Povertà educativa, la Sicilia detiene il primato

Foto di Roberto Cataldi
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Povertà educativa: definizione per la totale assenza di possibilità di formazione creativa e culturale per bambini e ragazzi, questo emerge da un rapporto stilato da Save The Children e l’Indice di Povertà Regionale. Come se la Sicilia non avesse già abbastanza fiori appassiti all’occhiello, anche stavolta vince lei il triste primato, subito a seguire la Campania. E a proposito di Sicilia, adesso ho voglia di raccontarvi una storia.

Il rapporto stilato conferma un binomio povertà culturale ed materiale: sono infatti 145.000 i bambini che vivono in povertà assoluta. Immagino che, quando hai niente, quel niente diventa l’unica cosa che hai, condizionandoti in ogni singola parte del tuo essere e del tuo vivere.

Cosa diventi, quando hai niente? Non lo so concertezza. Ma posso dirvi quello che ho visto, chi ho incontrato. Se, per esempio, vivi a Palermo, in un quartiere nemmeno troppo abbandonato a sé, come quelli che piacciono tanto ai cinematografi, ma abbastanza trasandato da far intendere che anche lì il sole del buon dio non dà i suoi raggi, e hai all’incirca 8 anni, forse anche di più, ma mangi talmente poco da essere rimasto uno scricciolo, diventi un piccolo essere umano che al minimo cenno di affetto e attenzione si stupisce e si affeziona. Rimani sporco tutto il giorno, quasi tutti i giorni e sempre affamato, ma con garbo, senza fare troppo rumore.

Sei sei un bambino di Palermo, in uno di questi quartieri poco rinomati, tra vicoli di mercati e parenti, probabilmente diventi niente. Però, magari, hai la fortuna, seppur temporanea, di qualche ora al giorno, di un luogo stranamente magico, in cui l’unica magia a cui non sei del tutto abituato è che ti vogliano bene.

Il Bar Del Cassarà” era un’associazione di promozione sociale che sorgeva nella struttura del vecchio bar del Liceo Linguistico “Ninni Cassarà”, la sede principale di Palermo. È una storia breve e intensa, sorretta da tre personaggi protagonisti e plurimi di passaggio. E ovviamente da loro, i bambini che avevano adottato il luogo. I tre personaggi sopracitati erano la sottoscritta, che vi sta raccontando la storia e Norma e Roberto, avventurieri e grandi amici. Vorrei dilungarmi e raccontare la nascita lunga, travagliata ed entusiasmante di questa avventura ma non ho parole abbastanza sincere da poter farvi comprendere che bellezza e meraviglia sia stata questa breve esperienza di volontariato. Mi aggancio alla triste notizia del nuovo record siciliano in barba all’Italia intera per farvi comprendere, almeno un pezzettino in più, cosa significa “povertà educativa”, cosa significa quando ci si prova a migliorare le cose e quanto questo paese sia totalmente crudele.

Il Bar Del Cassarà si prefissava di essere, principalmente, un ponte tra i ragazzi del liceo e il quartiere di Palermo. Chi è di Palermo o la conosce nel profondo sa che, essendo una città totalmente in balìa di contraddizioni gigantesche, il fenomeno più comune è il cambiamento sociale che si denota cambiando da quartiere a quartiere: nello spazio di un chilometro potreste capitombolare in un quartiere bene e subito svoltando al primo vicolo, nella fogna esistenziale più totale. Ecco, dove sorge il liceo, quello è un quartiere fogna, nemmeno troppo distante da uno dei più ricchi della città. Perciò, il Bar, sarebbe potuto essere un megafono per comunicare, superando la sordità della diffidenza del quartiere e quella della presunzione dei liceali, per dare spazio a tutti attraverso una serie di attività che coinvogessero tutti quanti.

Il primo riscontro che mi affascinò tantissimo fu vedere che chi non ha e mai ha ricevuto, è pronto a dare tutto mentre chi ha sempre avuto non sa dare nemmeno un’occhiata: coinvolgere i ragazzi del liceo è stata una grossa impresa, troppo impegnati nelle loro vicende adolescenziali, così come lo è stato per tutti coloro che sono sempre stati invitati, al di fuori della scuola e che non sono mai venuti. I bambini del quartiere, invece, correvano verso il cancello del Bar ogni volta che ci vedevano spuntare fuori, al punto che avevano instaurato una specie di routine: aprivamo il Bar, uno dei tre restava a sentinella e gli altri due facevano ricognizione nel quartiere per chiamare i piccoletti e farli venire tutti al Bar.

Povertà
Foto di Roberto Cataldi

Nell’arco di tempo in cui il Bar ha avuto la possibilità di lavorare, abbiamo organizzato piccole attività, la più importante è stata lo spettacolo ideato dai piccoli, dai burattini in cartapesta creati da loro, alla storia, che si è tenuto l’anno scorso. In tutto questo tempo in cui, tra un libro, un tocco di colore, una merenda tutti insieme, qualche insegnamento scambiato tra noi e loro, ho sempre pensato che a dare tanto fossero più loro che non noi, per quanto ci provassimo e che, alla fine, fossero questi piccoli abbandonati a loro stessi ad avere adottato noi e averci insegnato tanto, molto di più di quanto potessimo immaginare.

Poi, la fine. Diciamo che, cari Save The Children e Indice Di Povertà Regionale, se avete quei dati è perché qualcosa, in questo paese, è incredibilmente storta dal punto di vista istituzionale. Però, forse a fronte di questo, devo dirvi che la povertà non è solo culturale ed economica, ma sono certa di poter azzardare a definire anche una povertà umana.

Diciamo che, tre minuscoli moschettieri con a seguito un branco di piccoli uccelli incapaci di volare perché nessuno ha mai insegnato loro come si fa, non hanno proprio tutti gli strumenti per affrontare Gli Adulti Del Denaro e Delle Ipocrisie. Così il Bar ha chiuso baracca, restando ancora una ferita da leccare e da raccontarsi con malinconia.

Sì, l’ho visto con i miei occhi: i bambini siciliani sono tra i più poveri e ignoranti che possano esserci in tutta l’Italia. 145.000, dice il numero. E a me sembrava che quella decina che ci veniva a trovare fosse un’infinità.

Certo, un rapporto è un rapporto, viene stilato per arrivare a un determinato dato, a una certa statistica, per definire una documentazione precisa. Però quando ho letto questo rapporto, ho pensato subito al nostro Bar e ho avuto la necessità di raccontarne la storia. Quello che non si sa è che sono in moltissimi che tentano di fsre, creare, donare e ricevere cultura, creare un dialogo, aprire una finestra sul mondo. Ma pochi sanno quanto sia difficile. Tre ragazzi appena diplomati non rappresentano certo un’istituzione, non è nostro dovere impartire una cultura. Ma il punto è questo: la triste storia di questo paese è che laddove l’istituzione manca, qualche folle ci prova comunque, ma viene sempre -e dico sempre, sono testimone anche di altri racconti di volontariato soffocato- sotterrato dalla burocrazia, dalle difficoltà strutturali, economiche o, più semplicemente, dall’abbandono e dalla mancanza di sostegno. Non si può combattere da soli, contro giganteschi mulini a vento di cemento.

Dove voglio arrivare, con questo articolo? In realtà da nessuna parte. I dati son stilati, la realtà è quella che è. Forse volevo solo farvi conoscere quella piccola parte di Sicilia che a tutto questo si oppone, ma come avete visto vince sempre il peggio.

Chissà se Save The Children finirà, un giorno, proprio a Palermo e chiederà a uno dei nostri beniamini se per caso ha qualche ricordo buono della sua vita a Palermo e chissà che loro non raccontino del Bar Del Cassarà.

Certo è che, se lo chiedessero a me, avrei moltissime cose belle da dire. Perché forse la povertà culturale, educativa, economica, materiale non sarà mai maggiore della ricchezza umana che si intreccia quando, tra cartapesta e colori, ognuno regala un po’ di sé all’altro.

Gea Di Bella

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