La Fase 3 e la nostra trasformazione da pizzaioli a poliziotti

Un misto di rabbia, frustrazione e voglia di andare all'Ikea

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Avevamo iniziato bene, in modo quasi pittoresco: cantavamo al balcone, mettevamo le bandiere e gli striscioni “Andrà tutto bene”. Poi sono arrivati i morti, l’incertezza economica e la consapevolezza che non torneremo alla normalità molto velocemente. Ci siamo incattiviti, ce la siamo presa con tutti. In fase 1 eravamo pizzaioli e in fase 3 siamo poliziotti. E ora ce l’abbiamo con chi sta facendo delle prove di normalità, rispettando le regole.





Se durante la fase 1 la natura si è riappropriata dei suoi spazi, durante la fase 3, l’uomo si sta riappropriando dell’Ikea. Bisogna dirlo: fuori il sole splende, gli uccellini cantano, ma qualcuno trae particolare giovamento dal mettersi in fila sotto il sole di maggio e aspettare pazientemente il proprio turno per appropriarsi di una libreria Billy. Sarà che ne abbiamo viste in tutte le case in videochiamate, videointerviste e videolezioni che adesso la vogliamo anche noi, ‘sta maledetta Billy che hanno in casa tutti, da Stoccolma a Città del Capo.




“Avete visto la coda all’Ikea oggi?”

Magari vi siete messi in fila pure voi, lunedì mattina all’Ikea di Corsico, di Carugate o di Roncadelle. Poi la sera, quando nel vostro salotto era ormai collocata una sfavillante Billy bianca in tutto il suo svedese splendore,  vi è arrivato un messaggio sul gruppo Whatsapp del corso di latino americano. “Guardate questi fessi in fila all’Ikea oggi”, seguito da commenti sdegnati come “Con tutti i morti che abbiamo avuto” o un più ecumenico “All’Ikea il primo giorno di riapertura? Ma la gente non ce la fa”. A questo punto, la vostra libreria Billy perde già un po’ della sua scandinava eleganza, anche perché non potrete mostrarla nelle videochiamate ancora per un po’ di tempo, per non destare sospetti. Per non farvi beccare, insomma, perché all’Ikea, questa mattina, c’eravate anche voi. Anzi, andate a vedere sul gruppo Facebook della zona, quello delle ricette e dei santi del giorno. Controllate se gli scrupolosi reporter di paese hanno catturato anche il vostro di volto, mentre ve ne stavate lì impazienti di risentire sotto le mani, dopo mesi, l’adrenalina del furto delle matite nel reparto cucine. No, sembra di no. Siano lodate le mascherine.




Perché vi sentite in colpa?

A questo punto, però, vi viene un dubbio: perché dovreste sentirvi in colpa? Avete fatto la fila, avete tenuto la mascherina, avete rispettato le distanze, avete pagato. Tutto ok: non avete rubato nemmeno così tante matite. Questa sensazione colpevole di truciolato scandinavo appiccicato alla pelle, però, non se ne va. Di sicuro, poi, vi avranno visto anche i vostri vicini mentre scaricavate gli scatoloni in cortile, con marchio spavaldamente in vista. Da dietro la tenda del salotto avranno detto: “Ecco, quegli stronzi sono andati in passeggiata, ora ci contagiano il condominio, ci infettano il cortile, ci ammazzano la nonna”. Gli stessi vicini che, in tempi non sospetti, vi avevano urlato dal balcone di non andare a fare la corsetta. Gli stessi che vi guardano male quando portate fuori il cane o accompagnate vostro figlio a fare una passeggiata. Non state facendo niente di vietato, non avete violato nessuna norma eppure ogni volta che mettete il piede fuori di casa vi sembra di sentire gli spioncini di tutte le porte della città su di voi. Sono gli sguardi di rimprovero dei poliziotti della fase 3.

Il nostro gioco preferito: guardie e ladri

Da qualche mese, infatti, sugli schermi di tutto il mondo va in onda una pressante partita di guardie e ladri. Da una parte, infatti, ci sono i talebani del balcone, le sentinelle del quartiere, gli 007 della passeggiata: mettete il naso fuori di casa e sentite già il loro fiato sul collo, anche con la mascherina. Forse lo siamo stati anche noi: stare in casa due mesi non è stato semplice per nessuno. Prima l’abbiamo presa in modo pittoresco: vi ricordate quando cantavamo al balcone? O quando lasciavamo il biglietto sotto alla porta dei vicini anziani? O quando, ancora, abbiamo fatto fare ai nostri figli un bel cartellone con scritto che sarebbe andato tutto bene? Poi sono arrivati i morti, i tanti morti. Sulle nostre città è scesa una cappa di ansia e di preoccupazione che, spesso, abbiamo sfogato anche contro quelli che, secondo il nostro personalissimo metro di giudizio, non si stavano comportando bene. Pazzi, untori, criminali, stragisti. Non stiamo parlando di coloro che trasgredivano le norme, eh, quello è un altro paio di maniche. Stiamo facendo riferimento a quelle persone che secondo noi sono andati troppe volte a far la spesa, quelli che hanno portato troppe volte in giro il cane e, ora, quelli che sono talmente superficiali e indifferenti alla sofferenza da mettersi in fila all’Ikea. Ci consoliamo nella considerazione autoassolutoria che sono sempre gli altri quelli che fanno le file stupide. Noi, seppure non abbiamo sparso in giro i nostri batteri, abbiamo ingrossato il fiume della rabbia. E lo facciamo ancora. Ci piace sentirci migliori, seppure i bersagli delle nostre prediche non stiano facendo niente di illegale o di imprudente. Lo stanno facendo con le mascherine, con la distanza e rispettando le regole. Cosa, allora, non ci va bene?

Prove generali di normalità

Breaking news: ora lo possono fare. Ora che stiamo facendo delle prove generali di normalità, a noi poliziotti della Fase 3 la normalità indigna. Ed è comodo così anche a chi sta sopra di noi: è bene per tutti che la rabbia di una popolazione chiusa in casa da due mesi si sfoghi contro la massa non ben identificata di runner o di fanatici del centro commerciale, invece di rivolgersi ai più facilmente identificabili gestori scellerati dell’emergenza. Quando il virologo indica la necessità di test, il cittadino arrabbiato vede la fila all’Ikea. Tra qualche settimana, se le cose dovessero improvvisamente precipitare, sarà colpa di chi è andato a fare una passeggiata in centro, munito di mascherina, guanti e buonsenso. Non di chi non ha fatto i test e di chi ha messo a punto la strategia del tiriamo a campare.

Non è opportuno recarci a fare shopping il primo giorno di libertà? Forse no. E’ il caso di prendere d’assalto la pista ciclabile sul fiume? Forse no. Ma se 1000 persone si mettono in fila per la loro Billy e lo fanno seguendo le regole, noi cosa ci possiamo fare? Possiamo dissuadere le persone a cui vogliamo bene dall’andare in un luogo che è per sua natura un assembramento, tra quelli più masochistici concepiti dall’uomo? Sì, possiamo farlo. Non è opportuno, ci si espone a un affollamento potenzialmente pericoloso, ma lo possono fare. Li autorizzano il Governo, la Regione e il Comune. “Ma con tutti i morti che ci sono stati!”: sì, ma il fatto che queste persone non si mettano in fila al centro commerciale, purtroppo, non riporterà indietro nessuno.

Eccesso di zelo

Siamo noi i più bravi? I poliziotti della fase 3, quelli che restano  a casa e che si segnano il nome di chi passa sotto casa per la passeggiata? Forse siamo solo i più arrabbiati: “Se tutti si fossero comportati come me, ah”, ci diciamo crogiolandoci nel nostro zelo di bravi cittadini. Ma in fondo, che ne sappiamo noi degli altri? Del perché escano “troppo”, sempre secondo il nostro metro di giudizio? Che ne sappiamo di quel che succede dentro le loro case, nelle loro teste e dietro le loro mascherine? Abbiamo paura e non usciamo? Buon per noi se possiamo restare in casa. Meglio uscire quando ci si sente sicuri e, per quanto possibile, un po’ più a proprio agio con mascherine, guanti e distanze. Ma a cosa serve prendersela con chi va al bar e con chi questa paura non ce l’ha? Non avere paura non significa non rispettare le regole. Significa magari cercare di nuovo il contatto con il mondo esterno, senza bisogno di sentirsi migliori, peggiori o comunque untori.

E’ che magari ci è rimasta ancora addosso quella frustrazione accumulata da anni e anni di scuola elementare. Fare i poliziotti dal balcone è forse il naturale prolungamento delle frustrazioni coltivate in noi dagli insegnanti che ci facevano scrivere i nomi dei compagni disobbedienti sulla lavagna, tra l’altro senza ottenere troppi risultati?

Mettiamoci le mascherine, quindi. Stiamo a distanza, facciamo i bravi, ma non facciamo gli stronzi.

Elisa Ghidini

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