La Polonia si sveglia, l’Europa si scuote

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Oggi la Polonia è una nazione in forte crescita, non solo economica. Il suo peso politico continua ad aumentare, in Europa e aldilà dell’Atlantico. Prende posizioni decise e considerate controverse da molte cancellerie dell’Europa occidentale. Nel mentre, da Washington, arrivano endorsement che non mancano di preoccupare ancora di più Bruxelles.

La Polonia e la Russia

Era il 7 aprile 2010. Era, o meglio, doveva essere, questa la data simbolo della riconciliazione tra Russia e Polonia. Le due nazioni mettevano da parte secoli di tensioni nella ricerca di una collaborazione che potesse aprire le porte russe ad un riavvicinamento europeo. Putin, già allora  aveva invitato il suo omologo polacco Lech Kaczynski, gemello dell’attuale leader del partito di maggioranza Jaroslaw Kaczynski, ad una commemorazione nella foresta di Katyn. Qui per la prima volta Mosca riconosceva e condannava lo sterminio da parte delle truppe sovietiche di almeno 20mila ufficiali polacchi prigionieri di guerra nel 1940. Un’azione che Varsavia richiedeva da anni. Il presidente Polacco però non raggiunse mai Katyn, l’aereo su cui viaggiava precipitò nei pressi di Smolensk. Con lui morirono altre 95 persone.

Monumento commemorativo Polonia
Il monumento commemorativo a ricordo delle vittime dell’incidente di Smolensk e del massacro di Katyn

Le fonti russe parlarono di incidente, errore umano da parte dei piloti. La Polonia sembrò formalmente accettare (con grandi riserve) questa versione, ma i suoi apparati amministrativi cancellarono dalla propria agenda ogni possibilità di riconciliazione con Mosca. Nell’aprile 2022 i dubbi di Varsavia vengono confermati da una commissione investigativa: tra i resti dell’aereo ci sono tracce di esplosivo. Non è certamente questo singolo episodio a deteriorare irreparabilmente i rapporti tra i due paesi, sono molte le ragioni storiche. È tuttavia indicativo della condizione di completa sfiducia che regna tra le due cancellerie.

Quello che doveva essere l’anno della riconciliazione diventa quindi il punto di inizio di una politica di forte allontanamento da Mosca. Politica inizialmente condannata dagli alleati come ostacolo all’occidentalizzazione della Russia ma oggi citata quale motivo d’orgoglio da parte di Varsavia. La nuova linea polacca venne accolta in maniera bipartisan dalle forze politiche del paese e perseguì due direttive principali. Da una parte il rafforzamento delle capacità militari, dall’altra l’affrancamento dalla dipendenza energetica russa.

L’ultimo decennio polacco

Oggi la polonia può contare su quello che è considerato il più efficiente esercito europeo. Con ampi margini di crescita, tra l’altro, vista la volontà del governo di raddoppiare il numero degli effettivi entro il 2035 e di portare la spesa della difesa dall’attuale 2,4% del pil al 5%.

L’esercito polacco deve essere così potente da non dover combattere solo per la sua forza.

Queste parole, pronunciate il giorno dell’indipendenza dal primo ministro Mateusz Morawiecki, riflettono il lavoro svolto dal paese negli ultimi dieci anni. Non solo gli acquisti di nuove armi e tecnologie (le ultime in ordine cronologico sono 250 carri armati Abrams e 32 caccia F35 dagli Stati Uniti. Dalla corea del sud, invece, 180 carri armati K2 Black Panther, 200 obici K9 Thunder e 48 caccia FA-50. Costo totale, tra i 20 ed i 25 miliardi di euro) ma anche e soprattutto una maggiore attenzione riservata dall’opinione pubblica e dai media al ruolo delle forze armate, con il lento ma costante progredire di una dialettica marziale nel cuore della società.

esercito Polonia
truppe polacche schierate nell’ultimo decennio in Afghanistan

Nel 2017, poi, una nuova forza territoriale di 30mila effettivi si è affiancata alle forze armate tradizionali. Creata sul modello delle guardie nazionali americane, è composta da volontari addestrati per 16 giorni all’anno. In caso di necessità questa forza territoriale andrà a formare la prima linea della riserva dell’esercito polacco.

Per quanto riguarda il fronte energetico, invece, Varsavia ha in questi anni esteso le proprie relazioni a paesi storicamente estranei alla sua politica. La Nigeria, in particolare. The Africa Report parla di un accordo raggiunto per la fornitura di gas e di dialoghi in corso per la costruzione di un nuovo gasdotto trans-sahariano diretto in Europa. In Europa, invece, pochi giorni dopo l’esplosione del gasdotto Nordstream 2 viene inaugurato nel mar Baltico il Baltic Pipe. Il gasdotto collega le riserve danesi alla città polacca di Pogorzelica. Si solidificano poi i rapporti con le repubbliche baltiche attraverso l’accordo del 9 gennaio 2023 per l’esportazione dalla confinante Lituania di 5mila tonnellate di carbone al mese, quantità che è destinata a salire.

C’è, infine, la rinnovata corsa al nucleare, con la costruzione prevista di sei nuove centrali. Molto probabilmente la tecnologia delle nuove centrali sarà americana, secondo il documento del 2020 Concept and execution Report for Civil Nuclear Cooperation. Tuttavia anche Francia e Corea del Sud hanno avanzato proposte a Varsavia, che non ha ancora ufficializzato i progetti statunitensi.

Il processo di diversificazione delle fonti energetiche inseguita per un decennio dal paese ha trovato alla fine del 2022 il proprio capitolo finale. Varsavia ha infatti potuto interrompere l’accordo intergovernativo IGA con la Russia riguardante le forniture del gasdotto di Yamal.

Oggi la Polonia è quindi un paese fortemente militarizzato (per gli standard occidentali) e che è riuscito ad affrancarsi definitivamente dal gas russo. Non a caso è anche, con il Regno Unito, il paese che più di tutti spinge per una reazione dura nei confronti dell’invasione in ucraina.  La sua visione appare estrema alle capitali dell’Europa occidentale ma merita un certo grado di comprensione, spiega Dominique David, consigliere del presidente dell’Institut Français des Relations Internationales.

La Polonia è al confine con il Paese invaso, l’Ucraina, e pertanto è più disponibile a rischiare per il contenimento del conflitto (…) La posizione polacca è comprensibile storicamente, geograficamente e culturalmente, il partito al potere (Pis) certo però amplifica quella che è la percezione generale polacca, che si vede nel mirino dell’armata russa

La Polonia e gli alleati

Al ruolo di falco in seno al blocco occidentale assunto dal paese si contrappone la Germania, la cui dipendenza energetica dalla Russia e la distanza geografica dai confini ucraini la spingono ad agire con maggiore tatto nei confronti dell’invasione. Ma se Berlino non sembra apprezzare la rotta di Varsavia, altre cancellerie hanno invece appoggiato con entusiasmo la politica polacca.

Rappresentazione plastica delle fratture che si stanno creando all’interno del blocco occidentale è la questione della fornitura a Kiev di carri armati Leopard II. Polonia e Finlandia vorrebbero procedere con la fornitura di carri all’Ucraina, con la Danimarca che sta valutando di fare lo stesso. Ma la Germania, produttrice dei Leopard e con diritto di veto alla loro cessione, frena. Sarebbe infatti la prima volta dall’inizio del conflitto che un paese europeo cedesse armamenti di questo tipo. L’attuale ministro della difesa tedesco, Christine Lambrecht, ha specificato come il governo non ha ancora preso una decisione a riguardo.

L’attivismo polacco non ha mancato tuttavia di incontrare ampio favore e incoraggiamento oltreoceano, dove si considera oggi il paese come il principale baluardo occidentale nell’est Europa, specificatamente in funzione anti russa. Con gli occhi di Washington puntati sul mar cinese meridionale, è necessario per gli Stati Uniti delegare parzialmente il contenimento russo agli alleati. Il programma di riarmo polacco, l’indipendenza acquisita dall’energia russa e la sua storica psicosi nei confronti dell’orso ne hanno fatto il candidato ideale a sentinella della nuova cortina di ferro. Oggi gli stati uniti considerano la Polonia il proprio partner militare principale nell’Europa continentale. E Bruxelles, controvoglia, si adegua.

Un pensiero ricorrente in seno all’Unione Europea è poi la crescente amicizia tra Varsavia e Kiev. Storicamente le due nazioni non sono mai state particolarmente vicine. L’invasione però ha cambiato le carte in tavola. Varsavia ha bisogno che l’ucraina resista il più possibile all’invasione per evitare di trovarsi i reparti russi sul proprio confine (Kaliningrad è sufficiente). Kiev, da parte sua, necessita dell’appoggio Polacco per la propria sopravvivenza. Tra queste due esigenze si inserisce l’accoglienza di circa 3,5 milioni di profughi ucraini e la linea dura che il Paese mantiene nei confronti di mosca. Nei piani polacchi la rinnovata amicizia con il Paese invaso si potrà tradurre al termine della guerra, qualunque il termine sia, in rapporto privilegiato tra le due nazioni. Ciò farà di Varsavia il punto focale dei rapporti tra Ucraina ed Unione Europea, aumentandone così ancor di più il prestigio e l’influenza nell’area.

Si fortifica quindi la posizione di Varsavia nei confronti delle istituzioni europee, che negli ultimi mesi infatti iniziano a trattare con maggiore flessibilità le sue mancanze in tema di diritti e rispetto dei principi democratici. Il timore condiviso però in alcune cancellerie è che il ruolo simbolo assunto dalla Polonia di baluardo militare ne stia giustificando troppo il lassismo riguardo le direttive ed i principi democratici europei. Non solo, questa situazione potrebbe essere presa ad esempio da altri Paesi orientali. Paesi che negli ultimi anni hanno avuto motivo di risentimento nei confronti di Bruxelles per quanto riguarda la gestione della propria politica nazionale. Il timore è che la resistenza alla minaccia russa diventi il prezzo da pagare per poter ignorare le politiche progressiste promosse dall’Unione senza rischiare di perderne i fondi economici.

Il caso Polonia introduce il futuro d’Europa?

Il rischio di una scissione (non politica o economica, ma inerente al valore che dovrebbe assumere il progetto europeo) tra est ed ovest non fa dormire la notte a Bruxelles. Potrebbe tuttavia non essere vista in maniera particolarmente negativa da altri soggetti. Dalla Russia ovviamente, ma anche dagli Stati Uniti. Per Washington, infatti, nel nome della necessaria delega al contenimento russo, potrebbe far comodo un’Europa orientale piantata di fronte a Mosca, ed una occidentale, più economicamente e tecnologicamente sviluppata, con l’attenzione rivolta al settore dell’Indopacifico. Non è un caso quindi se oggi a pattugliare le acque del Baltico c’è la flotta polacca e se negli ultimi anni si sono invece susseguite diverse missioni da parte di naviglio francese, inglese, tedesco e olandese nelle acque Cinesi.

Se questa situazione dovesse realizzarsi, tuttavia, ci si dovrà chiedere (e probabilmente lo si farà) quanto, e se, potrà essere sostenibile un’Unione con un solo confine ma, di fatto, due capitali.

Riccardo Longhi

 

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