Pizza, mandolino e filantropia

fonte: http://www.responsabilidadsocial.mx/
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fonte: http://www.responsabilidadsocial.mx/

C’era una volta il welfare state, quel complesso di politiche pubbliche che consentiva allo Stato di intervenire a tutela del benessere dei cittadini. C’era una volta e ora non c’è più, per ragioni più o meno ovvie. Ora c’è lei, la filantropia: fi-lan-tro-pì-a. “Disposizione dell’animo a iniziative umanitarie che si traduce in attività dirette a realizzarle”.

In buona sostanza, dove c’era il pubblico ora c’è il privato, perché il pubblico – lo Stato – non ce la fa più e quella parola tanto amena, welfare, è stata smantellata a colpi di scure. Chi lotta per eliminare le disuguaglianze sociali, chi tutela l’ambiente, chi sostiene la ricerca sulle malattie rare; altri invece promuovono lo sviluppo attraverso l’arte in tutte le sue espressioni.

Aumenta la propensione delle aziende a investire sul sociale. Almeno, così stabilisce lo studio “Corporate social impact strategies – New paths for collaborative growth”, pubblicato a fine anno dalla European venture philanthropy association. Secondo questo studio, negli ultimi due anni è cresciuto anche il volume delle donazioni individuali. Questa tendenza del tutto positiva è una prerogativa tutta europea, nonostante nel rapporto sia evidenziato come l’Italia abbia un esiguo numero di donatori (il 30% contro il 70% della Svizzera e l’85% dell’Olanda).

Pochi, dunque, ma molto generosi (ebbene sì, siamo saliti sul podio aggiudicandoci un terzo posto per donazioni individuali, dopo Germania e Regno Unito).Un universo polverizzato di cinquemila e più tra Enti e Fondazioni di famiglie di imprenditori, accanto a quasi un centinaio di fondazioni bancarie. Talmente polverizzato da provocare una dispersione di risorse. Qualcosa si sta muovendo per catalizzare queste realtà e concentrarle in una sola, più grande.

Si tratta di Fondazione Italia, un istituto pubblico – privato che riunisce filantropi e fondazioni. In questo modo si potrebbero, almeno si spera, concentrare le risorse per investimenti più ingenti su progetti di rilevanza nazionale, magari con una certa risonanza anche fuori dai nostri confini.
Sembra strano trovarsi a parlare di filantropia in un contesto che somiglia a una forbice aperta, pronta a tagliare di netto quel divario tra ricchi e poveri che, da sfumato che era, si mostra sempre più marcato.

E’ proprio il rapporto della European venture philanthropy association a segnalare che, entro questo nuovo anno, ben l’1% della popolazione mondiale avrà più ricchezze del restante 99%. Eppure c’è quel sentimento d’amore che ci permea e non ci abbandona, a fare da motore per la realizzazione di progetti ad impatto sociale. Questo è il caso di Mark Zuckerberg che, come sappiamo, diventato papà si è impegnato a cedere il 99% delle sue azioni Facebook, da destinare alla Chan Zuckerberg Initiative, società creata ad hoc per le attività filantropiche.

Se una volta era un amministratore delegato su dieci ad essere sensibile alle tematiche sociali, ora lo è uno su tre. Per somma gloria del brand, che gode così di un notevole ritorno d’immagine e di fatturato.

Alessandra Maria

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