel territorio; un ordinamento politico e giuridico, che rappresentano l’insieme delle norme che regolano la vita dei cittadini all’interno di un dato territorio.

Del perché non è vero che si può esportare la democrazia

Dunque, attraverso queste definizioni diventa semplice comprendere perché non è vero che si può esportare la democrazia.

Non può esistere la democrazia senza uno Stato indipendente

In primis perché la democrazia per esistere necessita di uno Stato che sia autonomo e indipendente; ma, in  basa alla definizione di Weber, come può uno stato essere indipendente, e più in generale essere considerato tale, se il monopolio delle forze è detenuto da una forza esterna? Come può la democrazia esistere all’interno di uno Stato che di fatto non è uno Stato? Ma come abbiamo già visto, storicamente è già avvenuto che il monopolio della forza fosse detenuto da forza esterne, questo si chiama – spoiler-  colonialismo.

Inoltre, la democratizzazione, ovvero il processo di instaurazione della democrazia, è ovviamente complesso e articolato in più fasi. La prima prevede il ribaltamento del potere costituito; segue una fase di transizione; per poi arrivare al consolidamento o ripristino di un regime diverso o uguale a quello precedente. Sulla base della definizione del termine democrazia, si tratta di un processo interno ai singoli Stati, che nasce dalla volontà del popolo di instaurare una nuova forma di governo.



Esportare la democrazia equivale ad imporla

La democrazia non è un bene materiale, e nonostante ci possa sembrare assurdo in una società capitalistica come la nostra, non può essere capitalizzata. Pensare che basti esportarla per far si che si innesti in un dato territorio è un atteggiamento tipico di noi occidentali; che tendiamo a guardare e valutare il mondo solo dal nostro specifico e limitato punto di vista. Pensare di esportare semplicemente la democrazia significa non tener presente le condizioni storiche, culturali e sociali di un determinato paese; ma dar per buono un modello, il nostro modello – quindi perfetto – e instaurarlo in società caratterizzate da una storia totalmente diversa.

Ciò non significa che esistano Paesi inadatti o incompatibili alla democrazia. Significa semplicemente che questa non può essere imposta perché la democrazia, in quanto tale e per funzionare, deve nascere dal basso.

Quello che si può fare per cercare di espandere questo modello governativo è tutt’al più propagare le idee, istruire la popolazione, incentivare la necessità di consenso e autodeterminazione della popolazione. Tutto ciò che non stimola, anzi fa venir meno, consenso e autodeterminazione è tutto fuorché democrazia.

Sofia Centioni

Per la realizzazione di questo articolo sono state molto utili le storie di @alwaysithaka.

 

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