Politica e Digitale: un rapporto tormentato?

Il digitalismo politico è un fenomeno in continua crescita, ma è un bene o un male?

Fonte immagine Andrea Umbrello
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Politica e Digitale nell’ultimo decennio sono andati di pari passo in molte occasioni. Dalla ricerca forsennata del Partito Democratico di un’identità forte sui social media allo scetticismo verso le pratiche telematiche del M5S. Quali sono gli orizzonti di questa nuova forma di politica? E’ il momento di fare il definitivo passo in avanti o di farne uno indietro?

Ammettere che nel 2019 sia fondamentale per ogni partito l’utilizzo adeguato dei canali social e del web è fuori da ogni dubbio.  Il primo ad aver parlato apertamente di digitalismo politico è stato lo scienziato dell’ETH Marco Morosini in svariati articoli di successo. Ma il connubio tra politica e digitale a cosa sta portando? Stanno forse nascendo nuove tipologie di partiti?

La democrazia digitale esiste?

La prima annosa questione sta nel verificare la democraticità di questa forma di politica. In merito a ciò, il Movimento 5 Stelle è stato di frequente criticato sull’utilizzo della piattaforma Rousseau, al centro di molte controversie sia sociali che tecniche. Ma tralasciando il caso specifico, proviamo a valutare se questa forma di democrazia diretta sia realmente democratica o meno. Portare un partito verso una forma digitale crea inevitabilmente dei problemi di accesso, di digital divide estremizzando il concetto, poiché diventa elitario ed autocratico. Inoltre, questa struttura mediata implica una netta esclusione digitale perché, com’è facilmente intuibile per svariati motivi, non tutti i cittadini possono essere users. Un’attenta riflessione sulla cittadinanza digitale è stata proposta da Claudio Riva in Sociologia dei new media:

La cittadinanza digitale diventa quell’insieme di opportunità, offerte dalle nuove tecnologie, per rivitalizzare la relazione tra istituzioni e cittadini, così che questi ultimi siano sempre più inclusi nella vita politica e vi partecipino con continuità, condividendo la responsabilità delle scelte e della gestione della cosa pubblica.

Claudio Riva




La comunicazione politica digitale serve?

La risposta in questo caso è molto semplice. Sì, serve. Ed anzi, nel 2019 serve parecchio. La comunicazione politica necessita assolutamente del digitale e dei new media. L’ultimo lustro ha dimostrato che le forze politiche con più appeal sono proprio quelle che sanno trarre dai social un vantaggio sugli “avversari”. Infatti, alle ultime elezioni europee il partito che ha usato maggiormente i social è stata la Lega con oltre duemila post in campagna elettorale. Ciò non significa che la rete venga utilizzata sempre nel modo più etico e corretto, ma resta inconfutabile che i partiti populisti abbiano tratto beneficio dalle loro prodezze mediatiche. La particolarità di questa nuova forma di comunicazione politica digitale sta nella semplificazione del messaggio, che a sua volta ha una struttura unilaterale. Chiariamo il concetto con una domanda: avete mai visto Salvini rispondere alle domande scomode durante le sue dirette su Facebook?

Miti e vetrine

L’introduzione dei social nella vita dei leader (e viceversa) comporta delle riflessioni su cosa sia diventato oggi un riferimento politico. Con questa sorta di fiction fatta di dirette, post a profusione, tweet e retweet, il leader non è più una figura che tiene assieme l’elettorato attraverso degli ideali. Il politico sui social è diventato un vero e proprio influencer, un catalizzatore di attenzioni attorno a sé stesso. Il mito che supera il partito.

Ma qual è la relazione tra leadership politica e digitale? Il digitale è lo strumento migliore per la propaganda. Attualmente le campagne elettorali digitali possono sfociare nel fenomeno che Vanni Codeluppi chiama “vetrinizzazione”, attraverso cui i social diventano il palcoscenico della vita dei politici. L’uomo che supera l’ideale.

Federico Smania

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