Pordenone – Gorizia in galleria

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Prepariamo 6 litri di tè a casa. Da Pordenone Francesca ha portato un capiente thermos che dopo averlo riempito si rivela essere un rottame, perché spande dappertutto! Tentiamo di sigillarlo alla meglio con la pellicola da cucina come si fa con le valigie in aeroporto: pare funzionare. Speriamo bene, andiamo.
Alle 19 entriamo in galleria. Provocatoriamente le dico: “Sai Fra, vedendo le condizioni nelle quali si trovano qui le persone, questo posto ormai mi sembra un lungo retto intestinale …” Lei tace qualche secondo, poi ribatte: “Non ci avrei mai pensato.” 
Ci avviciniamo a un primo gruppo di ragazzi stipati contro il muro, alcuni giacciono distesi, altri seduti su coperte intenti a parlare.
“Do you want some tea?” “Oh yes, thank you my friends!” 
Abbiamo solo 20 bicchieri di plastica al seguito, è ovvio che non basteranno per tutti, ma nessuno si formalizza e ci si arrangia. Ci invitano subito a sederci vicino a loro per scambiare qualche chiacchiera. Bene, era quello che volevamo!
Il nostro interlocutore principale è un bel giovane pakistano dall’inglese troppo fluido per il nostro. E’ un graphic designer e ci mostra sul proprio telefonino i progetti che ha realizzato con programmi di editing fotografico, che spaziano dalla moda all’impaginazione web di locandine commerciali. Attorno a lui i suoi amici: due autisti, un meccanico e un carrozziere. Potremmo creare una team di Formula uno! Chiedo consigli tecnici su quali case automobilistiche siano migliori fra le giapponesi e le tedesche.
Scorrono rapidi i minuti, ci sentiamo tutti a nostro agio. Ci raccontano di essere arrivati da soli attraverso la rotta balcanica, affrontando un viaggio di circa due mesi, ma c’è chi ne ha impiegato addirittura sei. Uno di loro dice di essere stato picchiato.
Francesca chiede al nostro amico quale sia la loro giornata-tipo qui e quali siano i bisogni pratici.

“Listen, we have three problems here: the first is toilets; the second is water; the third is the main one: food.”

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Ci spiega che nessuno ha istallato bagni chimici e devono per forza utilizzare il prato sovrastante la galleria; non possono lavarsi e il cibo che mangiano è quello che portano i volontari ogni giorno. Veniamo a sapere che l’altro ieri un’ottantina di richiedenti asilo sono stati caricati nei pullman e trasferiti altrove, ma nessuno sa dirci in base a quale criterio né per quale destinazione. Stanotte ce ne sono 88, ma ogni giorno ne arrivano 20 e la scorsa settimana erano ben 160. Incombe il Natale, urge fare la “pulizia” del centro di Gorizia evidentemente.
Alle 20 la temperatura crolla. Io indosso due maglie sotto la giacca a vento, ma l’umidità è un rasoio affilato che mi taglia ovunque. In alcuni punti delle pareti a botte affiorano rivoli d’acqua che scendono come bava sull’asfalto: un uomo ne raccoglie un po’ con un bicchiere.

Francesca deve ritornare a Pordenone, la riaccompagno alla macchina. Ci salutiamo, poi ritorno indietro per incontrare i due medici, moglie e marito, che ogni sera prestano lì il proprio servizio. Li raggiungo. Lui è tutto concentrato a visitare, lei è alle prese con la sistemazione dei farmaci. Una decina di giovani volontari sui vent’anni intanto, poco più in là, si danno da fare in autonomia: chi spazza l’asfalto, chi svuota gli improvvisati cestini di cartone, chi divide e consegna i pasti, ecc. Mi soffermo sulle ricette mediche che vengono compilate dal ”Dott. Giannino Busato, Primario Anestesia, Terapia intensiva, Ospedale civile di Gorizia”, come risulta dal suo timbro: sciroppi per la tosse, analgesici, antinfluenzali. La fila di persone che attendono il proprio turno si allunga, evito pertanto di disturbare troppo, ma voglio osservare tutto ciò che fanno in rispettoso silenzio.
Arriva il momento di visitare un giovane con il cappuccio del piumino tutto stretto attorno al viso; un viso che palesa una espressione persa a metà strada fra una lontana tristezza e un’indomabile paura. Il suo capo flette verso il basso e i suoi occhi fissano un unico punto a terra che non riesco a trovare. Il Dott. Giannino gli misura la pressione al polso, poi gli chiede di scoprire il petto per verificare la respirazione. Sopraggiunge trafelato un conoscente del ragazzo che vuole parlargli, ma viene immediatamente allontanato da Giannino, che lo rimprovera dicendogli: “Wait, respect its privacy, I’m visiting him!”. Sì, anche in questo budello lineare, anche in questo pronto soccorso improvvisato fatto di una sedia e di un tavolino. Da qui le mie emozioni si aggrovigliano e si contorcono, trascinando giù i pensieri. Vomito per un momento dentro me stesso un paio di frasi che non posso scrivere. Ritorno a guardare queste due figure umane: la prima seduta, piccola, inerme, zitta, fragile nelle mani della seconda in piedi, responsabile, protettiva. Due persone vicine, vicinissime, una che sta onorando il giuramento di Ippocrate, l’altra che sta inseguendo un’esistenza dignitosa. Un padre accanto al proprio figlio e viceversa. E così, tutto ad un tratto, tutto si trasforma; al posto della galleria c’è altro, al posto del tunnel affollato vi è ben altro, al posto dell’iniziale retto intestinale, io ora vedo tutt’altro: Gesù e il Salvatore nella grotta.

 

 

Cesare Luperto

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