Pippi Calzelunghe, la piccola grande eroina svedese

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Tutti la conoscono, Pippi Calzelunghe, la bambina dal viso ricoperto di una pioggia di lentiggini nata in Svezia nel 1945.

1945. L’Europa è scossa e devastata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, una ferita che la divide in due parti: da una parte ci sono vincitori, dall’altra i vinti. La verità è che il nazifascismo è stato sconfitto, ma hanno perso tutti. Si devono ricostruire le città, seppellire i propri morti, cercare di ricominciare da capo. Gli uomini sono stati al fronte a combattere, chi è fortunato sta tornando a casa, chi non lo è, è morto; le donne sono rimaste a cercare di tenere i cocci delle proprie vite, a tenere in piedi un mondo che sta cadendo a pezzi, salvare il salvabile, sopravvivere. Sono loro,  l’ultimo baluardo di un’Europa destinata a cambiare per sempre, donne che non aspettano più l’arrivo di un principe che venga a salvarle, ma che fanno di tutto per essere indipendenti, forti e sufficienti a loro stesse. Anche perché non hanno altra scelta.

Ed è proprio nel 1945 che vengono scritte dalla penna sapiente di Astrid Lindgren le mirabolanti avventure di Pippi Calzelunghe,

la bambina capace di sollevare il proprio cavallo con un solo braccio. Il romanzo viene subito apprezzato in Nord Europa; in Italia, invece, vedrà una prima edizione solo nel 1958, ben 13 anni dopo.

Ad una lettura superficiale, Pippi Calzelunghe è un libro per l’infanzia come tanti altri: si raccontano le bizzarre peripezie di una bambina che inventa un sacco di storie fantastiche facendole passare per avventure vissute realmente. Pippi non fa altro che combinare guai, finendo sempre nei pasticci, ma cavandosela sempre.

Se guardiamo con più attenzione, però, notiamo che dietro questa superficie c’è molto altro.

Vediamo una bambina che è costretta già dall’infanzia a vivere da sola in una casa che deve gestire in autonomia, visto che sua mamma è morta e suo padre non c’è. Pippi ci viene presentata come un’eterna Peter Pan, ma la realtà delle cose è un’altra: essendo completamente sola, è stata presto costretta a diventare autosufficiente, e per questo a crescere in fretta. Solo che non ha dimenticato che per sopravvivere ad un mondo che può essere ingiusto è indispensabile trovarsi degli escamotage che ci aiutino a sopravvivere alla realtà, che a volte può essere schiacciante.

È per questo che inventa storie di pirati, è per questo che si concede qualche marachella, di tanto in tanto:

per non perdere il diritto alla spensieratezza dell’infanzia. Ma Pippi Calzelunghe non è solo una bambina con grande fantasia: è anche fortissima, e questo le è necessario per difendersi dai possibili pericoli; ma la sua forza è messa a disposizione del prossimo, come nell’episodio in cui si trova a rimettere al loro posto i bulli, difendendo i più deboli. Per la ragazzina dalle calze a righe, la forza – e non la violenza – è qualcosa di necessario, quando si incontra l’ingiustizia, di fronte alla quale bisogna essere imparziali senza mai rimanere ciechi. Pippi condivide anche la sua ricchezza: nel suo forziere ci sono tutti i tesori del mondo e molte monete, che decide di investire in giocattoli e caramelle per i suoi coetanei più poveri.




Anche negli anni ’80 l’azienda propose nuovi modelli, cercando di rinnovare costantemente la propria proposta commerciale.

Inoltre, non manca nemmeno della sensibilità di domandarsi il perché delle cose e dei comportamenti altrui, senza mai giudicare e tendendo piuttosto a farsi una risata, rimanendo sempre incline alla comprensione del prossimo e al perdono. Sdrammatizzare sembra essere una delle chiavi per vivere bene, agli occhi della nostra eroina, e non si può darle torto.

Che cosa ci insegna, dunque, Pippi, con la sua genuina spontaneità?

Che il mondo a volte può essere duro con noi, ma non bisogna mai darsi per vinti, e avere tanto coraggio, perché esistono sempre delle soluzioni. Ci insegna a non scordarci del prossimo, che può diventare famiglia, perché la famiglia non è un qualcosa di biologico, ma è fatta di legami scelti e consolidati, come quelli con i piccoli Annika e Tommy, senza scordare la fidata scimmietta Signor Nilsson e il cavallo che chiama “Zietto”. Perché  essere indipendenti non significa chiudersi in se stessi, ma saper accogliere l’altro pur essendo in grado di farcela in autonomia.

Pippi ci mostra, inoltre, che è giusto anche sentirsi soli, malinconici e un po’ tristi, a volte, perché succede a tutti. Ma anche che esistono antidoti alla tristezza, perché si possono inventare cose belle, si può giocare, si può immaginare. Non bisogna prendersi eccessivamente sul serio, e tanto meno perdere di vista la magia delle piccole cose e la fantasia, indispensabili alla sopravvivenza. Per tutti questi insegnamenti, Pippi è, a suo modo, una piccola grande maestra e credo che la dovremmo ringraziare per averci insegnato che non sempre c’è bisogno di un principe che ci salva, ma che ognuno può essere l’eroe di cui ha bisogno; dopotutto, Pippi non ha combattuto la guerra nel 1945, e ne è davvero figlia.

Sofia Dora Chilleri

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