Il test di Stanford spiega Piacenza e la violenza di Stato

E’ accettabile parlare di qualche mela marcia nel leggere di Piacenza e della violenza di Stato perpetrata dai suoi carabinieri per tre anni? O forse c’è un problema di fascismo sistemico che nessuno vuole affrontare?




Nel 1995 Umberto Eco tenne una lectio magistralis alla Columbia University. Il contenuto di quell’intervento fu poi raccolto in un saggio di 50 paginette che si intitola Il fascismo eternoe che sembra andato in stampa questa mattina, anche se non c’entra nulla con Piacenza e con la violenza di Stato. Eco diceva che avrebbe trovato “confortevole” il fatto che qualcuno dicesse a gran voce di voler riaprire Auschwitz e di rivolere le camicie nere. Era naturalmente una provocazione: serviva ovviamente a dire che avrebbe fatto comodo a tutti avere un fascismo chiaro, delineato e riconoscibile dai riferimenti storici e, perché no, di abbigliamento. Dividere, in pratica, il mondo in buoni e cattivi significa sapere su quali persone poter contare per chiedere aiuto in un momento di difficoltà. La patente di affidabilità democratica, però, non è ancora stata incontrata e il fascismo sguscia insospettabile tra tutti noi e, soprattutto, tra gli insospettabili. 




Non tutti hanno un’Ilaria Cucchi

Lo scandalo della caserma di Piacenza e la violenza di Stato ci mettono, ancora una volta, di fronte all’autorità che diventa abuso di potere, che tradisce la fiducia dei cittadini e che diventa loro nemico. E se il comunicato stampa dell’Arma invita a non fare generalizzazioni, in molti scuotono la testa e iniziano a dire che non si può più parlare solamente di qualche mela marcia. In prima linea, ancora una volta, Ilaria Cucchi.  Ha ragione, certo, il generale dei Carabinieri Giovanni Nistri a parlare anche “a tutela dei 100mila carabinieri che ogni giorno e ogni notte espletano il loro dovere al massimo delle loro possibilità“. 



Come diceva Calvino, però, è necessario “saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio“. Proprio per questo, forse, quello che è necessario è un ripensamento urgente sulle logiche che permettono al sistema di liberarsi dalle spaventose dinamiche filofasciste e criminali che lo divorano dall’interno. Se non è fascismo quel vizio di educare a forza di botte, allora cosa lo è? Lo è stato con Stefano Cucchi, con Carlo Giuliani, con Federico Aldrovandi, con Riccardo Magherini, con Riccardo Rasman, con Aldo Bianzino, con Giuseppe Uva e forse con i tanti dimenticati che una loro personalissima Ilaria Cucchi, per le contingenze della vita, non l’hanno avuta. Individui problematici, deboli, malati, in difficoltà o semplicemente ribelli, ma prima di tutto persone, con il loro bagaglio di diritti che il fascismo delle forze dell’ordine vuole rieducare, raddrizzando loro la schiena e, nel frattempo, rompendo loro le costole. 

Il monopolio nell’uso della forza

Negli abusi di Piacenza e nella violenza di Stato perpetrata a spese dello Stato stesso, c’è lo stato prepolitico. C’è la guerra di tutti contro tutti, la ragione del più forte di cui parlava Hobbes. Se lo Stato nasce, quindi, lo fa per monopolizzare l’uso della forza, a cui ricorre come extrema ratio. Ritroviamo lo stesso concetto in Max Weber, quando parla di “monopolio della violenza legittima“. E quando i regimi diventano dittatoriali, c’è la confusione che denunciava Eco. Non si capisce più chi siano i buoni e chi siano i cattivi, chi si muova nella cornice della legalità e chi invece la usi solo come grimaldello formale per affermare la propria condotta scellerata e abusante.

Ingenuo o forse strumentale diventa quindi il politicizzare anche la vicenda di Piacenza. Da una parte c’è chi sostiene che le forze dell’ordine siano tutte fasciste e, dall’altra parte, c’è lo specchio riflesso di Meloni e Salvini che oggi fanno loro la battaglia contro le generalizzazioni. Solo per oggi, fino al prossimo immigrato. Cambiano le latitudini, ma anche al di qua dell’oceano Atlantico ogni Stato ha i suoi problemi con la gestione e la delegazione nell’uso della forza pubblica.

L’esperimento di Stanford

Lo aveva già dimostrato nel 1971 il professor Philip Zimbardo con un esperimento tanto semplice quanto sconcertante. Sostenitore della teoria secondo cui il nostro comportamento sarebbe influenzato dall’ambiente, egli prese i suoi studenti dell’Università di Stanford e li divise in due gruppi, carcerieri e carcerati. Li obbligò a comportarsi con un protocollo rigido, in un contesto fortemente gerarchico. Dopo poco scoprì l’adozione di comportamenti vessatori e abusanti da parte dei carcerieri nei confronti dei carcerati. Perché? Non ce n’era bisogno, i ruoli erano già ben distinti. Eppure è successo. Milgram aveva condotto un esperimento simile per spiegare il nazismo. Anche qui fu chiaro che anche una persona buona e rispettabile, in un certo contesto, potesse diventare particolarmente crudele.

Una forma di deresponsabilizzazione?

Quindi, i carabinieri arrestati sarebbero esenti da responsabilità? No, assolutamente. Quello che emerge, come nel caso di Piacenza e della violenza di Stato, è che il contesto fortemente gerarchico e burocratizzato della caserma possa facilitare l’insorgere di condotte vessatorie. Il problema, dunque, sarebbe sistemico e in una democrazia dovrebbe essere prioritario affrontarlo.

Come si è arrivati fin qui?

In che modo è stato possibile arrivare al punto di Piacenza e della violenza di Stato? Come è riuscito un gruppo di delegati dello Stato a insediare un business criminale nella casa dello Stato stesso? Com’è riuscita la caserma di Levante, nel 2018, a ricevere persino un’onorificenza per l’eccellente lavoro di contrasto al traffico di stupefacenti? E’ accettabile che i meccanismi premiali interni si basino solo sui numeri e non su un controllo più capillare e attento? Lo Stato a Piacenza ha delegato e non ha più controllato, per tre lunghissimi anni. E, nell’ironia che a volte solo il nostro Paese sa offrire, ha pure applaudito.

Elisa Ghidini

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