Petrit Halilaj si ritira dalla Biennale di Belgrado: quando la politica fa l’arte

Petrit Halilaj si ritira dalla Biennale di Belgrado e scuote il mondo dell’arte. L’artista contesta il mancato riconoscimento della sua nazione d’origine, il Kosovo.

L’artista Petrit Halilaj si ritira dalla cinquantottesima edizione della Biennale di Belgrado, prevista per questo ottobre. L’annuncio mette un punto definitivo a una lotta portata avanti per mesi dall’artista, che in più occasioni si è scontrato con l’istituzione. Il motivo? La Biennale rifiuta di riconoscere la sua nazione d’origine, il Kosovo.

Un rifiuto doloroso, frutto di anni di guerre e incomprensioni. Serbia e Kosovo hanno alle spalle un passato ingombrante, le cui ferite faticano a rimarginarsi e le cui ombre incombono ancora minacciose sul presente. Ombre che, questa volta, si sono allungate fino a sfiorare un’esposizione artistica internazionale.

Un artista kosovaro a Belgrado

Petrit Halilaj, classe 1986, è cresciuto nel bel mezzo della guerra del Kosovo. Nella lettera aperta con cui ha accompagnato il ritiro dalla Biennale di Belgrado rievoca dei frammenti della propria infanzia, dagli anni trascorsi in un campo profughi al momento in cui la sua casa è stata data alle fiamme. C’è molto di queste esperienze nella sua arte, un tentativo costante di ritrovare quello spazio personale che in passato gli fu strappato.

Quando nel 2019 i curatori Ilaria Marotta e Andrea Baccin invitarono Halilaj alla Biennale di Belgrado, l’artista era combattuto. Alla fine aveva scelto di partecipare alla mostra, di cogliere l’opportunità per stabilire una linea di comunicazione protetta dalla cornice sicura dell’esposizione artistica.

Volevo superare la dicotomia tra “noi” e “loro”, tra “bene” e “male”, aprire finalmente uno spazio di discussione invece di incrementare quelle distanze che hanno già creato così tanto odio. Nutrivo l’ottimistica aspettativa che un’istituzione artistica sarebbe stata in grado di rappresentare diverse identità, o perfino di andare oltre le politiche ufficiali avverse al mio paese d’origine e chiamarlo con il suo nome: Kosovo.

E’ in quest’ottica che Halilaj aveva deciso di presentare l’opera Shkrepetima, un video-documentario della performance teatrale realizzata a Runik, Kosovo, nel 2018. Riunendo artisti e abitanti del luogo in un’azione collettiva, Halilaj aveva ridato vita ai ruderi di quella che un tempo era stata la Casa della Cultura.

Perché Petrit Halilaj si ritira?

La battaglia di Petrit Halilaj è iniziata questo maggio, quando è stata resa pubblica la lista degli artisti che avrebbero partecipato alla Biennale di Belgrado. Con grande sorpresa dell’artista, il suo nome era l’unico non accompagnato dalla nazione d’origine.

Un’omissione volontaria, secondo Halilaj. L’assenza di quella sola parola – Kosovo – pesava come un macigno, intrisa di significato politico com’era. Così l’artista si è rivolto al KCB – Cultural Centre of Belgrade, l’ente che si occupa dell’organizzazione della biennale.

Dopo la mia richiesta di includere il Kosovo, il KCB in un primo momento ha sostenuto che si trattasse di un refuso; poi ha modificato diverse volte il testo, arrivando a inserire la parola “Kosovo” preceduta da un asterisco (*Kosovo).

Il sito del KCB ha subito molti interventi da maggio a oggi. Inizialmente sono stati eliminati tutti gli stati d’origine degli artisti partecipanti, sostituiti con le sole città. Poi anche le città sono svanite, lasciando spazio alle date di nascita. Nonostante queste modifiche, tuttavia, la parola “Kosovo” pura e semplice non è mai apparsa.

E’ a questo punto che Petrit Halilaj sceglie di ritirarsi, lasciando uno spazio vuoto che altri artisti hanno scelto di onorare. In particolare la modifica di David Horvitz al suo lavoro Give Us Back Our Stars  suggerisce un forte senso di solidarietà con il gesto dell’artista.

Quando la politica fa l’arte

La posizione della Biennale di Belgrado può suonare controversa, ma nasce da una lunga e problematica storia. Il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza nel 2008, eppure la Serbia ha sempre rifiutato di riconoscerne i diritti come Stato sovrano. Nonostante alcuni segnali positivi, come il recente incontro tra il presidente serbo Aleksandr Vucic e il primo ministro kosovaro Avdullah Hoti, i rapporti tra i due paesi restano tesi.

L’esperienza di Petrit Halilaj solleva tuttavia alcune domande importanti, che hanno molto a che vedere con il nostro modo di vivere la cultura. In genere siamo portati a pensare che le mostre d’arte siano luoghi di libertà espressiva, fucine di idee e terra di nessuno. Perché quindi la politica dovrebbe interferire?

La risposta è piuttosto semplice. Le biennali sono finanziate dalle pubbliche amministrazioni in virtù dei benefici che ne ricavano. Esposizioni, fiere e musei non sono infatti solo centri di creatività, ma anche grandi attrattori turistici per le città che li ospitano. Basti pensare alla Biennale di Venezia per farsi un’idea dei numeri che una mostra può ottenere. Come nota lo storico dell’arte e curatore Julian Stallabrass:

I governi sono ben consapevoli della crescente competizione tra città su scala globale. Le città di successo devono assicurarsi, oltre al dinamismo economico, una certa varietà di eventi culturali e sportivi. Una biennale è solo una freccia nell’arco di ogni città che vorrebbe essere globale […].

Ed ecco il nocciolo della questione. Se una mostra deve agire nell’interesse del suo finanziatore, l’arte che vi verrà rappresentata avrà sempre un vago retrogusto propagandistico. Quanto sono davvero libere le mostre d’arte pubbliche internazionali? Quanto sono cautamente guidate per non provocare incidenti, scandali e danni d’immagine ai loro finanziatori? A questo domande Petrit Halilaj fornisce una bozza di risposta, e non sembra per niente incoraggiante.

Carlotta Biffi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *