I piedi sulla periferia d’Italia

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Foto di Donata Cucchi
Foto di Donata Cucchi

Di Massimiliano Santarossa

 

 

Quasi adatti a garantire il giusto risultato

Quasi adatti a star seduti dentro un’auto accessoriata standard

Quasi adatti a scuole con i crocefissi ai muri

Quasi adatti a discoteche come gabbie

Quasi adatti a innamorarsi di un’animale a pelo corto

Quasi adatti a rinunciare alle proprie fantasie

Tre allegri ragazzi morti(1)

 

Otto romanzi non sono poca cosa, penso, quasi a giustificare ogni storia narrata, “storie (di periferia) che non andavano scritte”, dissero più volte da queste parti, anche un paio di avvocati mentre mi volevano querelare, anni fa.

Fuori piove. L’acqua sul vetro della finestra crea miriadi di gocce, le une uguali alle altre, le une sulle altre, a formare una marea, come i volti degli operai, identici tra mille e mille e mille altri volti, oggi tutti cassintegrati. Osservo dalla finestra i tetti dei palazzi rossi: in verità si chiamano Case Rosse, questo il nome dato loro dagli architetti che le hanno prima pensate, poi studiate e infine sollevate su questa terra ex-contadina, di nome Friuli, oggi del tutto cementificata. E così è avvenuto in ogni zona contadina del Nord della nazione.(2)

Sto scrivendo da Pordenone, una delle città che ha vissuto sulla pelle la vasta trasformazione industriale degli anni Sessanta e Settanta, passando da paese arretrato di poco più di diecimila agricoltori a zona ultra-industriale da sessantamila operai.

Quegli otto romanzi tengono dentro anche tale sviluppo (che non è progresso, come ribadirebbe un certo Poeta di nome PPP); quindi lo sviluppo della “periferia dell’anima”, dove oggi voglio tornare. Dopo molto.

Piove. Indosso il giubbotto scuro, leggero, alzo il cappuccio. Esco. Sotto il cielo color dei denti.

Cammino lungo la via delle Case Rosse.

È uno stradone che pare arrivare ai confini della città, del mondo, di questo mondo grigio cemento. Ai lati due file di palazzoni popolari dal colore scuro della terra bruciata, scrostato, con infinite piccole finestre tutte esattamente allineate. Da alcune spuntano occhi, volti, qualche mezzo busto di donna intenta a osservare questo pomeriggio piovoso che va a finire. Il cielo è sempre più basso, sembra impegnato a divorare il mondo, una punizione di un Dio troppo alto e lontano per farsi vedere: per esistere. Mi chiedo cosa avevano in testa gli architetti quando hanno concepito una galera così perfetta, così lineare, così ripetitiva. Per centinaia di metri identica. Le Case Rosse di Pordenone, e a maggior ragione le Vele a Scampia, il Corviale a Roma, Quarto Oggiaro a Milano, le zone limitrofe al Lingotto a Torino, tali vastissimi mostri di cemento, se li guardi dal basso sembrano mangiarti, la loro voce ti chiama e dice: «Vieni, entra, dormi, esci, lavora, spaccia, vivi, sopravvivi, poi torna, entra, dormi, oggi, domani, per sempre».

Dai palazzoni al capannone industriale dove costruire metallo, dai palazzoni alla piazza dove spacciare eroina, dai palazzoni alla strada dove perdersi, dall’alba al tramonto, andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno. Giorno e notte. Per una vita intera. Ecco la vita del Non-Più-Popolo-Italiano.(3)

Mi siedo sulla panchina di legno al centro del piccolo parco giochi. Due altalene. Diciotto alberi che puntano il cielo basso coi loro rami spogli. Una casetta colorata di giallo e rosso per i bambini, e una bicicletta rosa senza il copertone appoggiata alla parete, immobile da settimane.

La periferia del Nordest ha una sua Voce, una sua Storia. Ex “locomotiva d’Italia”(4) ha visto oltre all’ingovernabile sviluppo economico, industriale e urbanistico anche l’esplosione di un malessere sociale, generazionale, altrettanto ingovernabile, e raramente narrato, ancora tutto da comprendere. Due intere generazioni di figli di operai, tra gli anni Settanta e Ottanta, sono state abbandonate a loro stesse, colpevoli i repentini cambiamenti di stili di vita nelle famiglie e nella società, le nuove velocità richieste dal lavoro seriale, i nuovi bisogni economici, colpevole quello stravolgimento sociale che ha portato un mondo contadino e arcaico a diventare industriale e iper-produttivo in un quinquennio (dal 1960 al 1965), e così i figli di quel sistema, persi nelle inedite e profonde periferie, hanno trovato nella diffusione dell’eroina il baratro dove crollare, dove scomparire, dove dichiarare guerra a un universo mai accettato. Questa voce, che ha i tratti di un vero Urlo salito dalle viscere della “mia periferia”, prende vigore proprio nella disperazione portata dalla Ricchezza del lavoro(5); a differenza delle enormi periferie metropolitane, governate da regole del tutto opposte. Tra Friuli e Veneto, bisogna cominciare a dirlo, a scriverlo, una certa ricchezza operaia ha portato degrado, lo sviluppo industriale ha portato degrado, il benessere dell’omologazione ha portato degrado, un degrado figlio della solitudine, dell’abbandono. Come altro potevano crescere decine di migliaia di adolescenti rimasti Orfani di padri e madri ancora vivi, ma scomparsi dentro gli innumerevoli stomaci delle fabbriche. Donne e uomini spariti in vita, donne e uomini consumati a trent’anni, donne e uomini senza tempo per altro che non fosse produzione di ferro, legno, plastica, vetro, asfalto, cemento: lavatrici, automobili, televisori, frigoriferi, strade, palazzi, etc. Dove tre intere classi dirigenti di Democristiani (con la complicità del Partico Comunista Italiano e dei Sindacati) pensavano di aver risolto col Lavoro seriale secoli di povertà contadina. E invece quello stesso Lavoro ha creato nuove povertà, nuove emarginazioni, all’interno delle famiglie stesse, nella rottura prima intima e poi sociale del rapporto tra padri e figli, appunto esplosa negli anni Settanta e Ottanta, e non ancora sanata.(6)

Esco dal piccolo parco. Torno sotto le migliaia di finestre popolari e mi chiedo perché la periferia, ogni Periferia Occidentale, è stata pensata in questo modo. Perché a un certo punto gli architetti hanno dimenticato il senso della vita, il senso stesso dell’essere umano, i bisogni di chi abita quegli appartamenti di pochi metri quadrati. Perché avete costruito tutto questo? Vorrei chiedere a uno qualsiasi di quegli architetti, ingegneri, industriali, dopo averli costretti a vivere per tre, quattro decenni dentro quelle gabbie per animali umani. Esseri ammaestrati, abituati, schiacciati, perché è stato sacrificato tutto al cemento, al ferro, alla ruggine, alle fauci dello Sviluppo? E perché nessuno ha mai reagito? Tutto pare essersi realizzato in virtù della metafora del canarino: vivo in gabbia, morto al vento. Gli italiani: un popolo di piccoli animali fragili.

Dopo diverse centinaia di metri i palazzoni popolari si interrompono. Lasciano spazio a qualche campo sopravvissuto e a seguire ecco una delle migliaia di zone industriali che hanno invaso l’intera pianura padana, da est a ovest, da Trieste a Torino.

Mi perdo con lo sguardo tra i primi capannoni che incontro. Sotto la pioggia sembrano ancora più violenti, ancora più grandi. Potrei contarli, uno per uno, servirebbero ore. Camminare aiuta a vedere, ma anche a immaginare e sentire: le voci di migliaia di operai che qui hanno consumato i propri corpi, tutti i giorni, nei decenni trascorsi. Ogni dieci capannoni grigi ce n’è uno colorato. Non so perché, non ne comprendo il motivo. Forse in giro c’è qualche architetto ancora più sciocco dei suoi colleghi, che vuole lasciare la propria traccia, come i cani quando pisciano per segnare il territorio. Uno è identico a una scatola da regalo, colorato di rosa con enormi pois bianchi. L’insegna indica lavasecco industriale. Più avanti ce n’è uno giallo a strisce orizzontali viola. Sarà a duecento metri, ma quel colore è così potente che pure da qui sembra pronto a inglobarti. Non vedo l’insegna, ma appeso sopra c’è un elicottero. Forse vende testate nucleari. Sulla mia destra, giusto in fondo a una strada, se ne staglia uno super tecnologico, tutto blu elettrico, con lunghi finestroni neri e una scritta enorme, bianca, che corre tutto intorno al capannone e urla: arti grafiche. Si vede che sono attenti al particolare. Dall’altra parte della strada, in mezzo a cinque mostri quadrati, si innalza il più bello di tutti. Il più sontuoso. È lunghissimo, per metà di cemento levigato, grigio chiaro, e per metà di mattonelle lucide viola, verdi, gialle, nere, blu scure che sembrano cambiare colore a seconda della luce. Il padrone deve avere speso un capitale per quei colori. L’entrata è di legno, e ci sono alberi altissimi. Si capisce bene che pure il giardino è curatissimo, quasi fosse quello di una villa. Anche i parcheggi sono “di design”: pensiline nere opache, lineari, parto del solito architetto piscione. Produzione Arredi, dice l’insegna sopra la torre triangolare che sovrasta il tetto. Il padrone sarà un discendente dei faraoni, mi dico, senza nemmeno sorridere più.

Oltre la prima via se ne aprono altre, grigie, più grigie, desolate, più desolate. Sono le parallele periferiche dei centri industriali, quelle delle innumerevoli fabbriche fallite, chiuse, delocalizzate.(7) Le strade di un’Italia che al momento non conosce alcun Futuro, perché il domani sta in quell’abbandono lì, che è lo stesso abbandono di Dio. Non erano tutti devoti gli industriali alla Chiesa, alla Religione, a Dio? Ecco: ne hanno imitato la scomparsa.

E i poveri diavoli se ne restano qui, a terra, su questo fango geografico chiamato Italia.

 


 

 

Note

 

(1). Tre allegri ragazzi morti, rock band pordenonese, oggi la più importante del panorama indie, testi e musiche di Davide Toffolo, tra i migliori fumettisti italiani. Il loro immaginario artistico per anni ha narrato la città di questo racconto: Pordenone.

(2). L’Italia del Nord, soprattutto nelle regioni Friuli, Veneto, Lombardia, Piemonte, dagli anni Sessanta a oggi, ha subìto la più vasta e incontrollata e delinquenziale cementificazione in Europa, tanto da superare il 12% di suolo distrutto, irrecuperabile. Ancora oggi oltre 500 chilometri quadrati all’anno vengono consumati per l’espansione edilizia (dati riscontrabili nelle indagini dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

(3). Gli italiani non sono mai diventati “popolo”, come l’Italia non è mai diventata “nazione”. Tuttavia tra gli anni Sessanta e Settanta l’ondata di industrializzazione diffusa ha avuto come risultato la creazione di un mondo operaio composto da venti milioni di persone, guidate dalle stesse abitudini e dai medesimi interessi, divenendo il primo e unico “popolo” del Paese. Con il crollo della produzione e la perdita delle grandi industrie parrebbe oggi la povertà la nuova omologatrice delle masse e dei consumi (oltre la televisione e i social network: discorso altro e non centrale in questa sede).

(4). Locomotiva d’Italia, definizione coniata per tre regioni (Friuli-Veneto-Trentino) dove negli anni Novanta e principio del Duemila la disoccupazione si attestava attorno al 2% e una provincia come quella di Treviso vantava un export in miliardi equivalente a quello dell’intera Grecia. Il Nordest, per un decennio, è stata la zona col capitale privato più alto d’Europa.

(5). Si consiglia in merito la lettura del “romanzo industriale” Works di Vitaliano Trevisan, Einaudi 2016. Uno dei più lucidi ritratti del Nordest dagli anni Settanta al Duemila e di cosa è stato il lavoro in queste regioni.

(6). Per approfondire la “questione industriale italiana” e i suoi effetti si legga la prestigiosa Antologia “Fabbrica di Carta”, curatori Giuseppe Bigatti e Giuseppe Lupo, Laterza, 2013. Per un approfondimento ulteriore, soprattutto rispetto alla mutazione antropologica dell’Italia degli anni Sessanta, si consiglia “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini, Mondadori, 1992, e “La ricchezza della povertà” di David Maria Turoldo, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010.

(7). Il fenomeno delle delocalizzazioni aziendali, in Italia, dal 2007 a oggi, anni della crisi economica, ha comportato la perdita occupazionale per 1.800.000 lavoratori. Ciò che colpisce è che oltre il 70% delle industrie che hanno delocalizzato le proprie produzioni, dal colosso Fiat alla piccola Omsa (tanto per citare due casi estremi per dimensioni) erano in attivo, guadagnavano e avevano i conti economici a posto. La delocalizzazione in Italia è stata il maggior fattore di crollo del sistema industriale e della conseguente esplosione della crisi economica e sociale. Le responsabilità della classe industriale sono ancora tutte da narrare.

3 Comments
  1. Francesco Canino says

    Ho avvertito l’articolo come molto “evocativo”, perché mi ha ricordato alcune mie “passeggiate” attraverso gli incubi di quegli architetti che spacciarono gli stessi per sogni. Ho pensato – per l’ennesima volta, perché lo faccio ogni giorno guardando la mia amata Palermo – al “sacco di Palermo” che con gli accordi tra Cosa Nostra e DC distrusse gran parte della città, gettando l’infinita colata di cemento (scadente) degli imprenditori edili affiliati ai “corleonesi” di Totò Riina. Un “sacco” che non è mai finito, passando per Ciancimino sindaco sino ad arrivare ai giorni nostri, con nomi vecchi e nuovi in Cosa Nostra e degni eredi politici della Democrazia Cristiana saldamente al potere tanto in Sicilia come a Roma o al nord… degni eredi che hanno dato una FORZA in più all’ITALIA.
    Ho pensato ai progetti delle “zone di espansione nord”, meglio conosciute come lo ZEN… soprattutto lo ZEN 2 (ma non solo), degno fratello degli inferni napoletani e di tanti altri. Ho rivisto la distruzione delle ville liberty per l’edificazione dei palazzi da undici piani. Ho avvertito altresì la ferita degli interramenti di due dei tre fiumi che una volta bagnavano Palermo (il terzo è diventato una mezza discarica e per molti tratti è stato interrato altrettanto). Ho pensato e riflettuto su tante cose, e questa è la prima testimonianza dell’efficacia dell’articolo–cartolina (forse sarebbe meglio chiamarlo “articolo–dépliant”) di Massimiliano Santarossa.

    Continuando le ponderazioni, proprio ieri, anniversario della nascita di Courbet, ripercorrevo, per così dire, alcuni sentieri del Realismo… e da lì, il passo verso la riflessione sullo scrivere di Massimiliano (soprattutto in attesa del suo “Padania”) è stato breve. Così come è stata inevitabile la liaison alle parole di questo articolo. E tornando a Courbet, c’è un suo dipinto intitolato “Funerale a Ornans”, che racchiude molti degli intenti del Realismo… e anche di quello di cui parlavo prima: Courbet realizza una tela di 3,1 x 6,6 metri per raccontare un rito ordinario… un banale funerale di un proprio lontano parente. E per farlo non usa modelli ma le persone vere presenti al funerale. Una tela di quelle dimensioni era stata fino ad allora riservata a soggetti reali e religiosi. Ecco! Courbet sfida critica e tradizioni per raccontare quel che realmente sta accadendo, in barba ai dettami degli usi, ai costumi del potere, all’importanza del personaggio principale dell’opera. Questo quadro è il trionfo del Realismo, non solo sulle altre correnti (Romanticismo in primis), ma su certi punti del “sistema” che sembravano troppo saldi da poter essere non addirittura sradicati ma, addirittura, semplicemente messi in dubbio.
    La stessa cosa fa Massimiliano nel suo scrivere. Niente modelli. Niente fiction. E l’utilizzo di una “tela” abbastanza grande da poter contenere tutte le immagini necessarie, e soprattutto, a dissipare le ragnatele di silenzio. Un percorso controcorrente rispetto al fluire delle mode (imposte) del circo editoriale e del sistema delle simonie letterarie.
    Il compito di uno scrittore è raccontare. Non c’è dubbio.
    Il Realismo ha bisogno di noi come noi di lui. E Massimiliano questo l’ha capito molto bene. Non posso che ringraziarlo.

  2. […] Quando si parla di tossicodipendenze bisogna stare attenti a fare le giuste distinzioni, tra tipi di sostanze, prima di tutto; tra tipi di ambienti, poi. Se parliamo di droghe pesanti, ancora una volta, c’è da distinguere tra cocaina ed eroina, tra uso occasionale e uso continuo. E in che modo e perché se ne faccia tale uso. Qui ci colleghiamo alla questione dell’ambiente d’appartenenza e in particolare delle periferie. Per chi trascorre un sabato al mese in club o rave è evidente che la questione non sia la stessa rispetto a chi abita a Tor Bella Monaca, o nelle periferie di qualunque città, abbandonato a se stesso da genitori magari a loro volta spacciatori, criminali o, perfino, se si è figli di genitori coscienziosi ma che dedicano l’esistenza al lavoro (penso alle catene di montaggio, alle fabbriche chiaramente) per cui fagocitati dallo stesso ruolo che dovrebbe permettere loro una vita dignitosa, il risultato sono figli praticamente orfani, allo sbando, che frequentano gli unici luoghi di convivialità delle periferie: i parchetti, i giardinetti, dove sugli stessi scivoli passano bambini e spacciatori. A tal proposito consiglio un acuto e politicamente scorretto, com’è giusto che sia, reportage dello scrittore Massimiliano Santarossa sulle periferie: http://www.ultimavoce.it/piedi-sulla-periferia-ditalia/#.V16BuWosgWo.facebook […]

  3. […] link all’articolo […]

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