Poesia di guerra al tempo del coronavirus: il comune linguaggio del dolore

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La pandemia di coronavirus è stata spesso paragonata ad una guerra. Ma non lo è. Eppure, i sentimenti che abbiamo provato in questi mesi non sono molto diversi da quelli che leggiamo in un poeta che la guerra l’ha combattuta, come Ungaretti. La poesia riesce sempre a dare voce alla nostra interiorità profonda e ci fa rendere conto che i grandi drammi umani condividono un unico lessico del dolore, ma anche della speranza.

Paragonare una pandemia ad una guerra è un’operazione insidiosa e pericolosamente fuorviante. È come se paragonare il coronavirus ad una guerra ci dovesse far rendere conto della sua pericolosità. Ma una pandemia mondiale può essere considerata anche più pericolosa di una guerra. Ci serviamo dell’immagine bellica per dare un aspetto conosciuto ad un fenomeno ignoto.  Stabiliamo così un paragone improprio, che confonde le idee ed altera la nostra percezione della realtà.

Oggi più che mai abbiamo invece bisogno di chiarezza e verità comunicativa. C’è bisogno di filologia.

Bisogna temere le analogie avventate e imperfette, che forse ci aiutano a dare un’immagine concreta alle nostre paure, ma allo stesso tempo creano aspettative e illusioni. La guerra è un fenomeno ben impresso nel nostro immaginario comune. Anche senza averne fatto esperienza diretta, riusciamo a rinvenire delle informazioni nella nostra mente, dei ricordi di guerre che abbiamo studiato o visto in televisione, letto in un libro e così via. La guerra è, purtroppo, un tema molto presente nella nostra vita. Se invece pensiamo al concetto di pandemia, nella nostra mente aleggia la nebbia. La maggior parte di noi ha raramente sentito nominare la parola pandemia: è un fenomeno di cui non si parla quasi mai e che non incontriamo nella nostra esperienza quotidiana.

Le differenze tra guerra e coronavirus sono numerose e sostanziali, e bisogna esserne consapevoli. Tuttavia, in questi mesi ci siamo potuti riconoscere in molte parole di un poeta che la guerra l’ha vissuta in prima linea.

Giuseppe Ungaretti, a 26 anni, tornò in Italia dalla Francia, dove aveva studiato letteratura alla Sorbona. Tornò in patria nel 1914 per partecipare alla Prima Guerra Mondiale e  si arruolò volontario in un reggimento di fanteria. Venne inviato a combattere sul Carso. Molte sue poesie hanno visto la luce nel buio di una trincea.

L’esperienza della guerra segna Ungaretti per sempre. La poesia coglie i suoi sentimenti più profondi e li traduce in parole su carta. E  la parola poetica rivela così la sua potenza, trasformando l’esperienza personale del poeta in esperienza universale.

La poesia, infatti, attinge alle piaghe più profonde della nostra anima. Questo pozzo d’essenza sembra essere lo stesso per l’uomo di ogni tempo.

Per questo riusciamo a sentirci vicini ai poeti più antichi, come a quelli contemporanei.

In Veglia Ungaretti ci offre una delle immagini più struggenti della guerra. Si tratta di una poesia scritta al fronte, che racconta di una nottata in cui il poeta è “buttato vicino ad un compagno massacrato con la sua bocca digrignata […] con la congestione delle sue mani”. Uno scenario orribile, che rivela tutta la crudezza del combattimento. Eppure assistiamo ad un inatteso rovesciamento nei versi finali, che recitano così:

Nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita.

L’iniziale protesta nei confronti della brutalità della guerra si tramuta nella riscoperta dell’amore. L’attaccamento alla vita nasce dall’orrore e dal dolore, in una parola dalla morte.  Questo attaccamento si configura come un istinto naturale, quello alla sopravvivenza, ma assume anche un ulteriore significato: la riconquista del valore della solidarietà umana.

Anche oggi, nell’esperienza del coronavirus, stiamo riaffermando il nostro desiderio di vivere e stiamo riscoprendo il valore della solidarietà che ci lega l’un l’altro.

Siamo tornati a sentire la precarietà della vita. Ciò che davamo per scontato, come la vicinanza delle persone amate, la sicurezza di averle sempre accanto, la salute, il benessere, la vita stessa… si è tutto sgretolato.  Ci siamo ritrovati soli e vulnerabili.  Molti di noi sono stati spinti a dichiarazioni di affetto e vicinanza che non avrebbero mai espresso prima. Tanti hanno affidato segnali di vicinanza e affetto alla scrittura, a messaggi WhatsApp, SMS, e-mail: le nostre odierne lettere piene d’amore.

Ed è proprio questo senso di precarietà che ci fa sentire in un equilibrio instabile, come dei soldati in guerra, continuamente a rischio. Recita così una delle più celebri poesie di Ungaretti, Soldati:

Si sta come

d’autunno 

sugli alberi 

le foglie.

La vita del soldato è assimilata a quella di una foglia d’autunno. Proprio come una foglia appesa ancora per miracolo ad un ramo, il soldato sente che da un momento all’altro qualcosa potrebbe accadere e cambiare la sua vita. Ma quel “si sta” impersonale oltre a sottolineare la sua condizione di anonimato, di emarginazione ed abbandono, rende una tale condizione condivisibile e universale, applicabile ad altre tragiche esperienze.

Anche oggi ci riscopriamo fragili, noi uomini che pensavamo di poter governare e controllare tutto. Sempre più interconnessi, ma anche sempre più distaccati dalla natura e dalla realtà delle cose. Sempre più sicuri delle nostre conoscenze, ma spesso tracotanti ed arroganti. Le nostre vite si sono rivelate nella loro interezza: fragili e limitate, legate ad un ordine più grande e al di fuori del nostro controllo.




È fortissima un’altra immagine ungarettiana, quella del cimitero nel cuore del poeta nei versi di San Martino al Carso:

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato.

La guerra sembra distruggere tutto. Delle case resta almeno però qualche brandello di muro; dei compagni caduti, invece, non resta nulla. Solamente il ricordo impedisce che vengano del tutto cancellati: un ricordo fatto di tante croci e che fa sembrare il cuore del poeta come un cimitero. Il cuore diventa il paese più straziato.

Come i soldati, che spesso erano lasciati insepolti, le vittime di questo virus muoiono sole, lontano dagli affetti, spesso prive di un sepolcro. L’immagine dei carri armati da guerra per trasportare i corpi senza vita dei nostri connazionali è un’altra scena bellica che ha segnato indissolubilmente i nostri cuori.

Proprio da un poeta, Franco Arminio, è nata un’iniziativa commovente. Cinque minuti di silenzio per tutte le vittime del coronavirus, per restituire loro un pensiero e quindi un’identità, per ridare un nome a dei morti silenziosi, che urlano forte però nelle nostre coscienze. Ci ricordano il nostro attaccamento alla vita. Che ogni respiro, libero da respiratore, a casa, e non in ospedale, è una grazia inestimabile.

Se la poesia di guerra ci immette nella verità del dolore, c’è una poesia che nasce dal dolore e parla con altrettanta verità: la poesia della speranza.

Perché mai come dopo aver sofferto si capisce il valore inestimabile della vita e si spera di poterne continuare a godere. Come dopo la guerra, una volta usciti dall’emergenza coronavirus, speriamo di poter tornare a vedere la luce, come in Sereno:

  Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.

La poesia è stata scritta da Ungaretti nel mese di luglio del 1918, a pochi mesi dalla fine della Grande Guerra. Dopo aver attraversato l’indicibile brutalità del conflitto, il poeta sente rinascere in lui la speranza. Dopo aver assistito costantemente alla morte, rinasce ancor più forte in lui il desiderio di vivere. Da questa esperienza Ungaretti sembra trarre un insegnamento fondamentale: la limitatezza della vita umana. Recitano così gli ultimi versi della poesia:

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale.

Ungaretti raggiunge la consapevolezza che non siamo che un’immagine passeggera all’interno di un disegno molto più grande di noi, che prosegue il suo corso nell’eternità. Questo non significa svalorizzare la vita umana. Al contrario, vuol dire riconoscerla nella sua essenza, nella sua fragilità, come un bene prezioso e degno di essere tutelato con tutte le nostre forze.

La vita umana ci permette infatti di far esperienza di uno sprazzo di infinito che trova spazio dentro ognuno di noi, come in Mattina:

M’illumino

d’immenso.

Mattina ci immette nello spettacolo quotidiano al quale l’uomo può assistere da sempre: la rinascita del sole, dopo il buio della notte. È una sensazione ineffabile, intensa, che dona un senso di pienezza e di grazia: ci fa sentire a contatto con una totalità che non sappiamo neanche chiamare. È lo spettacolo della vita che risorge dopo l’oscurità del dolore. La vita che vince sempre sulla morte.

Sono tempi duri quelli che stiamo attraversando. Ma non lasciamo che la sofferenza e il dolore restino vani. 

Anche se il coronavirus non è una guerra e ci stiamo affacciando ad una nuova fase di questa emergenza, oggi, che le macchine tornano a circolare per le strade, le fabbriche ricominciano ad aprire e la nostra normalità torna a farsi sentire, non dimentichiamoci delle croci incise nei nostri cuori. Non scordiamoci del dolore che abbiamo attraversato, delle lettere d’amore che abbiamo scritto, dell’affetto che ci siamo scambiati da lontano. Continuiamo a mantenere il contatto con la nostra fragilità e vulnerabilità, perché solo da qui può ripartire una vita diversa, più umana. Solo così, con umiltà e coraggio, potremo guardare al domani con apertura e speranza, pronti ad illuminarci d’immenso. 

Giulia Tommasi

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