Pessoa: anticipare la follia del web e non voler essere nessuno

Il grande poeta che voleva essere nessuno

La stravaganza, il vivere per se stesso, l’aver anticipato i tempi e qualche curiosità.

Fonte: https://auralcrave.com/
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da Il libro dell’inquietudine:
Mi ero alzato presto e mi attardavo a prepararmi ad esistere [147]

Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso ad esso,
perché pensare è non capire.
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma per guardarlo ed essere in armonia con esso.

Essere tutti, essere nessuno

Fernando Pessoa non ebbe mai il desiderio di arricchirsi , il suo stile di vita lo dimostra. Era totalmente privo della vanità di chi vuole arricchirsi o diventare importante per mezzo della scrittura. Il suo famoso baule, in cui conservava tutti i suoi documenti, ne contiene oltre 27mila e di questi, 9-10mila, ancora oggi sono inediti. La maggior parte di quello che leggiamo dello scrittore è stato pubblicato solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1935. Aveva una biblioteca immensa, piena di qualsiasi volume in lingua portoghese e in inglese, disordinata, piena di sottolineature, note sparse, epigrammi.
E dopo aver lavorato per ore alla macchina da scrivere : «Vado a casa di Abel» . Era un negozio di bevande, dove si recava spesso a bere vino, l’altra sua grande passione, che gli veniva concessa perché, stranamente, tornava più carico per lavorare e perfettamente in forma. L’alcol non aveva effetti sul poeta, nessuno lo vide mai sbronzo, neanche i suoi stessi amici. Questo è il racconto del figlio del proprietario della ditta Moitinho de Almeida, il negozio di bevande.

E, un giorno, furono così tante le visite a casa di Abel che mi permisi di dire al signor Pessoa: “Lei beve come una spugna”. E subito lui rispose con la sua ironia: “Come una spugna, come un negozio di spugne, con annesso magazzino”.

E grasse risate. Pessoa restava imperturbabile. Composto. Un segno del suo vivere, il suo vivere senza dover stupire gli altri, senza mai provarci neanche.
Infatti, lavorò per tutta la vita da impiegato traduttore per una ditta commerciale. Per tutta la vita , sì, perché non disprezzò mai il suo lavoro. Non cadde mai nell’errore che la società e la mentalità economica ti impone: quella di non esser mai felice della propria posizione sociale, quella di affannarsi a cercare sempre di più. Restò composto e imperturbabile, anche questa volta.

La vita è un gioco di eteronomi

Mi sono moltiplicato per sentire,
per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,
sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,
e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente”.
(da “Passaggio delle ore”- Poesie di Álvaro de Campos )

Pessoa non voleva essere qualcuno, forse voleva essere nessuno. Ed è per questo che il suo mondo letterario è pieno di personaggi fittizi, nascosti da alter ego, da eteronomi, semplicemente altri nomi. Il classicista Riccardo Reis, il futurista e nichilista Alvaro de Campos, Alberto Caeiro, Bernardo Soares, Antonio Mora e tanti altri. Ognuno con la propria personalità, i propri abiti, le proprie inclinazioni, le proprie passioni, i propri difetti.
Siamo nel 1934 e il suo amico Monteiro, in una lettera, racconta come e quando gli venne questa idea di creare il primo altro nome. Barcollando nella sua camera “in una specie di estasi”, di natura indefinita, prende dei fogli e si mette alla macchina per scrivere. In un impeto incontrollabile. E via, trenta poesie, una dietro l’altra, firmandosi Alberto Caeiro.
Un’estasi geniale.
È lui stesso a parlarne nei suoi appunti.

L’origine mentale dei miei eteronimi è nella mia organica e costante tendenza alla spersonalizzazione e alla simulazione” e poi aggiunge “Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non sono mai esistiti”. E poi: “Da quando mi conosco come colui che chiamo io… Non so niente. Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.

Pessoa porta con sé una specie di pirandellismo , applicato sia ai personaggi che all’autore stesso, uno nessuno centomila. Ha mille volti. Ha mille maschere. Ma ogni io è solo una maschera provvisoria. Per schizofrenia, paranoia, disturbi della personalità, isteria , il genio, spiega lo stesso Pessoa, è un disadattato. Proprio come lui.

[…]
“Non so se la vita è poco o è troppo per me.
Non so se sento troppo o troppo poco, non so
se mi manca scrupolo spirituale, punto d’appoggio dell’intelligenza,
consanguineità col mistero delle cose, scossa
ai contatti, sangue sotto i colpi, sussulto ai rumori,
o se per questo c’è un altro significato più comodo e felice.
Sia come sia, era meglio non essere nato,
perché, con tutto l’interesse che ha in ogni momento,
la vita arriva a dolere, a nauseare, a tagliare, a sfiorare, a stridere,
a dar voglia di gridare, di saltare, di restare per terra, di uscire
fuori da tutte le case, da tutte le logiche e da tutti i balconi.

Vedere in anticipo anche la follia del Web

Se guardiamo Pessoa con gli occhi di oggi, il che non ci viene difficile, egli incarna perfettamente il nostro tempo. Un tempo che oscilla tra la fiction e il virtuale, dove la realtà viene mangiata dal reality, dove i nickname e l’io, che è fragile e mutevole nel regno del web, sembrano davvero esser stati pensati già da Pessoa. Naturalmente preferiamo l’originale, e forse, non solo per un gusto artistico. E forse la differenza tra l’originale e queste copie inconsapevoli è che lui aveva una personalità inquieta, anzi, aveva tante personalità inquiete. Queste copie sembrano non averne nemmeno una, invece. Si rifugiano in maschere e schermi di passaggio.
La letteratura e l’arte sono la confessione che la vita non basta, per Pessoa. Le pagine devono essere scritte e abitate, perché sono un altro nostro regno sicuro. Egli chiese gli occhiali e con gli occhiali, come mentre scriveva, si addormentò, cullato dai suoi personaggi immaginari con altri nomi.

I miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
Fremo per la mia allegria.
A volte mi sento invadere da
una vaga, fredda, triste, implacabile
quasi-concupiscente spiritualità.
Mi fa tutt’uno con l’erba.
La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
La brezza che sembra restia a passare
scrolla dalle mie ore rossi petali
e il mio cuore arde senza pioggia.

Mariafrancesca Perna

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